Sbagliato lasciare la questione maschile fuori dal dibattito

Dopo aver pubblicato tre articoli sull’8 marzo, scegliamo di presentare questo interessante articolo di Marco Faraci sulla questione maschile in una data, il 18 marzo, che precede la Festa del papà e che per “assonanza numerica” richiama quella della donna – Le celebrazioni dell’8 Marzo hanno rappresentato anche quest’anno l’occasione per rilanciare politicamente il tema della condizione femminile, collocandosi come sempre all’interno della visione rituale e mainstream delle dinamiche sociali tra i sessi.
L’idea di per sé neutrale di uguaglianza di genere si declina nei fatti, nel dibattito politico e culturale, nel concetto di emancipazione femminile. In quest’ottica il percorso per l’uguaglianza niente più è – a quanto pare – se non il percorso di avanzamento delle donne.
Secondo la posizione “ufficiale”, del resto, le statistiche sul gender gap dimostrano come le donne siano tuttora vittime di una discriminazione sessuale sostanzialmente sistematica che ne compromette le possibilità di piena espressione politica, economica e sociale. Di conseguenza il completo raggiungimento della parità richiede uno shift di potere a favore delle donne.

Tuttavia va detto, a onor del vero, che è improprio collegare la presenza di un gap di genere – dato senz’altro innegabile – con una discriminazione di genere o in ogni caso con uno stato precostituito di minorità per uno dei due generi.
Non c’è dubbio che se si guardano determinati indicatori, come la presenza femminile nelle posizioni di potere politico ed economico, non si fa fatica ad assimilare le donne ai tipici canoni della minoranza svantaggiata, in ideale parallelo con i “neri” nei paesi dei “bianchi”.
E’ altrettanto vero però che, se si facessero statistiche di genere su fattori diversi, come il numero di carcerati, di morti sul lavoro, di vittime di incidenti o di senza fissa dimora, rileveremmo all’opposto che risultano più gli uomini che le donne ad essere conformi al tipico concetto di classe subordinata.
Come mai allora è una questione di genere la presenza di donne in parlamento e non lo sono invece le “morti bianche” al maschile?

Nella pratica, il fatto che gli uomini primeggino nel bene e nel male, nei consigli di amministrazione e nelle prigioni, è primariamente indice del fatto che l’attuale impianto culturale induce gli uomini ad essere in generale più “esposti”.
L’uomo sente più fortemente della donna la responsabilità di essere un breadwinner e ciò lo porta a “spingere” maggiormente ed a rischiare di più. Questo si traduce al tempo stesso in una maggiore possibilità di avere successo ed in una maggiore possibilità di essere un “fallito” o di mettersi nei guai. Essere uomini pertanto non è una condizione pregiudizialmente privilegiata, bensì una condizione complessa, enormemente influenzata dalla aspettative sociali e culturali legate alla maschilità.

Evidentemente il primo passo da fare quando si parla della questione di genere dovrebbe essere quello di rifuggire da schematizzazioni di classe che dividano i due sessi in oppressori e oppressi, casta privilegiata e casta subalterna.
Non è vero che gli uomini opprimano le donne come classe e certo neppure è vero il contrario.
E’ ragionevole, invece, pensare che uomini e donne abbiano contribuito nel tempo a sviluppare ed a consolidare i due ruoli sessuali tradizionali, entrambi al di là di tutto con vantaggi e svantaggi, ma probabilmente per lungo tempo gli unici compatibili con la sopravvivenza della specie.
Nell’ultimo secolo e mezzo il progresso tecnologico ha reso la produttività umana sempre meno dipendente dalla forza fisica e di conseguenza ha aperto la strada ad una modifica sostanziale di equilibri che erano rimasti stabili nei secoli.
Abbiamo assistito a straordinari cambiamenti nella condizione femminile che è stata al centro dell’analisi sociologica e dell’agenda politica, ma molto poco tempo è stato dedicato per comprendere veramente gli impatti che i profondi mutamenti degli equilibri di genere hanno avuto sulla condizione maschile. E soprattutto non si è mai ritenuto di conferire alla questione maschile una qualche dignità politica.

La sfida di oggi, invece, dovrebbe essere quella di promuovere un approccio liberale ed inclusivo alla questione di genere, che andando oltre gli steccati intellettuali, si proponga di ascoltare anche l’altro lato della storia – e di prendere coscienza che il conseguimento di una vera uguaglianza di genere richiede anche il riconoscimento ed il superamento delle discriminazioni e dei pregiudizi contro gli uomini.

C’è bisogno di un clima di disarmo ideologico in cui non sia più tabù sollevare il problema dell’equità di genere nel sistema pensionistico, non solo dal punto di vista dei conti pubblici, ma soprattutto per sanare un’ingiustizia contro i maschi costretti ad andare in pensione più tardi pur a fronte di un’aspettativa di vita significativamente inferiore.
In cui si possa parlare della grave discriminazione sessista contro tanti padri separati che sono non solo privati del contatto umano con i figli, ma che subiscono anche un grave danno economico che quasi sempre include la perdita dell’usufrutto dell’abitazione.
In cui si affronti pienamente la questione della scelta parentale, dato che a più di 30 anni dall’introduzione del diritto all’aborto per la donna, agli uomini continua a poter essere imposta una paternità contro la loro volontà.

C’è bisogno di creare una nuova sensibilità sulle più gravi violazioni dei diritti umani nei confronti degli uomini – ad esempio stimolando un dibattito sulla questione di un bando internazionale a quella pratica sessista e genericida che è la coscrizione obbligatoria maschile.

C’è bisogno, su un altro piano, di impegnarsi affinché la colpevolizzazione collettiva dei maschi non sia più ritenuta culturalmente e moralmente accettabile. Troppe volte infatti, persino in quegli ambienti progressisti in cui si ama ripetere che “la violenza non ha razza”, non ci sono remore nell’attribuire invece alla violenza un sesso. Parlare di “violenza degli uomini contro le donne” dovrebbe diventare una frase sconveniente quanto parlare di “violenza dei neri contro i bianchi”. Parlare di scompartimenti “rosa” nei metro “per ragioni di sicurezza” dovrebbe destare scandalo per lo meno quanto le sortite del leghista Matteo Salvini sugli scompartimenti riservati ai milanesi.

