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La xenofobia non difende ma disarma l’identità europea

– La salvaguardia della nostra plurimillenaria identità indoeuropea, composta di una base cristiano/giudaica aperta anche alle altre religioni, laica nella gestione dello stato, liberale e libertaria nella vita civile,  non si realizza confidando su politiche ed atteggiamenti xenofobi o razzisti. Si tratta di una “barriera” fragile, illusoria e provvisoria, perciò molto pericolosa, e questo al di là del contingente pericolo per gli stranieri che ne sono vittime, i quali in genere sono persone venute in Italia per  lavorare onestamente  o per sfuggire alle persecuzioni ed alle guerre, che non hanno niente a che fare con criminali e capi di mafie straniere. Della xenofobia oltretutto possono cadere vittime anche “purosangue” italiani, come il giornalista  Marcello Veneziani  (Veneziani: «L’Italia? Un Paese razzista Se sei appena abbronzato, ti fermano), o campioni adottati dall’estero come il calciatore Mario Balotelli.Se oggi noi Europei parliamo lingue neolatine o neogermaniche, e non dialetti mongoli, lo dobbiamo al coraggio ed alla determinazione dell’ultimo dei generali Romani. Il generale Flavio Ezio, un “immigrato” naturalizzato Romano. Egli, in un Impero ormai in disfacimento, oppose in campo aperto ad un antenato di Gensis Khan,  Attila, conosciuto come il  “Flagello di Dio”, un esercito formato dalle ultime legioni e da “barbari” romanizzati, Alani e Goti, che, sotto le insegne dell’Aquila imperiale, travolse nella battaglia dei “Campi Catalaunici” l’orda degli Unni. Ezio aveva ben compreso che l’unica maniera per salvaguardare l’eredità di civiltà dell’Impero era quello di favorire la nascita di una Confederazione di Nazioni libere di Latini, Goti, Alani, ecc.

Ebbene che cosa fece il tronfio, xenofobo e razzista imperatore Valentiniano III? Lo uccise, ritardando di quasi due millenni l’inevitabile l’affermazione dell’idea di un’Europa composta da una Confederazione di Nazioni libere. Sull’apporto fondamentale delle popolazioni cosiddette  “barbare”  alla nascita e grandezza dell’Impero Romano sono molto utili, da un lato, l’approfondito saggio di Alessandro Barbero dal titolo Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano , dall’altro, il capitolo relativo all’Impero Romano nel libro di Amy Chua  Day of Empire: How Hyperpowers Rise to Global Dominance and Why They Fall, segnalato anche da Meritocrazia, blog del Corriere della Sera (Apertura ai talenti e vantaggio strategico: lo studio comparativo di Amy Chua).

Le nazioni “emergenti”, per accettare le condizioni statunitensi ed europee di apertura dei loro mercati interni ai nostri prodotti e servizi e sbloccare quindi il negoziato “Doha Round”, non chiedono la totale apertura delle nostre frontiere, perchè non sono così incoscienti da rischiare di “svuotare” completamente le loro nazioni di tutte le forze produttive che si riverserebbero in massa in Europa o negli USA. Essi chiedono, semplicemente, una maggiore liberalizzazione per l’immigrazione temporanea di studenti e di personale altamente e mediamente qualificato. Un’importazione di cervelli che servirebbe più a noi che a loro.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

14 Responses to “La xenofobia non difende ma disarma l’identità europea”

  1. Andrea ha detto:

    Se non fosse stato per l’azzardatissimo parallelo fra quel periodo dell’Impero romano e la situazione che viviamo ai nostri giorni sarebbe stato anche un buon articolo.

  2. Giovanni Papperini ha detto:

    Andrea,

    sarà “azzardatissimo”, ma uccidere uno stratega in grado di creare un esercito “multietnico”, attraendo sotto le bandiere Romane interi popoli ormai completamente indipendenti dal potere dell’imperatore e poi meravigliarsi che tutto vada a rotoli. Prendersela poi con i “cinesi” dell’epoca, i commercianti greci, cacciandoli da Roma. Non so perché ma qualche riferimento alla situazione attuale mi viene in mente

