Crisi, ristabilire la verità per sfidare il futuro

– Sembra, così sostengono in molti, che la crisi economica in termini globali stia lentamente rientrando ed abbia comunque passato il suo punto di minimo. Tutti lo speriamo, fatichiamo a fare previsioni e certamente non cadremo nel tranello di tirare ad indovinare. Quel che è vero è che ad oggi un vero rimbalzo dell’economia ancora non si è visto con chiarezza.
Questa introduzione per fissare un punto di verità: qui nessuno vuole negare che ci sia stata una profonda crisi  finanziaria ed economica che ha toccato certamente l’economia reale di molti Paesi, che ha reso più difficile la vita a parecchie persone.

E’ tuttavia importante che la discussione sulla salute del nostro mondo sia portata avanti con modalità più serie di quanto sino ad ora la vulgata degli statalisti ha avuto buon gioco a sostenere. Pare infatti, a sentire costoro, che il mondo immediatamente precedente la crisi fosse il peggiore dei mondi possibili dove il liberismo più sfrenato imperava e governava in ogni latitudine con esiti nefasti. Bene, è questo che si vuole tentare di confutare, si vuole cioè negare la tesi secondo la quale le radici della crisi siano intrinseche nel sistema di economia liberale abbinato agli effetti funesti della globalizzazione.

In un bel articolo su “Newsweek Special Edition – Issues 2010” Fared Zakaria descrive bene ciò che vorrei potessimo tutti considerare come un’altra verità. Zakaria ci descrive lo scenario di mercato globale che si è venuto a creare grazie all’interazione di tre fattori determinanti quali la pace duratura tra le nazioni potenti venuta dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la sostanziale vittoria sull’inflazione e l’innovazione tecnologica in campo di comunicazione ed  IT (internet ed altro). Tale contesto ci ha consegnato, secondo Zakaria, una situazione macroeconomica pre-crisi positiva in cui alle tradizionali potenze economiche occidentali si erano associate le nuove realtà di Cina, India, Brasile ed altri. Insomma, nella realtà precedente alla crisi centinaia di milioni di persone passavano dalla povertà al benessere con tassi di velocità mai visti nella storia.

Facendo i conti della serva possiamo affermare, con tutte le eccezioni ed i problemi di una realtà complessa, che dieci anni di mercato globalizzato ci hanno consegnato un’eredità in cui 4 – 5 miliardi di persone possono sognare, possono sperare con ragionevolezza di non morire di fame e di costruirsi il loro sogno.

Perché questa verità non è mai citata? Andate a raccontare che la globalizzazione genera ingiustizia sociale o, come va di moda ora presso il ministero dell’economia, macelleria sociale, alle centinaia di milioni di nuovi borghesi nelle metropoli cinesi, in India, Brasile e nelle altre realtà che si sono aperte al commercio globale.

E’ vero, questo contesto rende più difficile la vita ai Paesi del vecchio G7. La competizione con le economie emergenti genera forti pressioni interne: problemi di costo del lavoro, costo del welfare, competitività.

La soluzione per i Paesi ricchi non è né semplice, né lineare. Molti credono che la sfida sia persa in partenza e ci offrono la soluzione conservatrice del protezionismo. Ci permettiamo di osservare che l’eventuale imposizione di dazi contribuirebbe a nostro avviso a cristallizzare artificiosamente un certo dominio di mercato (quello europeo nel nostro caso) con riflessi positivi a breve termine che andrebbero inevitabilmente a cadere nel medio/lungo periodo. Questo tipo di politiche conservative contengono una patologia precisa che è quella di nascondere la polvere sotto il tappeto e spostare i problemi sulle spalle delle giovani generazioni. Noi crediamo che la prova possa essere vinta oggi con le armi della responsabilità individuale, della competizione, della competenza, del merito e del continuo cambiamento.

Scegliere l’opzione competitiva contro l’opzione protezionista oggi significa affrontare i problemi con responsabilità considerando i dovuti costi sociali e le dovute sofferenze che ogni cura porta con sé.