C’è bisogno, infine, di “sdoganare gli uomini”, di affermarne il legittimo diritto a esprimere il loro punto di vista sui gender issues.
Troppo spesso infatti su questi temi i maschi risultano relegati in una posizione di minorità morale, al punto che una confutazione delle proposte politiche della lobby rosa può in genere sperare di avere diritto di cittadinanza solamente a patto che provenga da una donna. Un eventuale intervento maschile sulle stesse posizioni verrebbe considerato, nella migliore delle ipotesi, come “inelegante” ma molto più probabilmente viene liquidato frettolosamente come espressione di arroganza “maschilista”.
Per quanto il contributo di donne illuminate e “male friendly” sia e resti determinante, anche gli uomini dovrebbero vedersi riconosciuto un pieno diritto di parola.

Continuare ad escludere gli uomini e la questione maschile dal dibattito di genere non è ormai più tollerabile. Non vuol dire, infatti, solo disconoscere tante tematiche politiche importanti, ma rappresenta anche una scelta socialmente miope che nel lungo termine genererà inevitabilmente malessere, contrapposizione ed ostilità.
E’ bene sottolineare, da questo punto di vista, che puntare l’attenzione sulla condizione sociale e giuridica degli uomini non significa gettare le basi di una “reazione” contro il femminismo o contro l’emancipazione della donna, ma al contrario richiamare ad un’applicazione coerente e davvero scevra da pregiudizi dei principi dell’uguaglianza di genere nella quale la maggior parte di noi si riconosce.

Negli ultimi anni abbiamo assistito al progressivo indebolimento di alcuni dogmi culturali che sembravano inossidabili fino a poco tempo prima, dal mito dello “stato del benessere” alle tesi dell’ambientalismo ideologico.
E’ tempo che anche sul tema delle politiche di genere si trovi il coraggio di andare – per usare un’espressione del grande teorico del movimento maschile Warren Farrell – oltre la “cortina di pizzo” del politicamente corretto.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

38 Responses to “Sbagliato lasciare la questione maschile fuori dal dibattito”

  1. Antonino Ma scrive:

    Punto di vista condivisibile, piena coscienza dello status sociale di entrambe i sessi ed analisi corretta dei fenomeni di interazione sociale dei due sessi. Complimenti

  2. Ho trovato il punto di vista di Marco Faraci molto interessante fin da subito, quando ci ha proposto l’articolo. Spero che le autrici dei tre pezzi sulla questione femminile vogliano replicare con le loro osservazioni, il dibattito è il sale della (vera) politica.

  3. Antonino Ma scrive:

    Scelta azzeccata! Auspicabile, grazie a Libertiamo, un’apertura del dibattito anche su altri media. La “questione” maschile anche oltre il 19 marzo, in cui non tutti gli uomini possono festeggiare, ma ripartendo da lì e parlarne di più.

  4. francesco scrive:

    davvero un punto di vista non solo interessante, ma anche spunto per diverse riflessioni sulla “questione” maschile

  5. iulbrinner scrive:

    E’ davvero con grande piacere che ho letto l’esemplare sintesi con cui Marco Faraci definisce le dimensioni politiche e sociali della c.d. “questione maschile”.
    Il tema, pur nella sua centralità per l’esistenza quotidiana delle persone, è circondato da una sorta di censura ideologica preventiva – lo stigma del ‘maschilismo’ -; un ‘cordone sanitario’ che non ha concesso, sinora, alcun tipo di approfondimento o di riflessione pubblica sul complesso argomento, all’esterno di alcune pieghe anonime del web e con l’isolata, seppur autorevole, eccezione di Claudio Risé.
    E’ incoraggiante che – almeno a livello di un singolo movimento d’opinione strutturato e politicamente rappresentato nelle istituzioni come questo – si cominci a dibattere anche di queste tematiche, con l’obiettivo di superare concezioni pregiudiziali radicate ed ingessature ideologiche.
    Voglio ringraziare il dr. Faraci per questo coraggioso e disallineato intervento pubblico.

  6. Giordano Masini scrive:

    Le politiche possono essere ispirate dall’interpretazione della realtà o da visioni ideologiche di essa. Sarebbe giusto osservare come l’aumento esponenziale delle opportunità per l’universo femminile nell’occidente industriale sia un effetto della ricchezza e della tecnolgia da essa prodotta, e non delle politiche, che non hanno fatto che adeguarvisi, o dei movimenti. Se un merito va riconosciuto al movimento femminista, è quello di avere scardinato le resistenze (anch’esse ideologiche) che pretendevano che la supremazia maschile venisse garantita come una sorta di “rendita” a precindere dalla realtà in mutamento. Ma se oggi consideriamo la velocità straordinaria con cui la condizione femminile è spontaneamente cambiata negli ultimi 100 anni, viene da pensare che ogni politica di regolamentazione dei rapporti tra i sessi in campo sociale, politico e economico (anche se ispirata dalle più nobili intenzioni) finisce per costituire un freno intollerabile a questo sviluppo.
    Grazie, Marco, per il tuo contributo.

  7. Grazie finalmente un articolo fuori dal coro

  8. bello ed interessante articolo, condivido totalmente.

  9. Simona Bonfante scrive:

    articolo mirabile. posso dirlo, da femmina? il femminisimo ha fatto – e continua a fare – sfaceli. la femmina non è affatto né vittima né preda di discriminazione machista.
    è un orrore che, a parità di carriera, una femmina possa andarsene in pensione prima.
    è un’aberrazione culturale pretendere di “discriminare positivamente” le donne, quasi a riscattarle di fantomatici debiti storicamente contabilizzati.
    è puro liberticidio sanzionare “moralmente” dire di una donna che è immeritevole di un ruolo di responsabilità professionale – anche se lo è davvero – solo perché, appunto, è donna.
    è un’ipocrisia stratosferica pretendere che un datore di lavoro preferisca – a parità di condizioni professionali – un maschio ad una donna che per dedicarsi alla maternità costringe la sua impresa a sobbracarsi di un’oggettiva maggiorazione dei costi di produzione.
    su tutto questo ci siamo.
    ci siamo pure nel riconoscere che le politiche di genere, in ambito economico-laburista creano distorsioni.
    mi fa invece un po’ ridere il concetto di “discriminazione morale” che si farebbe dell’uomo. maddeché? non tutti gli uomini sono stupratori ma non vi è stupratore che non sia uomo. così come non tutte le donne sono mignotte ma non vi è mignotta che non sia donna (o un suo simulacro).
    il limite di questo articolo a mio avviso é che mette insieme paradigmi tra loro non omogenei. risé definisce l’antropologia del maschio. le scienze economiche e sociali guardano altro. se l’uomo è consustanzialmente il breadwinner, la donna è dal pdv liberale fuori mercato, incapace di competere, persino inadatta a competere. a meno di snaturarsi, ovvero a farsi uoma.
    ringrazio cmq l’autore – e libertiamo – per questo pezzo che trovo tra i contributi sul tema più lucidi e stimolanti in cui abbia mai avuto modo di imbattermi.

