– Solo un cieco non si è accorto di quanto magmatica (e cioè fluida, bollente, dinamica) sia oggi la realtà del Popolo della Libertà. Tra fondazioni, associazioni e webmagazine, il grande partito di centrodestra ha una vitalità che l’altera pars, il Pd, probabilmente invidia. La realtà la fa la realtà (dice spesso Benedetto Della Vedova parafrasando Tremonti), e nel caso del PdL l’ingessatura formale dello statuto del partito è stata resa obsoleta dalle dinamiche reali, dal confronto e dallo scontro – non tenero in verità – tra idee diverse. Essendo il PdL sicuramente berlusconiano, i fatti hanno dimostrato che non tutti i suoi esponenti hanno voglia che il partito diventi nel suo futuro “berlusconista”, e cioè basato sulla cristallizzazione della leadership carismatica del suo fondatore. Ed è un bene: un partito che ambisce a coprire elettoralmente e politicamente, per i prossimi decenni, l’enorme spazio moderato e liberale dell’opinione pubblica italiana ha il dovere di offrire agli elettori una piattaforma politica di una destra moderna, innovativa e non più “eccezionale”, di ampio respiro e di lungo periodo, che proponga un’idea di Paese e le misure concrete per realizzarla. Sottesa a questo discorso c’è ovviamente la questione della leadership, come è ovvio: escludendo per definizione la successione per investitura o per adozione (che sarebbe il corollario della scelta “berlusconista”), è giusto che nel PdL si rifletta seriamente sui meccanismi istituzionali di selezione del leader del partito. Non farlo, considerando la mera discussione un “attentato” alla guida di Berlusconi, significa non voler bene al progetto del PdL, considerarlo consustanziale al Cavaliere e, in fondo, incapace di sopravvivergli.

Libertiamo è nata un anno fa (il 14 marzo 2009, per l’esattezza) e da un anno diciamo le stesse cose – queste cose – sul PdL: lavoriamo alla costruzione di un grande partito (un po’ come i Tories o l’UMP, un po’ come il GOP) che sia un coacervo di idee e proposte di policy in competizione dialettica tra loro in un’organizzazione aperta, tenuta insieme da un’identità inclusiva. Tutto ciò che contribuisce a costruire “questo” partito a noi piace, anche quando non incontra direttamente il nostro gusto politico. Quindi non ci piace solo Generazione Italia, che intende dare corpo e braccia alla proposta politica “finiana” (descritta, a torto, come troppo elitistica e culturale). Ci piace anche l’iniziativa dei Promotori della Libertà, la costola più movimentistica e mainstream della leadership berlusconiana, che è legittima proprio perché è vera e rappresentativa di un pezzo importante dell’elettorato e del consenso del maggiore partito italiano.

La nascita di entrambe le associazioni evidenzia la necessità di soddisfare un bisogno – di partecipazione, di impegno, di luoghi di aggregazione e di “lotta politica” interna –  che il PdL non ha ancora saputo organizzare. Un bisogno che non sono le associazioni di cultura politica, come Libertiamo o Fare Futuro, e neppure il partito in sè a potere soddisfare.

Agli ideatori di Generazione Italia ci permettiamo di inviare un consiglio, non richiesto in verità: evitare il rischio che, all’ombra della leadership e delle idee finiane, il nuovo movimento diventi una somma di piccole cordate locali, ognuna interessata a massimizzare sul proprio territorio il numero di “posti” ed il proprio potere rispetto ad altri pezzi del partito. Questo corromperebbe e spoliticizzerebbe il progetto. Il PdL ha tremendamente bisogno di luoghi di formazione di una nuova classe politica, preparata ed onesta. Generazione Italia ha allora la preziosa occasione di rappresentare uno di questi luoghi, uno dei migliori. Non la sprechi.