  3. Claudio ha detto:

    Ezio è stato un grande generale, Valentiniano III un mediocre imperatore, detto questo le ragioni dello sciagurato assassinio di Ezio sono oscure, tra le varie ipotesi c’è per l’appunto anche l’avversione di Valentiniano all’ipotetica confederazione con i barbari auspicata da Ezio, ma è un po’ ridicolo dare per scontato che questa sua avversione fosse motivata da razzismo e xenofobia, qualsisi imperatore (o quasi) sarebbe stato contrario ad una simile confederazione che gli avrebbe fatto perdere (anche dal punto di vista formale) territori e potere.
    Ma si sa, di questi tempi è di moda vedere razzismo e xenofobia ovunque…

  4. Giovanni Papperini ha detto:

    Claudio,

    per favore leggi a pagina 89 l’estratto del libro di Le Goff, Jacques – L’Italia Fuori d’Italia. L’Italia Nello Specchio Del Medioevo che ho linkato sotto Valentiniano III, ti renderai conto che ho usato i termini razzista, xenofobo, avrei dovuto usare anche antisemita ma sarei andato fuori tema dell’articolo, non tanto per la sciagurata uccisione di Ezio ma per l’impersonificazione in Valentiniano III di un atteggiamento “escludente” rispetto agli stranieri ed alle altre culture e religioni che purtroppo stava prevalendo in quello che restava dell’Impero. Certo se poi mi uccidi proprio colui che poteva evitare la totale catastrofe non solo sei un razzista, xenofobo e antisemita ma sei pure un mediocre imperatore

  5. Andrea ha detto:

    Non voglio fare la parte del saccente, non lo sono proprio di carattere. Ma in questo caso non si possono proprio fare paragoni. Se tu citi Ezio io cito l’Impero d’Oriente, che in epoca Giustinianea riuscì a ristabilire proprie truppe regolari ed indigene in luogo delle tribù barbariche stanziate come foederati. Costantinopoli sopravvisse quasi altri mille anni. Vuol dire che l’esclusione può funzionare? No. Vuol dire che i meccanismi di lotta intestina ai vertici dell’Impero (Ezio aveva più potere di Valentiniano III, ed era de facto a capo dell’Impero d’Occidente) non sono ascrivibili a categorie quali razzismo e xenofobia.

  6. Giovanni Papperini ha detto:

    Andrea,

    ripeto quello che ho scritto per Claudio. Roma ha esteso il suo territorio ed è divenuta un impero tramite un continuo e complesso rapporto con gli altri popoli, anche “barbari”. Li ha “romanizzati” e poi resi alleati. Ad un certo punto tale meccanismo di assimilazione-integrazione si è rotto, almeno per quanto riguarda l’Impero di Occidente. E Roma ha cominciato a ridursi da 700.000 abitanti a 300.000. Si è passati da un atteggiamento “includente” ad uno “escludente”, da un cristianesimo moderato ed aperto ad un cristianesimo antisemita, dall’accoglienza dei mercanti esteri alla espulsione dei mercanti greci, ecc. Le cause di tali “rottura” possono essere state tante, si ipotizza anche che siano state causate dalla “muraglia cinese” che ha provocato un riversarsi ad Occidente di masse non più gestibili di popolazioni nomadi che prima si riversavano in Cina. Sta di fatto che il popolo Romano ha perso poco alla volta quella spinta “imperiale”, quella “apertura verso al meritocrazia” indipendentemente dall’appartenenza etnica ( molti imperatori erano di origine africana o iberica, come del resto molti senatori, ecc) che le aveva permesso di divenire uno dei più grandi e duraturi imperi della Storia. Relativamente all’Impero d’Oriente, si è vero è durato per altri mille anni. Non sono propriamente uno storico, tuttavia ancora adesso la parola “bizantinismo” non ha un valore esattamente positivo, insomma era un impero non proprio da portare ad esempio, almeno nella lunga fase di agonia durata fino all’invasione ottomana.

