– La salvaguardia della nostra plurimillenaria identità indoeuropea, composta di una base cristiano/giudaica aperta anche alle altre religioni, laica nella gestione dello stato, liberale e libertaria nella vita civile,  non si realizza confidando su politiche ed atteggiamenti xenofobi o razzisti. Si tratta di una “barriera” fragile, illusoria e provvisoria, perciò molto pericolosa, e questo al di là del contingente pericolo per gli stranieri che ne sono vittime, i quali in genere sono persone venute in Italia per  lavorare onestamente  o per sfuggire alle persecuzioni ed alle guerre, che non hanno niente a che fare con criminali e capi di mafie straniere. Della xenofobia oltretutto possono cadere vittime anche “purosangue” italiani, come il giornalista  Marcello Veneziani  (Veneziani: «L’Italia? Un Paese razzista Se sei appena abbronzato, ti fermano), o campioni adottati dall’estero come il calciatore Mario Balotelli.Se oggi noi Europei parliamo lingue neolatine o neogermaniche, e non dialetti mongoli, lo dobbiamo al coraggio ed alla determinazione dell’ultimo dei generali Romani. Il generale Flavio Ezio, un “immigrato” naturalizzato Romano. Egli, in un Impero ormai in disfacimento, oppose in campo aperto ad un antenato di Gensis Khan,  Attila, conosciuto come il  “Flagello di Dio”, un esercito formato dalle ultime legioni e da “barbari” romanizzati, Alani e Goti, che, sotto le insegne dell’Aquila imperiale, travolse nella battaglia dei “Campi Catalaunici” l’orda degli Unni. Ezio aveva ben compreso che l’unica maniera per salvaguardare l’eredità di civiltà dell’Impero era quello di favorire la nascita di una Confederazione di Nazioni libere di Latini, Goti, Alani, ecc.

Ebbene che cosa fece il tronfio, xenofobo e razzista imperatore Valentiniano III? Lo uccise, ritardando di quasi due millenni l’inevitabile l’affermazione dell’idea di un’Europa composta da una Confederazione di Nazioni libere. Sull’apporto fondamentale delle popolazioni cosiddette  “barbare”  alla nascita e grandezza dell’Impero Romano sono molto utili, da un lato, l’approfondito saggio di Alessandro Barbero dal titolo Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano , dall’altro, il capitolo relativo all’Impero Romano nel libro di Amy Chua  Day of Empire: How Hyperpowers Rise to Global Dominance and Why They Fall, segnalato anche da Meritocrazia, blog del Corriere della Sera (Apertura ai talenti e vantaggio strategico: lo studio comparativo di Amy Chua).

Le nazioni “emergenti”, per accettare le condizioni statunitensi ed europee di apertura dei loro mercati interni ai nostri prodotti e servizi e sbloccare quindi il negoziato “Doha Round”, non chiedono la totale apertura delle nostre frontiere, perchè non sono così incoscienti da rischiare di “svuotare” completamente le loro nazioni di tutte le forze produttive che si riverserebbero in massa in Europa o negli USA. Essi chiedono, semplicemente, una maggiore liberalizzazione per l’immigrazione temporanea di studenti e di personale altamente e mediamente qualificato. Un’importazione di cervelli che servirebbe più a noi che a loro.