Dopo aver pubblicato tre articoli sull’8 marzo, scegliamo di presentare questo interessante articolo di Marco Faraci sulla questione maschile in una data, il 18 marzo, che precede la Festa del papà e che per “assonanza numerica” richiama quella della donna – Le celebrazioni dell’8 Marzo hanno rappresentato anche quest’anno l’occasione per rilanciare politicamente il tema della condizione femminile, collocandosi come sempre all’interno della visione rituale e mainstream delle dinamiche sociali tra i sessi.
L’idea di per sé neutrale di uguaglianza di genere si declina nei fatti, nel dibattito politico e culturale, nel concetto di emancipazione femminile. In quest’ottica il percorso per l’uguaglianza niente più è – a quanto pare – se non il percorso di avanzamento delle donne.
Secondo la posizione “ufficiale”, del resto, le statistiche sul gender gap dimostrano come le donne siano tuttora vittime di una discriminazione sessuale sostanzialmente sistematica che ne compromette le possibilità di piena espressione politica, economica e sociale. Di conseguenza il completo raggiungimento della parità richiede uno shift di potere a favore delle donne.

Tuttavia va detto, a onor del vero, che è improprio collegare la presenza di un gap di genere – dato senz’altro innegabile – con una discriminazione di genere o in ogni caso con uno stato precostituito di minorità per uno dei due generi.
Non c’è dubbio che se si guardano determinati indicatori, come la presenza femminile nelle posizioni di potere politico ed economico, non si fa fatica ad assimilare le donne ai tipici canoni della minoranza svantaggiata, in ideale parallelo con i “neri” nei paesi dei “bianchi”.
E’ altrettanto vero però che, se si facessero statistiche di genere su fattori diversi, come il numero di carcerati, di morti sul lavoro, di vittime di incidenti o di senza fissa dimora, rileveremmo all’opposto che risultano più gli uomini che le donne ad essere conformi al tipico concetto di classe subordinata.
Come mai allora è una questione di genere la presenza di donne in parlamento e non lo sono invece le “morti bianche” al maschile?

Nella pratica, il fatto che gli uomini primeggino nel bene e nel male, nei consigli di amministrazione e nelle prigioni, è primariamente indice del fatto che l’attuale impianto culturale induce gli uomini ad essere in generale più “esposti”.
L’uomo sente più fortemente della donna la responsabilità di essere un breadwinner e ciò lo porta a “spingere” maggiormente ed a rischiare di più. Questo si traduce al tempo stesso in una maggiore possibilità di avere successo ed in una maggiore possibilità di essere un “fallito” o di mettersi nei guai. Essere uomini pertanto non è una condizione pregiudizialmente privilegiata, bensì una condizione complessa, enormemente influenzata dalla aspettative sociali e culturali legate alla maschilità.

Evidentemente il primo passo da fare quando si parla della questione di genere dovrebbe essere quello di rifuggire da schematizzazioni di classe che dividano i due sessi in oppressori e oppressi, casta privilegiata e casta subalterna.
Non è vero che gli uomini opprimano le donne come classe e certo neppure è vero il contrario.
E’ ragionevole, invece, pensare che uomini e donne abbiano contribuito nel tempo a sviluppare ed a consolidare i due ruoli sessuali tradizionali, entrambi al di là di tutto con vantaggi e svantaggi, ma probabilmente per lungo tempo gli unici compatibili con la sopravvivenza della specie.
Nell’ultimo secolo e mezzo il progresso tecnologico ha reso la produttività umana sempre meno dipendente dalla forza fisica e di conseguenza ha aperto la strada ad una modifica sostanziale di equilibri che erano rimasti stabili nei secoli.
Abbiamo assistito a straordinari cambiamenti nella condizione femminile che è stata al centro dell’analisi sociologica e dell’agenda politica, ma molto poco tempo è stato dedicato per comprendere veramente gli impatti che i profondi mutamenti degli equilibri di genere hanno avuto sulla condizione maschile. E soprattutto non si è mai ritenuto di conferire alla questione maschile una qualche dignità politica.

