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Cuba, la protesta dimenticata va avanti

– Il fatto che un tema non sia al centro dell’attenzione della stampa italiana non vuol dire che non sia importante, chi sceglie di informarsi su Internet lo sa bene. Per questo, tredici giorni dopo la morte del dissidente Orlando Zapata Tamayo, causata almeno apparentemente da uno sciopero della fame portato avanti per quasi tre mesi, riteniamo utile ricostruire la vicenda e pubblicare qualche aggiornamento sulla protesta, che morto Zapata va avanti principalmente grazie al giornalista Guillermo Fariñas.
Orlando Zapata era praticamente un habitué delle carceri cubane, ma non per questo aveva mai abbassato la testa davanti alle ingiustizie che in quelle carceri quotidianamente vengono perpetrate.

Negli anni ’90 risulta detenuto per atti di violenza, disturbo della quiete pubblica e possesso di armi bianche. Durante questo periodo, si presume, sua madre Reina Tamayo entra in contatto con alcuni dissidenti politici, riuscendo ad interessare alla causa anche il figlio, che viene arrestato di nuovo nel 2002, ma stavolta per “vilipendio del regime”. Uscito di prigione il 7 marzo 2003, viene incarcerato di nuovo pochi giorni dopo, durante la cosiddetta “Primavera Nera” del 2003, insieme ad almeno altri settantacinque dissidenti, e internato nel carcere kilo 8 di Camagüey. Gli originari tre anni a cui era stato condannato aumentano fino a diventare trentasei, a causa delle azioni di protesta intraprese contro i maltrattamenti subiti da lui e dai suoi compagni.

Il 2 dicembre 2009 Zapata inizia lo sciopero della fame che, ottantacinque giorni dopo, gli risulterà fatale: voci non confermate, tra le quali quella di Reina Tamayo e della nota blogger Yoani Sánchez (cui da parte nostra accordiamo illimitata fiducia, ma ci rendiamo conto di non poter pretendere lo stesso dai nostri venticinque lettori), affermano che tra dicembre 2009 e febbraio 2010 i carcerieri di Zapata lo hanno tenuto in cella di isolamento per almeno un mese, privandolo di gran parte della sua razione d’acqua per diciotto giorni. Sempre secondo queste voci, che il regime cubano classifica naturalmente come falsità dettate dal nemico americano imperialista, il detenuto è stato trasportato in ospedale solo quando ormai non c’era più nulla da fare per salvarlo.

La madre di Zapata, intervistata dalla Sánchez a poche ore dalla morte del figlio, sostiene che Orlando sia stato “vittima di un assassinio premeditato” e che lo scopo della sua protesta fosse ottenere condizioni di detenzione simili a quelle di “Fidel Castro quando era un giovane rivoluzionario, nei 22 mesi di carcere scontati sotto la dittatura di Fulgencio Batista per aver attaccato con un gruppo armato una caserma dell’esercito il 26 luglio del 1953.”
Come tutte le dittature, anche quella cubana si dimostra incapace di andare al di là del senso letterale delle parole, perciò, con una sagacia che nemmeno Sherlock Holmes, non ha perso tempo a smentire la tesi dell’omicidio premeditato, dichiarando che “A Cuba non si è mai assassinato nessuno” e trasmettendo sulla televisione di stato un “documentario” degno dei peggiori incubi di Orwell, in cui la Tamayo, filmata a sua insaputa, ringrazia i medici per aver curato il figlio. Come se l’educazione fosse incompatibile col pensiero dissidente, vorremmo chiosare noi, che viviamo in un Paese dove – almeno formalmente – l’utilizzo del cervello e l’espressione del dissenso non sono sanzionati.

Morto Zapata, il testimone della battaglia contro le dure condizioni di detenzione per i nemici del regime è passato al giornalista Guillermo Fariñas, non nuovo a clamorose azioni di protesta di questo tipo: nel 2006 intraprese uno sciopero della fame contro la censura su Internet, interrotto dopo sette mesi, che gli valse un premio per la libertà in rete da parte di Réporters sans Frontières. Con lui, il 24 febbraio scorso, hanno iniziato lo sciopero della fame almeno altre cinque persone. Fariñas, che è stato fra i centoventicinque fermati dalla polizia all’indomani della morte di Zapata, interrogati con metodi sicuramente rispettosissimi della dignità umana e poi rilasciati, chiede principalmente la liberazione di ventisei detenuti in gravi condizioni di salute.