  10. Andrea scrive:

    Sulla questione della maternità mi sento (da maschio) di dissentire. Quindi la differenza non sarebbe più di genere ma di aspirazioni. Una donna non è discriminata in quanto donna, ma quando decide di mettere al mondo un figlio ecco che torna la legittima preferenza del datore di lavoro a scegliere un maschio. Provocazione: rendere obbligatorio per il padre la perdita delle stesse settimane di lavoro che perde la madre a causa della gravidanza.

  11. Manuela scrive:

    Si.le donne e gli uomini devono andare in pensione alla stessa età, i padri separati devono avere gli stessi diritti e doveri delle madri. Le donne come gli uomini devono progredire nella carriera solo se meritevoli (ma spesso lo sono solo se raccomandati!). Ma le donne sono ancora discriminate, è inutile negarlo e lo sono soprattutto perchè chi decide le promozioni e gli avanzamenti sono perlopiù uomini, che quindi detengono ancora il potere in quasi ogni campo. Miglioramenti ci sono, è innegabile (ci mancherebbe!), ma non sono ancora sufficienti per poter dire che nel lavoro ci sono pari trattamenti e che gli uomini si sobbarcano al 50% la cura della famiglia. Non è così, e la colpa è anche delle leggi troppo protettive (falsamente) della maternità, che permettono assenze dal loro per la cura dei figli tale da scoraggiare i datori di lavoro e da danneggiare il proseguimento della carriera di una donna. Si, bisognerebbe imporre (anche se è una brutta parola) l’astensione dal lavoro ai padri a rotazione con quella delle madri. Così non si potrebbe più dire che le donne stanno troppo tempo assenti dal lavoro per i figli. Questo aiuterebbe tutti, anche le donne che figli non ne hanno, ma che purtroppo vengono comunque discriminate anch’esse poichè si fa di tutt’erba un fascio.

  12. Marco Faraci scrive:

    Grazie a tutti per i commenti.

    x Simona Bonfante
    Sicuramente la maggioranza degli stupratori sono uomini, ma il caso della violenza sessuale “uomo su donna” non è l’unico possible. Cresce ad esempio il numero delle donne che perpetrano violenza, spesso anche nei confronti di minori, come testimoniano anche alcuni fatti di cronaca recente. Così come ci sono episodi in cui sia il perpretratore che la vittima sono dello stesso sesso, tra i quali molti dei casi di violenza sessuale che avvengono in contesti di bullismo.
    Peraltro va detto che ci sono un certo numero di uomini che praticano la prostituzione e non solo trans, ma anche “accompagnatori” per signore o per gay.

    x Andrea
    La tua proposta ha senz’altro una sua logica ed è stata avanzata, tra l’altro, nel recente libro di Angela Padrone “La sfida degli outsider”.
    Non mi trova, peraltro, d’accordo per alcune ragioni.
    Innanzitutto perché si tratterebbe di una pesante ingerenza dello Stato nelle scelte private degl individui e come tutte le pianificazioni dall’alto e gli esperimenti di ingegneria sociale rischia di provocare nei fatti più conseguenze negative che positive. Tra queste anche potenzialmente la disincentivazione della natalità.

  13. iulbrinner scrive:

    Contando sul fatto che questo luogo voglia essere una ‘agorà’ aperta alle discussioni pubbliche – circostanza che sinora non è stata mai negata, quantomeno nella mia esperienza partecipativa – intendo puntualizzare alcune questioni di ordine generale sollevate da un particolare commento.
    @Simona Bonfante
    la quale ha scritto: “…mi fa invece un po’ ridere il concetto di ‘discriminazione morale’ che si farebbe dell’uomo. maddeché? non tutti gli uomini sono stupratori ma non vi è stupratore che non sia uomo…”
    Ora, vorrei che la sig.ra Bonfante – se lo vorrà – provi a spiegare come, in che modo e con quali mezzi fisici una donna potrebbe stuprare un uomo.
    Eventualità che, alla luce di banali evidenze fisiologiche, personalmente non riesco proprio a vedere ed a prefigurarmi.

    Dopodiché, fatto cento il riconoscimento di un’impossibilità materiale ad eseguire determinate azioni, come, da cosa ed in che modo faccia discendere da questa impossibilità materiale la differenziazione in termini ‘morali’ tra uomini (che hanno la possibilità di violentare) e donne (che, realisticamente, utilizzano solo altri metodi per violentare vite altrui) che ordinariamente, lei compresa, viene accampata.
    Un pò come se un cieco affermasse di essere moralmente migliore degli altri perché non sarebbe, comunque, in grado di sparare a nessuno.

    Se, infine, da queste considerazioni (solo una parte, tra le tante considerazioni possibili, in materia) la gentile commentatrice vorrà mantenere il punto circa l’insussistenza di una “discriminazione morale” a danno maschile – il ‘male-bashing’, come viene da tempo definito – mi farà piacere prenderne nota; con tanto di argomentazioni a corredo, comunque, sempre per prenderne nota e ragionarci sopra.
    Scelta di posizione che rimane, evidentemente, libera e tutta sua; ma sulla quale grava un enorme punto di domanda logicamente insoddisfatto e facilmente interpretabile, in assenza di chiarimenti, come pura e semplice faziosità femminile.

  14. interessante apertura alla QM .
    complimenti :-)

  15. Marco Faraci scrive:

    @Iulbrinner
    Questo è un luogo di discussione aperto, ma ritengo che sia opportuno tenere bassi i toni, evitando soprattutto di scendere sul personale.