La sfida di oggi, invece, dovrebbe essere quella di promuovere un approccio liberale ed inclusivo alla questione di genere, che andando oltre gli steccati intellettuali, si proponga di ascoltare anche l’altro lato della storia – e di prendere coscienza che il conseguimento di una vera uguaglianza di genere richiede anche il riconoscimento ed il superamento delle discriminazioni e dei pregiudizi contro gli uomini.

C’è bisogno di un clima di disarmo ideologico in cui non sia più tabù sollevare il problema dell’equità di genere nel sistema pensionistico, non solo dal punto di vista dei conti pubblici, ma soprattutto per sanare un’ingiustizia contro i maschi costretti ad andare in pensione più tardi pur a fronte di un’aspettativa di vita significativamente inferiore.
In cui si possa parlare della grave discriminazione sessista contro tanti padri separati che sono non solo privati del contatto umano con i figli, ma che subiscono anche un grave danno economico che quasi sempre include la perdita dell’usufrutto dell’abitazione.
In cui si affronti pienamente la questione della scelta parentale, dato che a più di 30 anni dall’introduzione del diritto all’aborto per la donna, agli uomini continua a poter essere imposta una paternità contro la loro volontà.

C’è bisogno di creare una nuova sensibilità sulle più gravi violazioni dei diritti umani nei confronti degli uomini – ad esempio stimolando un dibattito sulla questione di un bando internazionale a quella pratica sessista e genericida che è la coscrizione obbligatoria maschile.

C’è bisogno, su un altro piano, di impegnarsi affinché la colpevolizzazione collettiva dei maschi non sia più ritenuta culturalmente e moralmente accettabile. Troppe volte infatti, persino in quegli ambienti progressisti in cui si ama ripetere che “la violenza non ha razza”, non ci sono remore nell’attribuire invece alla violenza un sesso. Parlare di “violenza degli uomini contro le donne” dovrebbe diventare una frase sconveniente quanto parlare di “violenza dei neri contro i bianchi”. Parlare di scompartimenti “rosa” nei metro “per ragioni di sicurezza” dovrebbe destare scandalo per lo meno quanto le sortite del leghista Matteo Salvini sugli scompartimenti riservati ai milanesi.

C’è bisogno, infine, di “sdoganare gli uomini”, di affermarne il legittimo diritto a esprimere il loro punto di vista sui gender issues.
Troppo spesso infatti su questi temi i maschi risultano relegati in una posizione di minorità morale, al punto che una confutazione delle proposte politiche della lobby rosa può in genere sperare di avere diritto di cittadinanza solamente a patto che provenga da una donna. Un eventuale intervento maschile sulle stesse posizioni verrebbe considerato, nella migliore delle ipotesi, come “inelegante” ma molto più probabilmente viene liquidato frettolosamente come espressione di arroganza “maschilista”.
Per quanto il contributo di donne illuminate e “male friendly” sia e resti determinante, anche gli uomini dovrebbero vedersi riconosciuto un pieno diritto di parola.

Continuare ad escludere gli uomini e la questione maschile dal dibattito di genere non è ormai più tollerabile. Non vuol dire, infatti, solo disconoscere tante tematiche politiche importanti, ma rappresenta anche una scelta socialmente miope che nel lungo termine genererà inevitabilmente malessere, contrapposizione ed ostilità.
E’ bene sottolineare, da questo punto di vista, che puntare l’attenzione sulla condizione sociale e giuridica degli uomini non significa gettare le basi di una “reazione” contro il femminismo o contro l’emancipazione della donna, ma al contrario richiamare ad un’applicazione coerente e davvero scevra da pregiudizi dei principi dell’uguaglianza di genere nella quale la maggior parte di noi si riconosce.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al progressivo indebolimento di alcuni dogmi culturali che sembravano inossidabili fino a poco tempo prima, dal mito dello “stato del benessere” alle tesi dell’ambientalismo ideologico.
E’ tempo che anche sul tema delle politiche di genere si trovi il coraggio di andare – per usare un’espressione del grande teorico del movimento maschile Warren Farrell – oltre la “cortina di pizzo” del politicamente corretto.