  7. Giuliano ha detto:

    Caro Pepperini, non sono per niente d’accordo con molte affermazioni contenute nel testo:
    1) mi sembra che l’Europa e gli europei non abbiano avuto atteggiamenti e politiche xenofobi e razzisti, anzi, un mix di senso di colpa per il passato ecolonialista e di terzo-mondismo cattolico abbia fatto entrare nel continente già densamente popolato (il vero formicaio del mondo) decine di milioni di persone, in gran parte non altamente qualificate e spesso inservibili, quando non molesti (parassiti, delinquenti)
    2) le reazioni cosiddette xenofobe, quando ci sono state, sono proprio la conseguenza di tali politiche. La qualità della vita dei ceti popolari è peggiorata in molte città europee, ma il ceto politico e la borghesia intellettuale non se ne avvedono
    3) il generale Ezio era di famiglia romana, anche se cresciuto fin quasi a 18 anni in semi-ostaggio presso l’attuale Budapest, nel quartie generale degli Unni (per questo li conosceva bene!)
    4) l’apertura romana ai barbari era forzata, non era sufficiente la forza per respingerli oltre le frontiere se non comprandoli o assumendone una parte a difesa come legionari mercenari
    5) è vero che con i barbari alle immediate frontiere era in corso un processo di conoscenza, accettazione, assimilazione ecc., ma alla fine il progetto fallì perché l’irruzione degli Unni spinse molte popolazioni germaniche (e altre) a varcare definitivamente le frontiere e a impadronirsi dei territori sostituendo un’autorità romana già barcollante per ragioni amministrative, finanziarie, demografiche e probabilmente ambientali (raffreddamento climatico, che spingeva le popolazioni centro-nord europee ad entrare nelle zone più temperate, passando sull’Istro ghiacciato, cioè il Danubio, con i loro pesanti carri)

  8. Giovanni Papperini ha detto:

    Giuliano,

    è naturale che sono necessari più articoli per poter completare il quadro d’insieme. Avevo già in mente in successivi articoli di affrontare il tema dei limiti di sopportabilità dell’immigrazione, non sono uno “xenofilo”.
    Sul punto della “reazione” del popolo all’arrivo di masse considerevoli di immigrati sono più propenso ad a prendere in considerazione ed analizzare con attenzione le questioni relative all’impatto culturale e sociale, meno a quello della concorrenza sul mercato interno del lavoro poco qualificato. E’ necessario rendersi conto che in questi ultimi decenni siamo incorsi nella più pesante “inflazione” dai tempi dei galeoni spagnoli che approdavano in Europa carichi d’oro, solo che allora si trattava di inflazione aurea. Oggi , dopo la caduta del “Muro di Berlino” e il risveglio dei giganti cinese, indiano, brasiliano, si è riversata sul mercato internazionale , vero, del lavoro una massa enorme di persone tale da provocare uno sconquasso occupazionale di proporzioni enormi. Sconquasso assolutamente indipendente dall’arrivo o meno di masse di immigrati in Europa. Poiché la massa dei posti di lavoro perduti non deriva che in misura marginale dalla concorrenza sul mercato interno di lavoratori stranieri, ma dalla delocalizzazione e/o dalla vincita di appalti internazionali e forniture di servizi in paesi “emergenti” . Anzi, dirò di più l’Europa si salverà solo favorendo l’arrivo di personale mediamente-altamente qualificato proveniente da ogni parte del mondo ( i famosi 700.000 tecnici-ricercatori che ci mancano rispetto ai concorrenti asiatici ed agli USA) e favorendo una reale integrazione-assimilazione di masse di lavoratori extracomunitari non schiavizzati.