  16. iulbrinner scrive:

    @Marco Faraci
    Non mi sembra di avere alzato i toni né di essere sceso sul personale, anche ad un’attenta rilettura.
    Mi sembra, anzi, di non essere stato io ad utilizzare espressioni come ‘ci sono concetti che mi fanno ridere’ per poi liquidarli con un tonico e compiaciuto ‘maddeché’.
    Ho chiesto semplicemente un chiarimento di merito che la diretta interessata è libera di fornire o meno.
    Se, poi, l’asserita negazione di un fenomeno esistente e visibile non può e non deve essere definita come ‘faziosità’ – termine ben poco offensivo ma di sostanza, a mio giudizio – allora, forse, sconto la rinuncia personale al linguaggio “politically correct”.
    Il termine può essere comodamente sostituito con ‘parzialità’ – ‘partigianeria’ – ‘incompletezza’ o simili.

  17. Simona Bonfante scrive:

    caro iulbrinner, temo abbia frainteso. con gli esempi citati – stupratore-uomo, mignotta-donna – intendevo solo sottolineare come i dispreggiativi morali pertengano equamente entrambi i generi. ed in tal senso non trovo che sia su questo piano, quello della discriminazione morale, appunto, che abbiano senso le rivendicazioni, femminili o maschili che siano. al contrario, trovo doveroso denunciare come fa l’autore l’esito aberrante di alcune politiche di genere, rispetto alla penalizzazione dell’uomo in caso di divorzio e/o aborto.
    il tono spiritoso, come hanno ben colto l’autore e gli altri lettori che hanno replicato alla mia “provocazione”, era patentemente autoironico. qualora invece il mio commento abbia potuto lasciare spazio ad ambiguità me ne scuso con te, con l’autore e con gli altri amici di libertiamo.

  18. iulbrinner scrive:

    Cara sig.ra Bonfante, mi assumo senz’altro l’onere di avere frainteso i toni spiritosi del suo post – ai quali mi sembra di avere, comunque, risposto con educazione – ma ribadisco la mia opinione sul merito della questione “morale” mantenendola a notevolissima distanza dalla sua.
    Ritengo che una discriminazione morale a danno del mondo maschile sia in atto, da tempo, al punto tale che oggi viene ritenuto normale, tanto per rimanere nel tema da lei proposto, colpevolizzare il cliente ma assolvere la prostituta – ad esempio – oppure proclamare l’inferiorità intellettuale del “maschio”, come sentiamo fare nelle più diverse occasioni, senza che questa “diminutio” venga interpretata come razzismo.
    La fenomenologia in questione è varia e documentata, anche se non è questa la sede per approfondirne le fonti.
    Rimane pur vero che acquisire coscienza di questo stato di cose non è cosa che riguardi direttamente lei o altre quanto, piuttosto, un mondo maschile narcotizzato da sensi di colpa storici e dalle quotidiane accuse mediatiche.
    Se non vorrà convenire con me – ma anche con Faraci, mi azzarderei a dire – su questi punti, non me ne farò sicuramente un problema.
    Non sono qui per fare comizi ma per dialogare, anche nelle divergenze, con altri.
    La saluto

  19. Andrea scrive:

    @Marco Faraci
    Il problema della disincentivazione della natalità quindi, si avrebbe solo se venisse fatta un’equiparazione tra uomo e donna, e non anche oggi che solo uno dei due sessi è direttamente coinvolto. Capisco che trovare una soluzione sia difficile, però sarai d’accordo con me che ultimamente le ipotesi si fanno più da un punto di vista maschile, anche quando vengono avanzate da donne.

    @iulbrinner
    Personalmente credo che lei sia un maschilista, che usa gli stessi argomenti, capovolti, che le femministe usano per dimostrare la loro superiorità. Il fatto che però una femminista venga accusata da altre donne di essere dannosa all’intero genere, mentre contro di lei nessuna voce maschile si alza accusandola di chiedere troppo dimostri come il putno di vista maschile sia ancora dominante.

  20. Guit scrive:

    Quando le donne erano discriminate nell’istruzione, la lotta parlava di quello.

    Oggi gli uomini sono discriminati nell’istruzione, e loro parlano solo di potere e carriera.

    Le donne hanno dimenticato le loro origini, perché?

    Perché conviene non parlarne. Conviene non morire, non pagare alimenti, godere di privilegi di ogni tipo, e rivendicare i posti al caldo, quelli comodi, quelli di potere.

    Non ho mai sentito una donna lamentarsi per non essere rappresentata sui ponteggi dei palazzi. Mai.

    E dai palazzi che vogliono tutti per loro, come l’edificio delle Pari Opportunità, scagliano anatemi di odio verso il genere che ha costruito, morendo e pagando, quei palazzi.

    Nelle parole delle donne di oggi c’è opportunismo e odio. Insulto dileggio e offesa.

    Le hanno educate e le educano a odiarci. Tutti i giorni la distribuzione planetaria del male-bashing procede indisturbata.

    Con le urla della Mussolini contro gli uomini, come ciliegina sulla torta.

  21. iulbrinner scrive:

    @Andrea

    Cos’è, esattamente, che “chiederei di troppo”?
    Quali sarebbero gli argomenti che – secondo la sua lettura – utilizzerei per “dimostrare una mia (maschilista) superiorità”?

    Intendo dire, uscendo fuori dagli slogan, a quali passaggi specifici dei miei post lei si riferisce, in concreto, per sostenere queste sue opinioni/sentenze?

    Consideri che le cose scritte stanno lì dove le ho postate; la verifica non è difficile.

  22. Andrea scrive:

    @iulbrinner
    mi scusi, mi sono sbagliato. Credevo di aver capito che, per lei, l’uomo è oggi più discriminato nel suo complesso della donna. Quindi converrà con me che le discriminazioni esistono da ambo le parti e che compito nostro sia isolare coloro che portano avanti istanze razziste contro i membri del genere opposto, da qualunque parte vengono. Lo dico perchè ci sono alcuni che vedono la donna come faziosa (questa famosissima faziosità femminile), tendenzialmente debole di fisico, e che quindi portano avanti le loro violenze in ben conosciuti altri modi.
    Pensi che altri ancora che dicono che uomo e donna nascono diversi. E chi tenta di negarlo è un pericoloso nostalgico dei regimi totalitari.

