Libertiamo e la Festa dei Pirati, un’adesione critica

– Come osservatori interessati (ma non acriticamente entusiasti), noi di Libertiamo abbiamo scelto di aderire alla “Festa dei Pirati”, in programma oggi a Roma ed organizzata dal movimento italiano dei “pirati” che sta nascendo sulle orme di altre esperienze europee – in particolare quella svedese e quella tedesca – come lobby sul tema delle libertà digitali e del copyright.
Lo abbiamo fatto sia nell’ottica di aprire un confronto con la variegata realtà di associazioni, siti e blog che animano il dibattito sul futuro della rete, sia come segnale nella direzione della difesa di un internet libero, in un momento in cui la politica prefigura interventi di regolamentazione spesso non sufficientemente ponderati.
L’adesione all’iniziativa, tuttavia, non deve essere vista come un’adesione sic et simpliciter di Libertiamo alle posizioni del movimento “pirata” che è portatore di una visione, a nostro giudizio troppo “semplificata” delle questioni che ruotano attorno alla libertà del web.
Piuttosto Libertiamo si sforza di introdurre nel dibattito chiavi di lettura pragmatiche e liberali di argomenti, come quelli legati alla gestione di internet, dei quali riconosciamo l’assoluta importanza e strategicità.

A differenza di alcuni utopisti del web, noi non crediamo in una rete “senza regole”, ma da liberali ci interroghiamo più volentieri su quale sia il framework di regole che meglio consenta la difesa dei diritti individuali, inclusi i diritti alla privacy, alla proprietà privata ed alla libera intrapresa economica.
In questo senso siamo convinti che sia sbagliato considerare Internet come un microcosmo estraneo dal resto della realtà e nel quale, per qualche ragione, cessano di valere i princìpi e le leggi che regolano la convivenza civile.
Nel mondo virtuale non può diventare magicamente “legale” ciò che sarebbe perseguito come “illegale” se praticato in altri contesti. Quindi se la violazione del copyright, la diffusione di materiale pedopornografico, le intimidazioni, le molestie, l’incitamento alla violenza o l’istigazione all’odio razziale sono “illegali” fuori da internet, essi sono necessariamente “illegali” anche sul web.

Quello che realisticamente può cambiare, tra internet ed il mondo fisico, è la modalità con cui il sistema di regole è monitorato ed implementato.
Alcune forme di controllo che sono plausibili nel caso della carta stampata o dell’emittenza radiotelevisiva tradizionale, come la verifica preventiva dei contenuti, non sono infatti automaticamente trasponibili al web – e qui stava l’errore fondamentale del decreto Romani nella sua prima versione.
In effetti la produzione di contenuti su internet è così vasta e così distribuita che l’imposizione di controlli preventivi rappresenterebbe un overhead così pesante da uccidere nei fatti il web, facendo venir meno qualsiasi profittabilità per i fornitori di servizi
Meglio allora puntare su controlli a posteriori e lasciare ai providers l’unico onere della rimozione di contenuti illeciti a fronte di segnalazione esplicita.

Se, senz’altro, i reati per via telematica devono essere combattuti, sulla base dei medesimi principi giuridici secondo i quali sarebbero perseguiti fuori dal web, le modalità effettive del controllo e delle investigazioni devono essere modulate sulla base di una pragmatica valutazione costi-benefici.
Il rapporto costi-benefici è, tra l’altro, in ogni caso centrale nell’implementazione di qualsiasi modello di produzione della sicurezza, a prescindere dalla dimensione telematica. Ad esempio il fatto che i reati violenti ed in primis gli omicidi debbano essere repressi è un principio generale sul quale ogni nazione civilizzata può trovare un accordo sostanzialmente unanime. Ma nessun paese persegue questo principio, sia pur così fondamentale e così condiviso. “a qualunque prezzo”.
Estremizzando, del resto, chi potrebbe sostenere l’opportunità di un modello che riducesse a zero gli omicidi, prevedendo che ogni cittadino sia guardato a vista 24 ore su 24 da due poliziotti? Di certo il costo di un tale modello, sia in termini economici che di perdita di libertà personale, sarebbe immane ed in confronto chiunque riterrebbe preferibili i rischi di un livello di criminalità maggiore di zero.
Per i crimini telematici vale, né più né meno, lo stesso ragionamento. Essi devono essere combattuti ma entro limiti di buon senso, sia dal punto di vista dei costi che del rispetto della privacy dei cittadini.
I liberali saranno quindi contrari a forme di controllo e di investigazione da parte dello Stato che, in nome della lotta ai reati su internet, risultino nei fatti lesivi nei confronti del diritto alla riservatezza di tanti onesti cittadini.