Per vincere la sfida è necessario considerare la nuova realtà globale con la padronanza di nuovi mezzi tecnologici e con l’entusiasmo di chi si deve costruire il proprio futuro e non con la conservazione di privilegi fuori da ogni logica di sostenibilità economica. Ecco perché escludere le nuove generazioni dal futuro è uno degli errori che non ci si può più permettere se vogliamo mantenere il nostro benessere.


Autore: Cristian Cattalini

32 anni, ingegnere meccanico, laurea al Politecnico di Milano con “Master Thesis” presso la Technische Universitaet di Monaco di Baviera. Attualmente Project Engineer presso grande azienda italiana di engineering. Per lavoro viaggia in mezzo mondo e osserva con stupore quanto corre l’Asia. Liberale autodidatta all’amatriciana, popperiano in tutti i sensi, collabora con varie associazioni liberali milanesi.

5 Responses to “Crisi, ristabilire la verità per sfidare il futuro”

  1. fabio pazzini scrive:

    Caro Cristian, come puoi immaginare condivido il tuo pensiero, ma la domanda che nessuno si fa, perchè ha paura della risposta è: basteranno responsabilità individuale, competizione, merito, etc. a mantenere il livello di benessere generale dei Paesi europei? A mio avviso, la risposta realistica e allo stesso tempo urgente è: NO.
    (naturalmente mi permetto di pubblicare su LL)

  2. Giuseppe Rollo scrive:

    Bravo Cristian! Ci sono troppi luoghi comuni sulla globalizzazione e sul libero mercato, che tra l’altro in Italia non abbiamo mai avuto realmente se non in pochi piccoli settori.
    Io temo purtroppo che in pochi siano disposti ad affrontare il rischio della competizione e a caricarsi i costi sociali necessari quindi si tira a campare finché si può con politiche protezioniste.
    Ma con la situazione che c’è come togliere di mezzo i vecchi a favore di giovani volenterosi che si giocano il futuro?
    Il tuo collega liberale autodidatta Giuseppe

  3. Sono d’accordo con il tuo articolo, tranne su un punto: la globalizzazione non è un gioco a somma zero, in cui i paesi ricchi cedono parte della loro ricchezza a quelli poveri. Anzi nel corso degli anni Novanta i “vecchi” paesi industrializzati hanno tratto vantaggi spettacolari dall’apertura al mercato globale. Basti ricordare che fino al 1990 negli USA il tasso di disoccupazione al 6% era considerato fisiologico, mentre dopo è sceso al 4%. Così pure il Regno Unito ha conosciuto tassi di crescita del PIL al 6%, decisamente anomali per un paese sviluppato.

    Persino nella superstatalista Italia le aziende orientate alle esportazioni, costrette dunque a competere sul mercato globale senza aiutini, hanno prodotto quel poco di crescita economica che abbiamo visto negli ultimi vent’anni, arrivando a compensare il calo dei consumi interni.

  4. Cristian Cattalini scrive:

    @Fabio:
    Io non sono d’accordo. Mi spiego meglio. La mia idea è che se i Paesi del vecchio G7 continueranno a difendere le proprie posizioni dominanti in modo sterile allora per essi ci sarà un futuro di declino. Se al contrario si avrà il coraggio di attuare riforme dolorose (per le vecchie lobbies nazionali) che puntino allo sviluppo (meno stato, meno tasse, + sviluppo)allora no, allora i Paesi del G7 partono da una situazione di vantaggio che risiede nel proprio livello formativo, nel proprio bagaglio di know how.

    @Giuseppe:
    Grazie, siamo d’accordo! La tua ultima domanda è il nocciolo del problema: come? La mia risposta, pur dubbiosa, è: entriamo nella politica!

    @Marco:
    Forse mi sono espresso male ma sono totalmente d’accrodo con quello che dici. Non credo che esista un teorema della conservazione della ricchezza! Ad ogni modo il mio pensiero è che per trovare maggiori efficienze e creare innovazione e quindi nuova ricchezza ci sia bisogno di un substrato culturale, economico, politico più dinamico di quanto non sia adesso nel amato nostro Paese.

  5. Nicola R scrive:

    Faccio i miei personali complimenti a Cristian per il positivo esordio su Libertiamo. Oltretutto, condivido tutto! ;-)

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