  9. Giuliano ha detto:

    Giovanni, già da tempo biologi etologi hanno sperimentato l’aumento dell’aggressività degli animali quando stipati in uno spazio ristretto. E l’uomo è un animale. Nello spazio umano aumenta, oltre all’aggressività, anche l’invivibilità e diminuisce la qualità della vita. Aumenta anche l’impatto ambientale. Lo psicologo e sessuologo Luigi De Marchi dice spesso, nei suoi interventi su radio radicale, che l’Europa è il vero formicaio del mondo. Fondatore negli anni 70 dell’AIED, associazione per la prevenzione delle gravidanze indesiderate, si è sempre battuto per la limitazione delle nascite e della popolazione, a prescindere dai flussi immigratori. La sua posizione è diametralmente opposta a quella dei radicali che lo ospitano, che invece sul tema hanno una posizione simile a quella dei cattolici (aggiungi un posto a tavola!).
    Il sovraffollamento dei mezzi pubblici (vivo a Roma), dei marciapiedi occupati militarmente dagli ambulanti stranieri, delle case nei quartieri popolari, le baracche abusive nei parchi anche urbani, non sono sentiti come problemi dai politici e dagli intellettuali che vivono un po’ fuori dalla realtà ma molto dalla gente comune, che poi viene accusata dai primi di essere xenofoba. Senza contare che il mancato filtro alle frontiere permette l’entrata di persone poco qualificate e spesso propense a vivere di espedienti.
    Prendendo in considerazione quelli che lavorano, posso assicurare che gli stranieri una certa concorrenza ai lavoratori, dipendenti e autonomi con bassa istruzione, ex detenuti ecc., la fanno. La crisi finanziaria, la concorrenza estera, la delocalizzazione estenderanno il problema anche ad altre fasce finora al riparo. Aumenterà la c.d. guerra tra poveri anche per l’occupazione. A prescindere dalle problematiche culturali e sociali, che pure esistono dove gli stranieri fanno massa.
    In conclusione, penso che l’unica immigrazione accettabile è di tipo omeopatico, cioè in piccolissime dosi (quantità), e di natura simile (qualità) a quella della popolazione che la accoglie. Una immigrazione allopatica, cioè in dosi massicce e qualitativamente ostiche ai residenti indigeni (per comportamenti, valori ecc.) non potrà che causare il rigetto come corpo estraneo dei migranti. Il peggioramento della qualità della vita patito dagli indigeni non potrà essere nascosto dai sensi di colpa instillati da religiosi, intellettuali, artisti e politici. Il mancato rigetto non sarebbe poi positivo: significherebbe soltanto che la gente si sarà abituata al peggio e che avrà accettato di vivere nel declino.
    P.S.: lavoro in un ente di ricerca e francamente la storia delle centinaia di migliaia di lavoratori altamente qualificati mancanti in Europa (e in Italia), da ricoprire con laureati afroasiatici, mi pare tanto una balla della UE portata avanti da giornali tipo Corriere della Sera. Io vedo tanti laureati, anche tecno-scientifici, che si sbattono per 1000 euro al mese.

  10. Giovanni Papperini ha detto:

    Giuliano,

    quello che veramente mi interessa è tentare di far comprendere che è erroneo pensare “mandiamo via dall’oggi al domani quasi 5 milioni di stranieri e creeremo automaticamente 5 milioni di posti di lavoro per Italiani” ed altre pazzie del genere. Poi sulla concorrenza dei lavoratori stranieri per i lavori più umili e per gli artigiani e commercianti, le questioni di “prossemica” ecc, la criminalità portata da stranieri nulla facenti,ecc… possiamo discutere su tutto e ti assicuro che affronterò nei prossimi articoli se non tutti una gran parte delle questioni che sollevi, cercando di elencare dati reali e non campati in aria solo per il gusto di far valere le mie convinzioni. L’importante è non ragionare per slogan ed opporci tutti insieme ad attacchi meschini verso i singoli stranieri che non hanno niente a che fare con questioni che passano ben oltre il comportamento del singolo.