Un tema sul quale siamo, nei fatti, molto distanti dalle posizioni del “movimento pirata” è quello della cosiddetta “net neutrality”, un concetto che nel gergo di molti militanti per la libertà digitale significa parità di trattamento “per tutti” in termini di neutralità della rete ai fornitori di accesso dovrebbe essere vietata la predisposizione di “corsie telematiche preferenziali” a chi sia disposto a pagare di più.
Si tratta, evidentemente, di una posizione difficilmente difendibile da un punto di vista liberale. Essendo la banda una risorsa limitata ed essendo le applicazioni ed i servizi sempre più “band consuming”, è chiaro che solo un sistema di prezzi può consentire un’allocazione ottimale delle capacità della rete evitando sprechi ed abusi.
E’ ragionevole, pertanto, che se intendiamo offrire una web tv di qualità, ci venga chiesto di pagare di più per disporre di più banda – e non va trascurato, da questo punto di vista, che i costi in ballo sono in ogni caso significativamente inferiori rispetto alle tecnologie tradizionali.
Forzare i providers ad assicurare pari trattamento per tutti vuol dire peraltro impedire loro di sviluppare liberamente i loro modelli di business, costringendoli a politiche di prezzo subottimali che tra l’altro necessariamente impongono di caricare relativamente più costi su chi consuma di meno. In questo contesto si limita necessariamente la profittabilità di investimenti da parte dei providers e di conseguenza si rallentano gli sviluppi infrastrutturali per la banda larga.
Quello che è davvero utile, nei fatti, non è la parità di trattamento, bensì l’esistenza di “tariffari” trasparenti e non discriminatori, eventualmente promuovendo quadri normativi che traccino una separazione tra fornitori di accesso e di connettività da una parte e fornitori di servizi, di applicazioni e di contenuti dall’altra.

Una questione totalmente diversa è, invece, il principio di neutralità della rete rispetto ai contenuti, che resta assolutamente imprescindibile. Al di là dei casi specifici di reato, resta l’utente finale l’unica persona che deve poter valutare nel merito i siti web, senza alcuna forma di filtraggio preventivo che lo trascenda.

Su questi temi – e su tanti altri aspetti legati all’evoluzione normativa della rete – siamo determinati, anche per il futuro, a tenere alto il dibattito.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

4 Responses to “Libertiamo e la Festa dei Pirati, un’adesione critica”

  1. filipporiccio ha detto:

    “chi potrebbe sostenere l’opportunità di un modello che riducesse a zero gli omicidi, prevedendo che ogni cittadino sia guardato a vista 24 ore su 24 da due poliziotti?”

    Be’ vedendo quelli che sostengono l’opportunità di distruggere le attuali reti di distribuzione dell’elettricità per forse ridurre di uno all’anno i casi di leucemia in una nazione come l’italia, o quelli che vogliono vietare il cinema 3D per eliminare forse un caso di infiammazione oculare all’anno, non mi stupirebbe se qualcuno prendesse seriamente in considerazione la proposta!

    Venendo all’articolo, la cosa interessante di Internet è che i reati che preoccupano sono:
    1) i reati di opinione, che in un paese liberale dovrebbero essere pressoché sconosciuti;
    2) i reati legati alla diffusione illegale di materiale coperto da copyright, che va bene sono sbagliati, ma sui quali si stanno creando delle idee mostruosamente illiberali: tagliare l’accesso ad internet ad un utente prima di un processo, “ex lege” forzare tutti i sistemi ad avere protezioni (onerose) contro le copie pirata, e così via.
    Certo impedire la diffusione della pedopornografia è un nobile intento, ma non chiudo le strade per impedire ai pedopornografi di andare a fare le loro cose!
    Secondo i politici, il modello ideale delle relazioni tra stato e Internet è la Cina, ovvero quanto di meno liberale si possa avere senza chiudere completamente la rete. E di questo un liberale si dovrebbe preoccupare molto seriamente, molto di più che della copia illegale della musica e del software.

  2. Luca Cesana ha detto:

    ottimo, Ben!

  3. Luigi Di Liberto ha detto:

    Come abbiamo scritto questa primavera nell’articolo di cui il Pingback sopra riportato http://blog.tntvillage.scambioetico.org/?p=5737 siamo rimasti delusi per l’assenza di Benedetto all’iniziativa, sappiamo che sulla Net Neutrality la nostra visione e molto lontana salla vostra, basta leggere i documenti che abbiamo noi e voi inviato alla commissione europea, ma ci sarebbe piaciuto chiedergli se condivide l’opinione che il file sharing senza scopo di lucro sia classificato un reato penale e se fosse disponibile a sottoscrivere una proposta di legge che semplicemente abroghi la lettera a-bis del comma 1 all’articolo 171 della legge sul diritto d’autore, ovvero abolire i commi 3-ter e 3-quater all’articolo 3 della legge 31 marzo 2005, n. 43, oppure pensate che vada bene così.

    Non abbiamo potuto chiederglielo in quella occasione e quindi mi permetto di fare ora questa pubblica richiesta.

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  1. […] tutti gli interventi hanno sostanza apprezzabile ma viene purtroppo a mancare l’intervento di Benedetto Della Vedova e con lui un confronto che avrebbe sicuramente arricchito la […]