  23. iulbrinner scrive:

    @Andrea
    Sinceramente trovo difficile comprendere il filo del suo ragionamento, per cui mi limiterei ad osservare questo.
    Nella gara a punti che, secondo lei, vedrebbe le discriminazioni femminili sempre uno o più gradini sopra a quelle maschili, dimentica di osservare che nessun partito politico, nessun esponente pubblico, nessuna forza sociale – nessuno che è nessuno e niente di niente – si occupano ad oggi di rappresentare politicamente, nelle istituzioni o nella cultura, le istanze maschili; quelle stesse istanze che Marco Faraci ha efficacemente descritto nell’articolo.
    Per contro, c’è una specie di corsa sfrenata, da parte di molte forze politiche, a rappresentare, difendere, promuovere, esaltare, coccolare e privilegiare quelle femminili; in modo particolare dalla sinistra ma non solo. Non si sente parlare d’altro, in materia.

    Il resto che ha scritto mi sembra, sinceramente, assai confuso e fuori contesto.
    Non si capisce il nesso esistente tra coloro ‘che portano avanti le loro violenze in ben conosciuti altri modi’ e coloro che ‘vedono la donna faziosa e debole di fisico’, né tantomeno di chi stia parlando.
    Come non si capisce il nesso che legherebbe il ‘chiedere troppo’ o l’esibizione di ‘maschilismo’ – di cui lei ancora parlava – a ‘quegli altri ancora che dicono che uomo e donna nascono diversi’.
    Certo, io sono fermamente convinto che uomini e donne sono profondamente, antropologicamente, diversi; ma questo, tranne che per gli spiriti approssimati, non significa in alcun modo che l’uno sia superiore all’altro.
    Significa diversi.
    Anzi, significa che essi sono complementari (o tali dovrebbero essere per costituzione naturale).
    Mi sembra, insomma, che lei sia rimasto imbottigliato negli slogan di massa che si sentono quotidianamente sul tema ed io non so, davvero, cosa fare per aiutarla ad uscire dal suo traffico.
    Poi, magari lei ci si sente perfettamente a suo agio, quindi…

  24. Non capisco perchè si debba ridurre un problema sociale, che trova nell’articolo 3 della nostra costituzione un riconoscimento formale e sostanziale, ad una questione di genere; e capisco ancor meno perchè questo dia vita o debba dar vita ad uno scontro sul chi sta peggio.

  25. Addolorata scrive:

    Non ho mai saputo, da donna, identificarmi in un uomo. Manco in generale di empatia, e per carità, meaculpameaculpameamaximaculpa.

    Però, se fossi un uomo, prima di scrivere una frase come “a più di 30 anni dall’introduzione del diritto all’aborto per la donna, agli uomini continua a poter essere imposta una paternità contro la loro volontà”, ci penserei trecento volte, andrei a farmi una serena passeggiata nei prati, un po’ di giardinaggio, un po’ di corsa a passo leggero, poi rientrerei a casa e penserei ad altro.

    Sapete com’è, è appena da qualche millennio che ad una donna può essere impunemente imposta la maternità. Tranquilli, ragazzi, s’affronta. E uno a cui viene imposta la paternità (mai sentito parlare di quei simpatici attrezzetti chiamati “preservativi”, bellezze? Ecco, la butto lì, così magari cominciamo a fare qualcosa di pratico contro quest’aberrante questione maschile: un uomo che non si vuole veder imporre una paternità potrebbe cominciare con l’usarli sempre) non ha manco le nausee mattutine, e non si deve sobbarcare il parto.

    Attendo con ansia che Libertiamo promuova una raccolta di firme sul tema, comunque.

  26. galatea scrive:

    E’ interessante vedere come, ogni volta che si affrontano temi di genere, prima o poi i commenti si trasformino in una gazzarra in cui certuni lamentano discriminazioni e cercano di dimostrare di essere più discriminati degli altri…comunque, vedo di rispondere nel merito.

    Premetto che non ho mai avuto particolare simpatia per gli eccessi del femminismo e ritengo che ogni individuo vada giudicato per ciò che fa indipendentemente dal sesso. Trovo però piuttosto strano che venga scritto su un articolo che la “paternità” venga imposta dalla donna. Quando una donna resta incita, può scegliere se abortire o no indipendentemente dalla decisione del padre: questo è un portato del pensiero liberale cui qua tutti vi ispirate: nessuno, infatti, potrebbe imporre ad una donna di portare a termine una gravidanza contro la sua volontà, di fatto sequestrandone il corpo per nove mesi e costringendola a sopportare dolori e rischi. L’unica quindi che può decidere in merito è la donna, perché il corpo è suo ed il feto non ha ancora nessun diritto legale, non essendo, per la legge, un individuo soggetto di diritto.
    Quando il bambino invece è nato, diventa un individuo, nonché un cittadino italiano. Come tale, ha il diritto di essere mantenuto da entrambi i genitori, che sono corresponsabili della sua nascita. La “paterità” pertanto non viene “imposta” dalla donna, ma è un diritto del bambino (se la madre chiede il test del dna, lo fa a nome e in quanto tutrice del figlio). Ora, non vedo come sarebbe possibile consentire all’uomo di sottrarsi al suo dovere costituzionale di mantenere il figlio: se anche al momento del concepimento non ci ha pensato, sono fatti suoi; se dopo il concepimento ha deciso che quel figlio non lo voleva, e avrebbe voluto che la sua donna abortisse, la cosa non ha rilevanza: non si può certo ammettere per legge che uno possa scegliere quali figli mantenere e quali no, altrimenti immaginiamoci cosa potrebbe portare ciò persino all’interno di una famiglia: due figli nati dagli stessi genitori (magari regolarmente sposati) ma di cui uno viene mantenuto dal padre (perché al momento del concepimento il padre desiderava averlo) e l’altro no, perché concepito “incidentalmente”…
    Quindi, non vedo davvero come si possa trovare un modo per concedere agli uomini di poter “rifiutare la paternità”, come dite voi, nel caso la donna non accetti di abortire quando loro lo vorrebbero, senza ledere i diritti inalieniabili del bambino una volta che è questo è nato, perché ciò ricreerebbe in pratica una categoria di cittadini di serie B, non riconosciuti dal padre e pertanto privi anche dei diritti ereditari e patrimoniali, che il diritto di famiglia ha giustamente abolito proprio perché discriminatori.

