Sabato la maggioranza di governo, schierata al gran completo e guidata dal Presidente del Consiglio, ha dato di fronte ad un “popolo” orgoglioso e, al di là delle cifre esatte, numeroso una dimostrazione di presenza e di unità attorno alla leadership di Berlusconi. Nel chiamare a raccolta la piazza, il premier ha rispolverato un linguaggio di lotta e di opposizione, che rimane la cifra stilistica e politica più caratteristica della sua “retorica elettorale”.

Da 15 anni, Berlusconi affronta le urne all’attacco, con lo spirito di chi deve scongiurare un pericolo incombente e arginare un “rischio democratico”. Che sieda a Palazzo Chigi o alla Camera come leader dell’opposizione, non ha mai cambiato registro e i fatti gli hanno spesso dato ragione, giacché l’avversario più insidioso è sempre stato quello della disaffezione e della delusione dell’elettorato moderato, che il premier, quando c’è riuscito, ha risvegliato e a volte galvanizzato con messaggi forti ed elementari.

Berlusconi si sente sicuramente estraneo alla realtà dello “Stato” e in parte rigettato da quelle istituzioni che non supportano o  avversano la sua spregiudicatezza anti-politica e la sua insofferenza per gli intralci che il quadro costituzionale impone a chi esercita la responsabilità di governo. Ma soprattutto Berlusconi gioca ad apparire, ben al di là della realtà, distinto e distante dalle istituzioni che lo circondano e perfino da quelle che incarna, descrivendosi vittima del “potere”: per giustificare i ritardi e le difficoltà nell’assolvimento degli impegni, per legittimare le forzature che ritiene necessarie, per preservare l’allure di alfiere del cambiamento e della rottura, dopo ben tre lustri di impegno, la metà dei quali passati a Palazzo Chigi.

Sabato a San Giovanni si è quindi tenuta una rappresentazione coerente e prevedibile della macchina del consenso berlusconiano, alla cui efficienza – è bene ricordarlo – si lega l’esistenza e il profilo del centro-destra per quello che è stato e, per molti versi, per quello che tuttora è.

Le accuse, i processi, gli inciampi nella presentazione delle liste, le violazioni legali e illegali della privacy del premier hanno offerto l’occasione per questa ennesima dimostrazione di forza, che rimane ragguardevole e che potrebbe perfino, malgrado l’incertezza, dimostrarsi sufficiente a superare senza troppe perdite le trappole del voto regionale, in cui il Pdl rischia di pagare a caro prezzo i ricatti dell’Udc, la strategia della tela di ragno del Pd, l’emergere di due leadership solide e tutt’altro che “locali”, come quelle di Vendola e della Bonino e le divisioni e le debolezze del proprio sistema di potere locale (in Puglia, in Campania, in Lazio e perfino in Lombardia e Veneto).

Abituati ai miracoli del “capo-popolo”, si potrebbe pensare che il destino del PdL sarà comunque, anche nel suo futuro, legato a questo schema “eccezionale”. Ma sarebbe un errore. Il destino del PdL, dal 30 marzo alle prossime elezioni politiche, è legato alla capacità di fare ciò che il berlusconismo ha promesso, in larga misura inutilmente, per un quindicennio. Tra tre anni, nessuno, neppure Berlusconi, potrà vincere un’elezione contro Prodi, i comunisti, i pm, la Corte Costituzionale e, magari, il Quirinale, annunciando il cambiamento prossimo venturo. Comunque vada il 28-29 marzo, tutto questo bisognerà tenerlo presente.