– Obama ha vinto la sua storica battaglia e gli Stati Uniti avranno la riforma sanitaria che promette di dare a tutti una copertura assicurativa contro le malattie.  In prima battuta, e in attesa di interventi che approfondiscano, come è nello stile di Libertiamo,  i dettagli della riforma, credo si possano fare tre considerazioni.

1. Il precedente sistema americano non era quel mostro di egoismo di cui tanto si è parlato in Europa. La spesa sanitaria pubblica in rapporto al Pil (…e che Pil) non era così diversa da quella italiana. A nessuno venivano comunque negate le cure in caso di necessità, seppure non in tutte le strutture e magari dopo lunghe attese. Una parte significativa delle persone senza copertura sanitaria era rappresentato da lavoratori temporaneamente disoccupati. Poveri, bambini e anziani erano oggetto di specifici piani sanitari finanziati dal pubblico. Insomma: un sistema nato in modo differente da quelli europei, con contraddizioni divenute via via sempre meno sostenibili, ma non un sistema da “selvaggio far west”. Questo spiega come mai una parte importante dell’opinione pubblica americana sia stata contraria alla riforma di Obama e perchè in Congresso i repubblicani l’abbiano così fortemente osteggiata. Le polemiche erano sui costi e sull’efficacia della nuova legge.

2. Lo “health care bill” votato ieri non è l’istituzione di un sistema pubblico universalistico, ma resta fondamentalmente improntato alla libertà di scelta e a logiche di concorrenza tra operatori privati. Obama ha enfatizzato la necessità di correggere le distorsioni del sistema assicurativo, ha tuonato contro gli abusi che intende correggere, ma non per questo ha scelto la statalizzazione del servizio sanitario. Obbligo di copertura con relative agevolazioni fiscali, ma non copertura pubblica in automatico, dunque, se non per gli indigenti. La vera sfida di Obama, ora, è sui costi complessivi del nuovo sistema, che nelle sue intenzioni non dovrebbero aumentare in ragione dei recuperi di efficienza (il tasso di crescita dell’economia americana nei prossimi anni sarà a tal proposito determinante). La spesa sanitaria americana è complessivamente molto alta, anche perché ingloba costi di ricerca che finiscono per beneficiare non solo le multinazionali farmaceutiche americane ma, in definitiva, anche i pazienti degli altri paesi. Mi auguro che quanti oggi guardano da sinistra con tanta ammirazione a ciò che è accaduto la notte scorsa al Congresso smettano di fare una guerra ideologica alla “privatizzazione della sanità”. Quando anche in Italia si cercherà di  coinvolgere più organicamente il settore privato nel sistema sanitario italiano, per innescare spinte concorrenziali e recuperi di efficienza, si ricordi la “lezione” di Obama.

3. Infine, ma non meno importante, una notazione sul sistema istituzionale americano, che ha dato un’altra prova di tenuta e di efficacia. Il Congresso ha giocato un ruolo centrale, nonostante la riforma fosse la priorità del Presidente eletto direttamente dal popolo. La dialettica tra democratici e repubblicani ha inciso significativamente, portando ad un voto che non è stato trasversale, ma il cui esito normativo risente  fortemente – e io credo positivamente – delle ragioni della minoranza repubblicana. Da ultimo: i due protagonisti della vicenda per molti aspetti storica sono stati Barack Obama e Nancy Pelosi… come dire, due immigrati di seconda e terza generazione.