  27. @GALATEA:

    “Come tale, ha il diritto di essere mantenuto da entrambi i genitori, che sono corresponsabili della sua nascita.”

    guarda che in Italia, la donna può disconoscere il figlio dopo il parto

    “se dopo il concepimento ha deciso che quel figlio non lo voleva, e avrebbe voluto che la sua donna abortisse, la cosa non ha rilevanza”

    ecco , quando si scrive una cosa del genere rivolta al genere femminile: se il figlio non lo voleva ma è stato concepito, la cosa non ha rilevanza…. giù le accuse si insensibilità maschilista!

    faccio notare che è pura convenzione l’attribuire diritti al nato e non al bimbo di 3 mesi o al feto di 6 mesi o al (appena) concepito

  28. iulbrinner scrive:

    @galatea, che scrive: “…..La “paterità” pertanto non viene “imposta” dalla donna, ma è un diritto del bambino (se la madre chiede il test del dna, lo fa a nome e in quanto tutrice del figlio). Ora, non vedo come sarebbe possibile consentire all’uomo di sottrarsi al suo dovere costituzionale di mantenere il figlio: se anche al momento del concepimento non ci ha pensato, sono fatti suoi; se dopo il concepimento ha deciso che quel figlio non lo voleva, e avrebbe voluto che la sua donna abortisse, la cosa non ha rilevanza…..”

    Intanto sarebbe opportuno considerare che le gravidanze incidentali non dipendono unicamente dall’eventuale irresponsabilità maschile (quello che non usa il preservativo) ma anche, perlomeno, da quella femminile, visto che la donna è un essere senziente e dotato di volontà al pari del suo partner.
    Non è affatto raro, peraltro, che la gravidanza incidentale venga strategicamente “simulata” da qualche donna per “incastrare” il malcapitato impollinatore; tanto per dare completezza al complicato quadro d’insieme.
    In secondo luogo, lei probabilmente ignora che l’aborto non è l’unico modo esistente che una donna ha di “negarsi la maternità” indesiderata.
    Esiste almeno un altro modo lecito, che si conosce come “parto anonimo”, grazie al quale una donna può disconoscere legalmente suo figlio appena nato affinché venga dato in adozione; senza dover sopportare, quindi alcun onere di mantenimento personale.
    A fronte di questo ventaglio di possibilità femminili, alla parte maschile non viene offerta alcuna possibilità.
    Se lui vuole un figlio e lei no, lui non può farci nulla.
    Se lei vuole un figlio e lui no, lei può farci eccome.
    Se una donna non vuole una maternità ha diverse opzioni per rifiutarla ed esercitare la sua “libertà di scelta”.
    Se un uomo non vuole una paternità può suo malgrado, per legge, esserci inchiodato come ad una croce, con buona pace della “libertà di scelta” maschile.
    Se lei non vuole abortire lui non può farci nulla.
    Se lui non volesse che lei abortisca, lui non può farci nulla allo stesso modo.
    Ecco, se a lei questa non sembra una situazione giuridicamente e moralmente squilibrata a danno maschile (una delle tante) a me, invece, sì; senza ombra di dubbio.

  29. galatea scrive:

    @Maschile individuale e iulbrinner: Il disconoscimento di maternità e di paternità è possibile e anzi necessario qualora si voglia rendere adottabile il bambino da terzi. Nel caso il bambino nasca, la madre, rinunciando al riconoscimento, ipso facto lo rende adottabile. Tecnicamente dovrebbe esserci anche l’analogo disconoscimento di paternità da parte del padre naturale, ma nella maggioranza dei casi si soprassiede perché se la madre non vuole o non può indicare l’uomo con cui ha concepito il figlio esso resta anonimo de facto. Ci sono casi in cui l’adozione di un minore può essere impedita, però, proprio perché il padre naturale dimostra di non aver mai firmato, all’atto della nascita, il disconoscimento di paternità, per cui la successiva adottabilità del bambino risulta nulla in quanto uno dei due genitori non aveva dato il consenso.
    Il problema si pone, invece, per quei bambini che non sono destinati a venire adottati: qui abbiamo una madre che riconosce il figlio, che quindi non è adottabile, ed un padre che non lo vuole riconoscere, pertanto in pratica accetta il figlio quale membro di diritto a tutti gli effetti del suo asse patrimoniale. Qui la legge, più che tutelare la donna, ha cercato di tutelare gli interessi del minore: qualsiasi caos abbiano creato fra loro i genitori, è assurdo che a pagarne le conseguenze sia un figlio che si ritrova a nascere senza averlo chiesto, in fondo, e che si troverebbe in una posizione subordinata rispetto ad eventuali fratelli o sorelle legalmente riconsciuti dai genitori. Dal momento che trovare una soluzione ottimale in questo caso è praticamente impossibile (se ne avete in mente una che salvaguardi in ugual maniera diritti del bambino, prego, ditela!), mi pare opportuno tentare di tutelare il bambino, che in fondo è l’unico innocente e la parte più debole delle tre.
    Quanto al sul perché e sul percome ci si possa ritrovare di fronte ad una gravidanza indesiderata, mi pare che sia assurdo tirare in ballo situazioni particolari: ci sarà sempre chi si approfitta della situazione, ma la Legge cerca di dare regole e garanzie per tutti, e pensare che ogni volta che una donna resta incinta lo faccia per incastrare il maschio di turno mi pare una generalizzazione davvero assurda, nonché un pochino anacronistica; anche perché, andando a citare casi particolari, allora potrei portare centinaia di esempi di donne che, rimasta incinte, quando hanno saputo che il compagno non voleva il bambino se lo sono allevate da sole senza chiedere un centesimo o disturbare minimamente il “padre”. Curioso che poi, a anni di distanza, siano stati spesso però i “padri” a lamentarsi di essere stati così tagliati fuori dal rapporto con i figli, e ad adire alle vie legali per poterli, anche se in ritardo, riconoscere…
    Quanto all’idea di “attribuire i diritti al nato” certo che è una convezione: sule convenzioni si basano le leggi. Per ora è la convenzione vigente. Quando passerà una legge che riconosce anche l’embrione o magari il singolo ovulo fecondato come individuo soggetto di diritti, ne ridiscuteremo. Prima di ciò la vostra idea che l’embrione, il feto o l’ovulo abbiano diritti pari al neonato non fa testo.