  11. Giuliano ha detto:

    Caro Giovanni, ho la tua età e ho studiato in un liceo classico ancora severo e autoritario nella prima metà degli anni 70. Fra i ricordi, la prof. di filosofia che spiegava come dei filosofi greci insegnavano questo trucco dialettico: attribuire all’avversario una tesi molto debole e stupida, e poi, in antitesi, farla a pezzi irridendola. Così a me, che riflettevo sul sostanziale fallimento sociale dell’immigrazione di massa degli ultimi decenni in Italia (ma anche in Francia ed Olanda, dove ho visto di persona) e che mettevo in guardia dall’andare avanti così, viene attribuita la tesi “mandiamo via 5 milioni di persone dall’Italia”. Una tesi che non ho mai sentito nemmeno da quelli che hanno subito più furti nell’appartamento dopo la comparsa nelle vicinanze di un campo nomadi, che sanno ben distinguere tra zingari e, ad esempio, filippini o polacchi.
    Personalmente, temo più pericoloso l’antirazzismo che vuole difendere tutti, persone per bene e delinquenti, e che vuole fare entrare tutti, senza filtri, del cosiddetto razzismo combattuto da tutte le istituzioni ma che poi, salvo qualche episodico fattaccio a Tor Bella Monaca (Roma Casilina) e i cori anti-Balotelli, sembra essere una minaccia inconsistente.
    Ragionare per slogan: anche qui mi pare che sia soprattutto una caratteristica dei favorevoli all’immigrazione, dal “siamo tutti clandestini” dell’estrema sinistra ai manifesti della Benetton con teneri bambini di tutte le razze, dall’accogliamo i nostri fratelli dei parroci alla politica dell’integrazione del PD.
    Nel mio quartiere (Aurelio-Pineta Sacchetti), dove gli stranieri sono principalmente operai (est-europei, soprattutto polacchi) e commercianti (indo-pakistani e cinesi) tutti sono perfettamente integrati senza prediche di alcuno, e i bambini, nati in Italia o meno, sono deliziosi e ben educati, a differenza di diversi sguaiati e maleducati “romani”. Quando però si sono accampati dentro il parco della Pineta Sacchetti più di 100 rom balcanici (con tanto di baracche in legno e lamiera), c’è stata la rivolta e la sinistra, che si era battuta per la realizzazione del parco ma che per mesi non aveva profferito parola, alle successive elezioni ha perso il controllo del municipio. Razzisti? Forse chiamano razzisti, egoisti, xenofobi quelli che “discriminano” i comportamenti ma non hanno mai discriminato le altre etnie, tantevvero che i filippini, i primi a venire nel nostro quartiere, sono benvoluti anche se geneticamente e geograficamente lontani da noi. Chi non “discrimina” per niente gli stranieri, poi si sente antropologicamente diverso e superiore agli altri italiani, fa le prediche moralistiche sui connazionali razzisti, ma in genere vive lontano dagli stranieri che creano problemi, gira sugli scooteroni e non sui mezzi pubblici ecc. È quello che viene chiamato radical chic oppure catto-comunista. Vuole il bene universale ma poi ci porta all’inferno. Tu mi sembri diverso, e per questo scambio le mie opinioni con te. ma hai una evidente sudditanza culturale verso quelle posizioni. Io, figlio di immigrati sardi degli anni 50 e di estrazione familiare laico-socialista, non ho i sensi di colpa di quei borghesotti liberal con il dito puntato.

  12. Giovanni Papperini ha detto:

    Giuliano,

    Avrò avuto suppergiù 16 anni , da qualche anno leggevo “Il Borghese” e il “Candido” . Cominciavo tuttavia ad avere dei dubbi sul loro contenuto. Ritenevo che il pensiero conservatore di Prezzolini e Guareschi fosse stravolto da interpretazioni reazionarie. Stavo per smettere di leggerli , quando un giorno fui sorpreso in classe da una delle frequenti “occupazioni studentesche” del liceo “rosso” che frequentavo.
    La massima espressione di contestazione al “soviet’ rosso che controllava la scuola era, da parte mia, quella di affrontare i “picchetti” ed entrare a scuola sempre. Penso di essere stato odiato dai professori quando in pratica davano lezioni solo a me . Rimasi quindi sconcertato quando, improvvisamente , mi si avvicinò un “capetto rosso” delle superiori e a bruciapelo mi disse” “Papperini, sappiamo chi sei e che leggi “Il Borghese” e il “Candido”, ti consigliamo, per il tuo bene, di non farlo più!” Il messaggio intimidatorio in puro stile “sovietico-mafioso” , ha, naturalmente, avuto l’effetto contrario e ho continuato a leggere ancora quelle riviste e libri “conservatori” . Dal punto di vista della vista vissuta, sono un “relocato” interno, nato al Nord, ho vissuto la mia infanzia al Sud e dal ’69 vivo a Roma.
    Ho conosciuto molti stranieri per ventura della vita e per la mia professione e spesso mi sono dovuto ricredere su alcune mie idee preconcette su di loro.
    Sulla mia pelle ho “sentito” il razzismo quando ero fidanzato con una ragazza coreana. Una sensazione strana, non facilmente spiegabile per chi non lo subisce di persona.