Le sue parole sono dure, eccessive come solo le parole di chi mette in gioco la sua vita possono essere: “Sì, voglio morire. E’ ora che il mondo si renda conto che questo governo è crudele. Esistono momenti nella storia dei Paesi in cui c’è bisogno di martiri”. Nonostante alcune parti più moderate dell’opposizione cerchino di persuaderlo a non portare la sua protesta alle estreme conseguenze, con la motivazione, per la verità condivisibile, che un oppositore vivo è più utile di un martire morto, Fariñas sembra deciso ad andare fino in fondo, come dimostra anche il suo rifiuto di una proposta di asilo politico proveniente dal governo spagnolo.
Viene da domandarsi, e non è una domanda retorica, se questa determinazione venga dalla disperazione di vivere in un Paese in cui il dissenso è proibito e i diritti umani sono sistematicamente calpestati, se rappresenti un modo, sia pure estremo, di riappropriarsi della propria vita strappandola al pugno di ferro del regime, o se invece sia frutto della speranza in un cambiamento che potrebbe essere ormai vicino.

Chi scrive non ha, fortunatamente per lei ma sfortunatamente per i lettori, esperienza diretta della vita a Cuba, di quello che si sente girando per strada, di cosa pensa la maggioranza dei cubani: non può quindi permettersi di ipotizzare una possibile evoluzione di questa situazione. Al momento, uno degli effetti della morte di Zapata è stata la nascita di un comitato a lui intitolato, che si prefigge come scopo la libertà dei prigionieri politici, la diffusione dei nomi dei duecento prigionieri politici attualmente detenuti nelle carceri cubane e l’adozione di una posizione comune condivisa sulla causa da parte di tutti gli oppositori del regime. Regime che, peraltro, rifiuta di ammettere la presenza di “prigionieri di coscienza” nelle patrie galere: quei duecento, si legge sull’organo di stampa ufficiale del partito comunista cubano, sono mercenari assoldati e sobillati dagli Stati Uniti per screditare la gloriosa causa della Revolucion, e la responsabilità della morte di Zapata (e dell’eventuale morte di Fariñas) va ascritta appunto agli USA che lo avrebbero esaltato al punto da fargli commettere questo suicidio.

Leggere questo discorso, che pare riportato di peso da “1984”, provoca un sussulto di indignazione a chiunque creda nella libertà di pensiero e nell’intelligenza dell’individuo; conforta, però, sapere che esistono persone coraggiose com’era Orlando Zapata, come Yoani Sánchez, come Reina Tamayo, come Guillermo Fariñas, come i duecento detenuti senza nome, come tanti altri di cui non sappiamo niente. Queste persone continuano a pensare liberamente e a pagarne l’ingiusto prezzo, continuano a vivere senza sapere cosa potrebbe loro accadere domani, continuano a protestare sperando che qualcuno le ascolti.
La loro libertà, oltre che dalle pressioni esercitate sul regime dalla diplomazia internazionale, dipende anche da quanto ascolto e credito riusciranno ad ottenere presso di noi, da quanta consapevolezza riusciranno a suscitare in un’opinione pubblica occidentale più prigioniera del mito rivoluzionario di Cuba di quanto si creda.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

2 Responses to “Cuba, la protesta dimenticata va avanti”

  1. gianpaolo@liberista scrive:

    Ottimo articolo,veramente complimenti!!Ammonisco invece i Radicali Italiani che sembrano aver dimenticato le manifestazioni cubane, tipo il 20 de Mayo contro il regime castristra e post-castrista. Faccio i più sentiti complimenti all’autore dell’articolo ed esprimo solidarietà alle vittime cubane.Buona serata a tutti!

  2. Marianna Mascioletti scrive:

    Grazie, Gianpaolo!

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