  30. galatea scrive:

    @iulbrinner: Vorrei capire però cosa suggerirebbe Lei come modello di situazione giuridicamente equilibrata:
    Una donna resta incinta e a) se lei vuole tenere il bambino ma il compagno no, deve abortire per forza? b) se lei non vuole tenere il bambino ma il compagno sì, deve portare forzatamente a termine la gravidanza? c) se decide di portare a termine la gravidanza ma il compagno non è d’accordo, il bambino non viene riconosciuto dal padre (quindi, alla fin fine, è il bambino che vede lesi i suoi diritti, non la donna, che continuerà tranquillamente la sua vita…)?
    Purtroppo, come si vede, è uno di quei casi in cui non esiste una posizione più giusta delle altre. Tutto sommato al padre viene “imposto” (per altro, solo se la madre o il figlio lo richiedono, altrimenti no) il riconoscimento, che è la scelta meno invasiva, perché comunque lui è il padre naturale del bambino. Va inoltre detto che anche il padre può chiedere che venga effettuato l’esame del DNA: nel caso in cui una donna, per esempio, abbia concepito il figlio ma non glielo abbia comunicato per impedirgli di partecipare alla vita del bambino, il padre, con questo metodo, può costringere la madre a fargli vedere il piccolo, di partecipare alla sua educazione ed eventualmente, può persino richiederne l’affidamento, ela madre non può impedire che il test venga fatto. il riconoscimento di paternità tramite test del DNA, insomma, può essere un mezzo di tutela anche dei diritti del padre.

  31. Marco Faraci scrive:

    @addolorata e Galatea
    Non sono d’accordo con il fatto che il modo di evitare una paternità debba essere semplicemente quello di “pensarci prima”.
    Questa era la classica accusa che da sempre veniva mossa alle donne che chiedevano il rispetto il controllo delle proprie scelte riproduttive.
    Il movimento di emancipazione femminile ha combatutto tale visione ed è riuscito a imporre un quadro di regole che consentissero alla donna anche la scelta “a posteriori”.
    Oggi i diritti riproduttivi delle donne sono protetti non solamente attraverso il diritto all’aborto ma anche attraverso la possibilità di abbandonare il bambino alla nascita, cosa non solamente ammessa ma addirittura pubblicizzata, persino dalla Chiesa che vi vede spesso la soluzione per “salvare capra e cavoli”, cioè “la vita” e il diritto della donna alla scelta.

    Quando dico di essere “pro choice for men too” non intendo certo che il padre debba controllare la gravidanza di una donna imponendole di interromperla o al contrario di portarla avanti contro la volontà di lei.
    Quello che intendo è che la decisione sulla possiblità di fare fronte alla conseguenze economiche e psicologiche di una paternità è una decisione che solo l’uomo in questione può prendere.
    Pertanto un uomo in nessun caso dovrebbe essere costretto ad assumersi obblighi parentali contro la sua volontà.

    La “choice for men” dal mio punto di vista è anche un principio estremamente poco invasivo. Infatti essa innanzitutto non è lesiva né del diritto del feto a nascere (se lo si ritiene tale) e quindi non si pongono i problemi di conflitto morale che sono legati all’aborto. In secundis non è lesiva del diritto della madre di compiere a sua volta in modo del tutto indipendente la propria scelta se riconoscere o meno il bambino.
    Ovviamente il fatto di non potere obbligare l’uomo al riconoscimento potrà essere uno degli elementi che la donna dovrà prendere in considerazione ai fini della propria scelta.

    Nel complesso mi sentirei di sostenere il seguente percorso.
    Io ritengo che il fatto di essere colei che “produce” il bambino e che si fa carico della gravidanza conferisca un diritto di prelazione alla donna dal punto di vista della scelta.
    Cioè è lei che sceglie per prima, in primo luogo decidendo se portare avanti o meno la gravidanza.
    Se decide di portarla a conclusione a quel punto secondo me deve poter scegliere se decidere se crescere il bambino da sola oppure se provare a negoziare con un uomo (in genere il padre, ma in certi casi eventualmente anche un’altra persona nel caso in cui il padre non sia disponibile) un riconoscimento.
    L’uomo in questione naturalmene dovrà essere assolutamente libero di accettare o meno di condividere gli impegni parentali che se accettati si tradurranno non solamente in doveri, ma anche evidentemente in corrispondenti diritti sull’educazione del bambino.
    Nel caso in cui la madre alla nascita rifiuti il riconoscimento del bambino, troverei poi giusto che l’opzione passasse al padre naturale che potrà identificarsi attraverso test del DNA e che a sua volta dovrebbe avere il diritto di assumere i diritti parentali oppure se rifiutarli a sua volta, rendendo così il bambino adottabile.

    Questa mi sembrerebbe la soluzione più coerente con la natura e con il pieno rispetto della libertà individuale.

    Riguardo a quanto scrive Galatea
    “Quando il bambino invece è nato, diventa un individuo, nonché un cittadino italiano. Come tale, ha il diritto di essere mantenuto da entrambi i genitori, che sono corresponsabili della sua nascita. La “paterità” pertanto non viene “imposta” dalla donna, ma è un diritto del bambino (se la madre chiede il test del dna, lo fa a nome e in quanto tutrice del figlio).”

    Se essere cresciuto dai genitori è un diritto del bambino, come mai allora la donna ha il diritto di non riconoscerlo?
    Evidentemente non è un diritto del bambino. Né lo potrebbe essere. E se il padre è morto? Oppure se la madre non ha la minima idea di chi sia il padre perché ha avuto una vita sesssuale disinvolta?
    Paradossalmente affermare che l’essere cresciuto da entrambi genitori sia un diritto del bambino si dovrebbe arrivare all’obbrobrio giurido che una donna deve fare sesso solo all’interno del matrimonio, in maniera tale che il padre sia sempre certo e a portata di mano.
    In definitiva l'”obbligo di paternità” non può essere visto come un “diritto” del bambino (prova ne sia il fatto che ci sono moltissimi bambini che non hanno il babbo), bensì è piuttosto un “privilegio” della donna che così può scaricare su altri il costo della propria (libera e legittima) scelta riproduttiva.

