L’eccezione Hurt Locker, il film dell’America silenziosa

– The Hurt… Locker… o Heart Lockers? E’ difficile anche ricordare il titolo di questo film che esiste da due anni, da più di uno è in circolazione in Dvd in Italia, già tradotto, ma praticamente mai visto da nessuno. Quando vedi la locandina italiana, con una bella scena d’azione in primo piano e un sottotitolo che ricorda un film con un Bruce Willis ancora in canottiera (“Maledetto il Paese che non ha bisogno di eroi”), mai ti verrebbe in mente di affrontare un film d’autore e ti metti in quello stato d’animo con cui vai al cinema con il cervello svuotato, dopo una giornata di lavoro, in attesa di emozioni facili. Eppure, appena parte la prima scena in una Baghdad devastata dalla guerra, ti trovi di fronte a un qualcosa di completamente diverso: un film crudo, senza retorica, su un conflitto ancora in corso (Iraq) mostrato senza alcun pudore. E allo stesso tempo: un film umanissimo, con personaggi che paiono vivere di vita propria, che ti costringono a seguire le loro azioni da eroi di professione dalla prima scena all’ultima.

Improvvisamente, “The Hurt Locker” (la scatola del dolore: una metafora poetica per definire le “Ied”, gli esplosivi artigianali che tante vittime hanno fatto e stanno facendo fra i civili iracheni e i militari della Coalizione) è diventato il film più apprezzato dalla critica indipendente. Sul sito “Rotten Tomatoes” l’hanno votato come il migliore del 2009. Poi è entrato nelle grazie anche della critica ufficiale. Finché “La scatola del dolore” ha fatto veramente il botto, vincendo di colpo 6 Oscar. Fra cui miglior film e miglior regia: la prima volta di una donna, Kathryn Bigelow, premiata per una storia che più maschile di così non si può.

The Hurt Locker è un’eccezione. Di pellicole sull’Iraq ne sono state prodotte tante. Contrariamente a tutti i precedenti conflitti, Hollywood ha deciso di riempire i cinema con film in cui si condanna, in tempo reale, la partecipazione americana a una guerra ancora in corso. Ma questa sorta di missione redentrice non ha mai avuto successo. L’opposizione all’intervento in Iraq è molto forte negli Usa. Ma a nessuno, tantomeno a chi ha un figlio, un marito, un fidanzato al fronte piace veder rappresentati i propri uomini in uniforme come degli assassini, come nel film “Redacted” di Brian De Palma. A pochi piacciono le prediche prolisse (e, in molti casi, intellettualmente disoneste) di “Fahrenheit 9-11” di Michael Moore. E all’americano medio dà fastidio veder issare la propria bandiera rovesciata, in segno di caduta di tutti i valori americani, come nel finale ad effetto di “Nella Valle di Elah”. Tutti i film anti-Iraq sono stati bocciati dal box office. E non hanno avuto neppure un grande successo di critica, per lo meno negli Usa (in Europa siamo invece sempre pronti a spellarci le mani per chiunque parli male delle guerre “imperialiste” di Bush). “The Hurt Locker” è diverso. Non perché sia patriottico. Ma perché è l’unico non ideologico, non anti-americano. L’unico che ci mostra la guerra per quella che è. Non la guerra come viene vista dai pacifisti. E’ originale il punto di vista: quello di una squadra di artificieri, inviati nei vari settori del fronte a disinnescare autobombe e mine artigianali. La realtà emerge da una sceneggiatura scritta da un reporter di guerra e non da un professionista del cinema. Gli americani sono professionisti coraggiosi, ai limiti della follia. Il loro compito non è quello di ammazzare, ma salvare vite. Se falliscono muoiono loro e decine, centinaia di altre persone. I terroristi sono un nemico invisibile, infido, pronto a sparare alle spalle. E soprattutto: un nemico che non ha alcun limite morale, né alcun rispetto per la vita, che non si fa scrupoli a minare una scuola, imbottire di esplosivo il corpo di un bambino o costringere un poveretto a trasformarsi in uomo-bomba. E’ un crescendo di orrore, dopo il quale nessuno spettatore può rimanere insensibile di fronte alla ferocia e al cinismo di Al Qaeda. E poi si toccano con mano tutti gli altri aspetti della guerra irachena, primo fra tutti il rapporto con i civili locali, fatto di incomprensioni, paura, diffidenza, ma anche tanta curiosità. E alla fine diventa inevitabile la domanda: perché combattiamo? Che non vuol dire: perché siamo intervenuti, ma cosa, nell’intimo dell’uomo, spinge ad affrontare la morte volontariamente? La risposta è data già all’inizio del film: la guerra è una droga, così come un gioco d’azzardo mortale. E’ questo l’aspetto che i conservatori della National Review hanno maggiormente contestato, portando fior di esempi di volontari americani che sono andati al fronte consapevolmente per difendere la patria dal terrorismo, per affermare la democrazia e i valori occidentali contro la tirannia. Ma gli eroi per professione di “The Hurt Locker”, proprio perché sono a-politici ed estranei ad alti ideali, ci appaiono ancor più reali e… simpatici. D’altronde anche tantissimi contadini e operai europei, appena approdati in America in cerca di fortuna, hanno contribuito a costruire il Paese più libero del mondo pur senza aver letto i testi di Jefferson, né quelli di Madison, né quelli di Hamilton.
E così, mentre la sinistra ecologista preferisce rifugiarsi nei sogni di “Avatar”, la vera America sta silenziosamente vincendo la guerra mesopotamica: in Iraq con il 62% dei cittadini che va a votare sfidando il terrore e a Hollywood con le 6 statuette assegnate a “The Hurt Locker”.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

5 Responses to “L’eccezione Hurt Locker, il film dell’America silenziosa”

  1. Luca Cesana ha detto:

    visto: bellissimo, ma non sorprende: la Biglelow è grande!

  2. Luca Cesana ha detto:

    Bigelow, sorry:)

  3. Patrizia Franceschi ha detto:

    quando l’avrò veduto vi dirrò che cosa ne penso. Patrizia

  4. Alessandro Fanchin ha detto:

    Ho visto solo dei pezzi del film, e devo dire che condivido sul fatto che sia fuori del comune e che mostri le cose con una retorica diversa dal solito. Mi riservo di dare un giudizio completo quando l’avrò visto tutto.

    Però volevo scrivere una cosa: non sopporto il modo di usare la cinepresa di questa regista. Adoro come la usa Kubrick (a mio parere un film di Kubrick si riconosce dalle inquadrature), e non sopporto proprio la costruzione delle scene, le luci, il modo di usare la cinepresa (direi sciatto) che ho visto in questo film.

  5. Domenico ha detto:

    Visto già da un anno, concordo con l’analisi.
    Un piccolo appunto: the hurt locker non è una metafora per definire le IED ma la scatola dove vengono racchiusi gli effetti personali di un caduto per essere rimandati in patria.

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