  13. Giuliano ha detto:

    Giovanni, io ho una storia politica diversa: negli anni 70 ero diventato un estremista di sinistra e ho conosciuto diversi esponenti che ora sono noti politici, giornalisti, sindacalisti impegnati a sinistra. Settantasettino militante, a cavallo tra i 70 e 80 lentamente mi sono disintossicato da ogni tipo di “fumo”, soprattutto quello ideologico, il più pericoloso. Dopo un periodo di assoluto disinteresse per la politica (c.d. periodo del riflusso), ho cominciato a riflettere e ho rivalutato il ruolo dell’individuo, del mercato, della scienza e della tecnologia. Alla fine degli anni 80 le mie posizioni erano ormai opposte a quelle degli amici rimasti a sinistra. Disillusi dal “socialismo” dopo la perestroika, Tien An Men e il crollo dl muro di Berlino, loro hanno abbracciato l’ecologismo anti-industriale in luogo del marxismo-leninismo, il terzo-mondismo in luogo dell’internazionalismo proletario, il pacifismo anti-occidentale come sostituto della guerra di liberazione delle masse, gli immigrati al posto della classe operaia come possibile soggetto destabilizzante. Erano sconvolti per la “vittoria del capitalismo”, e allora auspicavano che l’occidente fosse sommerso da una ondata immigratoria che punisse i vincitori, compresa quella classe operaia che non aveva fatto la rivoluzione come scritto sui libri. In quel momento ho sottovalutato queste posizioni, mi preoccupava soprattutto, lavorando nel mondo della ricerca, la campagna contro il nucleare e le biotecnologie, coronata purtroppo da successo. Quando l’immigrazione incontrollata è diventata massiccia, dalla seconda metà degli anni 90, ho capito che non c’è solo la sciatteria e inefficienza delle istituzioni, la voglia della chiesa di rimpolpare le schiere dei fedeli, l’incapacità dei politici di capire che non siamo più un paese di emigranti ma un paese oggetto di immigrazione, ma che c’è un disegno politico per incrementare il numero degli stranieri, visto come nuovo proletariato da evangelizzare e plagiare dopo che gran parte della classe operaia, soprattutto al nord, ha abbandonato i suoi supposti leader.
    Tu dirai che io parlo di altro, ma è questo il contesto politico in cui ci troviamo a operare, in cui occorre scegliere che tipo di immigrazione avere, omeopatica o allopatica. Quanto alle esperienze personali, sicuramente possono accedere cose sgradevoli, ma quando si emigra bisogna metterle in conto (è l’esperienza di mio padre, e anche mia quando ho vissuto un paio di anni in Nord Italia). Sul momento delle battute e delle occhiate possono dare fastidio, tuttavia poi si comprendono: non si è i primi ad essere arrivati come ospiti in un posto (non siamo a inizio Ottocento!), ma si è stati preceduti per decenni da un gran numero di persone che non sempre si sono comportate bene e che pertanto hanno creato un pregiudizio verso quelli che vengono dalle tue parti. Il pregiudizio è facile da superare se si è istruiti e ci si integra facilmente. Più difficile quando si comunica poco con gli indigeni, si vive solo con i conterranei e si è omertosi verso di essi. Mi ricordo da ragazzino che mio padre, ai sardi che vivevano nelle campagne del Lazio e della Toscana, diceva di imparare la lingua italiana, essere più aperti verso gli indigeni e, soprattutto, di non ospitare i poco di buono, i responsabili di furti di animali e i sospetti sequestratori di persona. Perché avrebbero pagato con il pregiudizio, anche verso i loro figli, tali posizioni di “solidarietà etnica”. Retrospettivamente, si può dire che i sardi sono stati i primi dell’Italia meridionale e insulare a rompere con l’omertà e a liberarsi dai pregiudizi. Purtoppo non è stato lo stesso per i campani, i calabresi e i siciliani, ancora oggi, anche in Nord America, oggetto di scherno (vedi telefilm di successo, cartoni animati ecc.). Insomma, il razzismo, la xenofobia sono fenomeni complessi, creati dalla interazione fra i comportamenti e le culture dei residenti con quelli degli immigrati e che vengono meno solo quando le diversità non sono antagonistiche (comportamenti criminali o devianti) ma solo complementari (ad esempio tradizioni alimentari ecc.).

  14. Giovanni Papperini ha detto:

    Giuliano,

    che ci siano state nel passato, ed in parte ancora adesso, delle questioni poco chiare dietro alle immigrazioni massicce “da offerta” è palese. Svelare che cosa è accaduto è più difficile e potrebbe dare risultati non scontati. Dietro all’immigrazione vi sono anche interessi socio-economici-politici che esulano dall’interesse o meno dello Stato nel ricevere o respingere gli immigrati. Certo se l’Italia fosse stata meno esposta strategicamente dall’estero nel settore energetico…………..Come vedi sono argomenti delicati che vanno affrontati a tempo debito e con opportune pezze d’appoggio per evitare di alzare polveroni inconsistenti.

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