  32. @MARCO:

    io aggiungerei che all’interno del matrimonio o di qualche unionre legale appositamente riconosciuta sia fatto obbligo di rivelare al congiunto il ricorso all’aborto.
    Se non ti sposi è un conto ma se ti sposi allora dovrebbero esserci anche dei diritti/doveri.

    sul riconoscimento del padre naturale, sono d’accordo a patto che sia successivq alla rinuncia volontaria di parto anonima. Nel senso che prima va consentito la possibilità di partorire anonimamente e senza rilevare per forza il nome del padre naturale , e poi in caso di disconoscimeno e su base volontaria di indicare il nome del padre affinchè egli venga avvisato. Questo per evitare che il parto anonimo (già sotto-praticato ) venga ancor più ignorato .
    Sono indeciso invece se l’anonimato debba esser garantito alla donna in caso decida di avvisare il padre.

  33. galatea scrive:

    @maschile individuale: E chi ti dice che sia il marito/compagno il padre del bambino? Perché se io sono costretta a rivelare a mio marito l’aborto, devi presupporre che il padre sia per forza solo lui. E poi, scusa, ma perché solo ed esclusivamente, allora, se una è sposata e convive? Metti che sia caso di un rapporto occasionale, l’uomo non avrebbe comunque il diritto di saperlo, se la decisione deve essere presa necessariamente con il consenso di entrambi? No, perchè così ci si ficca in un ginepraio senza limiti.
    @marco: Bene, quindi il bambino nato fuori dal matrimonio (no, a dire la verità anche quello nato all’interno del matrimonio ma “per errore”, senza che ci fosse la specifica volontà di entrambi di metterlo al mondo) non ha il diritto di venire riconosciuto automaticamente. Mi immagino già che bel caos nascerà all’interno di ogni famiglia: un padre potrà riconoscere solo il primogenito e non il secondogenito, solo il maschio o solo la femmina, e fratelli non avranno gli stessi diritti. Meraviglioso quadretto della futura società, non c’è che dire.

  34. Marco Faraci scrive:

    @galatea
    Pressuppongo che se un uomo e una donna sono uniti in matrimonio la loro scelta di riconoscere il bambino sia presa di comune accordo… se non si trovano d’accordo neppure su questo elemento essenziale non è che il matrimonio in questione è un pochino in crisi… diciamo pure finito?
    Nella pratica se una donna sceglie di avere un figlio dal marito contro il parere del marito (ad esempio attraverso una frode contraccettiva), il marito non avrebbe il pieno diritto di svincolarsi da lei e dal figlio?

  35. iulbrinner scrive:

    @galatea, che scrive: “…Il disconoscimento di maternità e di paternità è possibile e anzi necessario qualora si voglia rendere adottabile il bambino da terzi”

    Direi che non è affatto così.
    Sul disconoscimento di maternità è stato già detto che è sempre possibile (parto anonimo).
    Il disconoscimento di paternità è possibile, ai sensi del codice civile vigente, solo all’interno del matrimonio e solo se e quando il padre nominale non può essere stato, per cause di forza maggiore, l’effettivo progenitore di quel figlio (sterilità, assenza prolungata, etc.).
    Non mi risulta affatto, inoltre, che il padre possa richiedere legalmente la verifica del DNA in casi diversi da quelli; ed anche questa è una condizione che pregiudica la “libertà di scelta” maschile alle fondamenta.

    @galatea, che scrive: “…pensare che ogni volta che una donna resta incinta lo faccia per incastrare il maschio di turno mi pare una generalizzazione davvero assurda”

    Non mi sembra di avere scritto questo.
    Ho scritto che queste situazioni “non sono affatto rare”.
    Mi sembra ci sia una bella differenza da “ogni volta”.

    @galatea, che scrive: “…Vorrei capire però cosa suggerirebbe Lei come modello di situazione giuridicamente equilibrata…”

    Le soluzioni proposte da Marco Faraci mi sembrano, allo stato delle cose perlomeno, quelle più sensate e percorribili legislativamente (ammettendo che ci fosse qualche parte politica che se ne facesse carico, ma sappiamo bene che non è affatto così).
    Certo le questioni a corredo sarebbero davvero molte ma, allo stato, come ripeto, quelle sarebbero – anche secondo me – le più ragionevoli ed eque.

    @galatea, che scrive: “…Bene, quindi il bambino nato fuori dal matrimonio (no, a dire la verità anche quello nato all’interno del matrimonio ma “per errore”, senza che ci fosse la specifica volontà di entrambi di metterlo al mondo) non ha il diritto di venire riconosciuto automaticamente”

    Non è così e non sarebbe così neanche secondo le ipotesi di Faraci.
    Il bambino nato fuori dal matrimonio è legalmente riconosciuto – in automatico, per così dire – dalla madre, salvo richiesta specifica di parto anonimo.
    Il padre deve riconoscerlo formalmente, ma se si oppone la madre può richiedere il test del DNA ed inchiodarlo nei termini già illustrati.
    Quelli nati all’interno del matrimonio sono riconosciuti – ipso jure – senza bisogni di alcun atto aggiuntivo; fermo restando il disconoscimento paterno nei soli casi tassativi di cui ho già scritto, non esiste alcuna possibilità di disconoscimento in via successiva da parte dei genitori.

  36. @GALATEA:

    perchè il matrimonio è un accordo giuridico che prevede diritti e doveri dei coniugi.
    personalmente sono per l’inserimento dell’obbligo di avviso del marito in caso di aborto.
    la politica de tutti diritti e niente doveri è ridicola.
    si impongono gli alimenti per anni anche per matrimoni brevissimi(l’unico vincolo che sopravvive al divorzio!!) e non si vuole imporre dei vincoli interni ad un contratto.

    non rispetti i vincoli interni? il contratto salta e chi non li ha rispattati si arrangi.

  37. giovanni scrive:

    buon articolo , complimenti

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