Il deficit di “capitale sociale” alla base della corruzione

– Nell’ambito del malaugurato rigurgito di fenomeni di corruzione e di caduta dell’etica pubblica si sono spesi fiumi di inchiostro. Tra lo stuolo di diagnosi non ho trovato però quella che secondo me, nell’Italia della “transizione incompiuta”, è una delle radici principali del proliferare di reati contro la pubblica amministrazione, denunciato da ultimo dal Presidente e dal Procuratore generale della Corte dei conti. Si tratta del “capitale sociale” dei politici, dei burocrati e degli stessi imprenditori (specie a livello regionale e locale).

Come è noto, il capitale sociale sta nel riconoscimento di cui godiamo nella comunità in cui operiamo, nella credibilità, nella rete di relazioni personali, nel prestigio sociale. Ebbene negli ultimi anni si sono affacciati sulla scena politica, specie regionale e locale, soggetti dotati di un capitale sociale più basso di quello di ieri. Da un lato c’è stato il boom dei portaborse e degli appartenenti ai piccoli clan di certi politici. Dall’altro molti professori, professionisti, dirigenti, o cosiddetti esponenti della società civile, si sono ritirati volentieri dalla vita politica.

Il risultato è che, mentre in precedenza diventava assessore l’avvocato dotato di un buon capitale sociale nel suo territorio, o il sindacalista-operaio dotato di un forte prestigio fra gli aderenti al suo sindacato (anch’egli dotato di un certo capitale sociale), spesso oggi vanno a rivestire le stesse posizioni soggetti premiati solo per la fedeltà al “capo”, a basso capitale sociale, e che acquisiscono tale capitale (che però assume un significato diverso) solo grazie all’elezione o alla chiamata in giunta. Per dirla in termini più banali, si tratta quindi di soggetti che hanno ben poco da perdere quanto a legittimazione sociale e che se fossero arrestati, certamente non si suiciderebbero….

Quell’avvocato o quell’operaio non pensano minimamente a mettere in gioco il loro capitale sociale per una tangente da diecimila euro (e neanche più elevata), mentre quei non pochi parvenu sociali che militano nella nuova classe politica a livello locale, un po’ si sentono legibus soluti, un po’ hanno meno da perdere e meno resistono alle tentazioni.

Ma alla catena della corruzione (oltre, e a volte più che i politici) partecipano necessariamente anche burocrati e imprenditori, perché la corruzione è come l’amore, si fa almeno in due (e, più spesso che per l’amore, si fa in tre).
Ebbene, anche nelle medio alte sfere della burocrazia, specie (ma non solo) regionale e locale, è significativamente caduto il capitale sociale dei singoli.

Un tempo, ad esempio, un segretario comunale o un direttore di assessorato veniva da lunghe carriere, spesso imparziali, e da concorsi selettivi. Oggi, in non pochi casi, basta che ti abbia nominato un sindaco o un assessore regionale, pescando nel clan dei fedelissimi e prescindendo dal capitale sociale e dalla caratura professionale. Di qui una certa permeabilità alle “tentazioni da mazzetta”, un certo sentirsi “impuniti”. Il discorso, in parte, vale anche per gli imprenditori, specie in settori, come ad esempio, le strumentazioni sanitarie o l’edilizia (o gli interventi nelle “emergenze”), in cui più, sulla base delle cronache che leggiamo, sembra diffusa la corruzione.

Queste cronache spesso ci presentano figure di piccoli imprenditori a basso capitale sociale (e a volte improvvisati), che, di punto in bianco, si ingrassano con qualche appalto di favore, o con qualche commessa di qualche ASL. Un vero imprenditore, con un’azienda solida e sana alle spalle,ci pensa mille volte, essendo dotato di un certo capitale sociale, prima di mettersi a distribuire tangenti a burocrati o politici compiacenti.

Se ci guardiamo attorno, ognuno di noi ha incappato di persona, o sul giornale, o sulla televisione, soggetti, vuoi che siano politici, o burocrati, o imprenditori, di questo genere. Il nodo è dunque quello dei meccanismi di selezione delle nuove élites locali.


Autore: Luigi Tivelli

Consigliere parlamentare della Camera dei deputati, docente ed esperto di amministrazione pubblica ed autore di numerose pubblicazioni e libri in materia amministrativa, giuridica, economica e politologica. E’ editorialista del Messaggero e del Mattino.

One Response to “Il deficit di “capitale sociale” alla base della corruzione”

  1. Giorgio Gragnaniello ha detto:

    Aricolo simpaticamente un po’ “retro'”:leggendolo, tornano suggestioni dell’antica Italia liberale di Giolitti(che fu lo statista il più grande,senza dubbio).E poi torna in mente lo scandalo della Banca Romana,ecc..Insomma,Salvemini sarebbe un po’ scettico circa questo articolo.In ogni caso,la morale personale non è necessariamente un fatto di “pedigree” socio-antropologico personale.

Trackbacks/Pingbacks