Le sanzioni all’Iran funzionano se colpiscono il bersaglio giusto

– Il programma nucleare iraniano è tra le maggiori fonti di tensione dello scacchiere internazionale e le recenti dichiarazioni di Teheran riguardo l’intenzione di accellerare l’arricchimento dell’Uranio al 20% hanno innescato un dibattito intenso sulle possibili contromisure da adottare per impedire all’Iran di raggiungere i propri obiettivi. Come spesso accade in questi casi, sono le sanzioni ONU la via maestra verso la quale i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza sembrano essere indirizzati. Ma quali sono le opzioni disponibili? Come hanno funzionato le sanzioni in vigore? Quali sono le possibili consequenze di un’ulteriore imposizione?

Innanzitutto occorre dire che, come firmatario del trattato di non-proliferazione, l’Iran ha il pieno diritto di acquisire le competenze e sviluppare un programma nucleare a scopi civili. Tuttavia, l’Iran ha il dovere di condividere le proprie intenzioni con l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) e rispettare standard di trasparenza come, ad esempio, aprire i suoi impianti agli ispettori internazionali. Dal 2003, quando un cittadino pachistano coinvolto nel progetto ha rivelato l’esistenza di un piano nucleare iraniano, Teheran non ha rispettato del tutto quest’ultimo principio mantenendo una sostanziale ambiguità circa le proprie reali intenzioni.

Dopo un intenso sforzo diplomatico, le Nazioni Unite hanno imposto un embargo alle armi ed ad altri beni che potrebbero essere utilizzati per lo sviluppo del programma nucleare, insieme a sanzioni finanziarie imposte contro individui, aziende e/o gruppi che stanno collaborando con il regime al piano nucleare. Le sanzioni ONU sono state affiancate ad ulteriori misure bilaterali imposte soprattutto dagli stati occidentali. Ad esempio, di particolare importanza ricordiamo le sanzioni bancarie imposte dagli Stati Uniti che hanno dato un duro colpo alla tenuta del sistema creditizio iraniano.

Le sanzioni imposte nel 2006 hanno raggiunto il difficile obiettivo di creare un fronte comune della comunità internazionale contro il regime Iraniano. Benché poco incisive, le sanzioni in vigore hanno allungato i tempi dei programmi di Teheran, contribuito a minare la sostenibilità del governo di Ahmadinejad (come dimostrato dalle numerose manifestazioni anti-governative, anche se le scelte economiche del governo possono indurre a pensare che le proteste si sarebbero verificate in ogni caso, ndr) e fornito la giustificazione etica e legale affinché i singoli stati abbiano potuto imporre ulteriori misure restrittive oltre a quelle deliberate dal Consiglio di Sicurezza, che attualmente si sta concentrando su un eventuale inasprimento delle stesse.

Al momento, tre sono le alternative al vaglio degli stati. La prima strada è la linea dura che passa per sanzioni contro le esportazioni di petrolio. La seconda strada invece si concentra su un sostanziale inasprimento delle sanzioni finanziarie allargate però anche al Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Infine, una terza opzione riguarda la possibilità di impedire l’accesso ai paesi membri delle Nazioni Unite a singoli individui che vengono ritenuti avere un ruolo chiave nello sviluppo del progetto di riarmo nucleare per il quale Teheran viene accusato. Delle tre strade presentate, la seconda appare la più probabile per due sostanziali ragioni.

La prima è che la Cina difficilmente potrebbe appoggiare sanzioni dure all’Iran, in parte per ragioni economiche ed in parte per ragioni politiche. Dopo la fornitura di armi a Taiwan, i contrasti con il gigante americano Google e la visita del Dalai Lama alla Casa Bianca, il governo di Pechino non sembra intenzionato a fare sconti all’amministrazione Obama. In secondo luogo, l’imponente crescita cinese degli ultimi 30 anni può essere sostenuta solo con la disponibilità di risorse energetiche ed i poco sfruttati giacimenti iraniani rappresentano un’ottima garanzia per il futuro. Oltre al problema cinese, imporre sanzioni dure avrebbe come probabile consequenza quella di coalizzare l’intero popolo iraniano contro le ingerenze della comunità internazionale, quando invece le sanzioni dovrebbero ambire ad intensificare le pressioni sul presidente Ahmadinejad evitando di contribuire a rinsaldarne il sostegno popolare. D’altro canto, le restrizioni ai viaggi internazionali potrebbero sembrare una mossa troppo blanda considerati lo stato della negoziazione e lo scarso impatto che essa avrebbe sulla realizzazione dei piani nucleari.

L’imposizione di sanzioni finanziarie più aspre, assieme a misure mirate ai settori bancari ed assicurativo capaci di colpire i Guardiani della Rivoluzione, darebbe un segnale forte alla comunità internazionale sull’impegno del Consiglio di Sicurezza ad affrontare il problema in modo serio e deciso. Tale atteggiamento sarebbe soprattutto benvenuto in Israele, dove l’assenza di progressi nel fermare la proliferazione nucleare dell’Iran ha contribuito a rafforzare il sostegno interno verso l’opzione militare contro lo stato degli Ayatollah che potrebbe far esplodere l’intero Medio-Oriente. Inoltre, il governo di Ahmadinejad, e con lui il leader spirituale Khamenei, si troverebbero stretti fra due morse: da un lato una comunità internazionale decisa ed unita, dall’altro la rabbia e la frustrazione del popolo iraniano che sembra essere sempre più insofferente verso le pratiche e le politiche del governo nazionale. Anche se da sole non sufficienti per il successo, le sanzioni sono uno strumento decisivo nelle mani del Consiglio di Sicurezza ed un loro corretto uso potrebbe rappresentare la svolta verso la soluzione del problema iraniano.


Autore: Francesco Giumelli

32 anni, insegna Relazioni Internazionali e Studi Europei alla Metropolitan University Prague. Studia e si occupa di conflitti, politica estera e sanzioni internazionali. Autore di "Coercing, Constraining and Signalling. Explaining UN and EU Sanctions after the Cold War" con ECPR Press e curatore del blog Tucidide (tucidide.giumelli.org).

2 Responses to “Le sanzioni all’Iran funzionano se colpiscono il bersaglio giusto”

  1. Giorgio Gragnaniello ha detto:

    IL BERSAGLIO DELLE SANZIONI SONO POI IN DEFINITIVA I POPOLI-NON I GOVERNI-(VD.ITALIA 1936,VD.IRAQ ANNI 90′,ECC.).QUESTI,AVENDO IL PIENO CONTROLLO DEI MEZZI DI INFORMAZIONE,HANNO SEMPRE BUON GIOCO A DEVIARE VERSO I SANZIONANTI L’IRA DEI POPOLI AD ESSI SOGGETTI,CHE DURA IN MEDIA PER 2 GENERAZIONI.CHI SANZIONA SPESSO NON HA ALTERNATIVE,MA SI ASSUME UNA TREMENDA RESPONSABILITà MORALE E STRATEGICO-POLITICA PERSINO VERSO LE GENERAZIONI FUTURE.

  2. paolodellasala ha detto:

    “Temo” (non essendo -ovviamente- amico delle soluzioni belliche) che uno strike aereo, modulato in modo da innescare una rivolta interna, risolverebbe la questione in maniera migliore, più indolore, con meno vittime e meno problemi economici al popolo.
    Obama ha fatto spostare le bunker-buster bomb nella base di Diego Garcia e in Israele. E’ una forma di pressione, ma certo la forbice tra sanzioni e strike aereo ora è più stretta, dopo il successo della rivolta contro il regime in occasione della Festa del fuoco.

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