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Iraq: The political trial reality show

 – Abbiamo tutti presente il processo Enimont. Non il processo in sé, ma lo show televisivo. Quello delle ascelle pezzate dell’Antonio Di Pietro ancora togato, quello della bavetta angolare del terrorizzato segretario DC Arnaldo Forlani, quello della orgogliosa contro-requisitoria del “cinghialone”, guest star della corrida giudiziario-spettacolare che ha deliziato le serate catodiche del teleutente primo-repubblichino.
Un’era politico-televisiva fa, si dirà. Vero, eppure il format “umilia il potente alla sbarra” ha fatto scuola. Al punto da essere divenuto un cult persino nella democrazia campione del garantismo liberale che è il Regno Unito.


Parliamo della Iraq Inquiry, l’inchiesta promossa dal governo di Gordon Brown per far luce sulla complessa vicenda che ha portato la Gran Bretagna di Tony Blair a dichiarar guerra, al fianco degli Stati Uniti di George Bush, all’Iraq di Saddam Hussein. Inchiesta, manco a dirlo, condotta in diretta multimedia in nome del sacrosanto diritto del tele-contribuente a godersi la sua fetta di spettacolo.
La britannica Inquiry, presieduta da Sir John Chilcot, non ha potere inquisitorio. Il mandato che le è stato conferito infatti è confinato alla dinamica politico-giuridica del warm-up – quando, come e perché, nonostante la contrarietà dell’Onu, il governo britannico abbia avallato l’attacco – per far tesoro dell’esperienza, ovvero perché una roba simile non si abbia a riproporre mai più. Se ne converrà: è la trama perfetta di un law thriller.
La britannica Inquiry più che un ruolo istituzionale o inquisitorio sembra assolvere quello del format-provider, non avendo infatti null’altro da fare che tradurre lo script meta-bellico – già ampiamente noto – in reality-fiction. Siffatto esercizio si compie nell’audizione in diretta web dei protagonisti dell’affaire, a cominciare dal Primo Ministro di allora, Tony Blair, passando per il suo spin doctor, Alistair Campbell, il suo Ministro egli Esteri, Jack Straw, il Cancelliere nonché attuale premier, Gordon Brown, e tutta l’ampia rassegna di antagonisti “storici”, ovvero quelli che votarono contro la guerra, pur essendo Labour Mps ovvero deputati della maggioranza.

Detto per inciso: nessuna delle testimonianze sin qui raccolte contribuisce a far luce su alcunché. Cosa ci sia poi ancora da scoprire su una vicenda, come la guerra in Iraq, già scannerizzata dai media globali in ogni microscopico aspetto e fatta oggetto di una liberissima pluralità di performance documentaristico-cinematografare, resta un mistero. Infatti non si chiede all’Inquiry di scoprire un bel nulla. Si chiede solo di soddisfare la domanda di reality-fiction del tele-elettore e, possibilmente, di far passare al suddito il desiderio di porsi le domande vere – tipo perché la guerra e non, piuttosto, l’esilio del dittatore.
Si chiede un media event che per 8 ore di fila ogni 15 giorni tenga schiacciata l’audience a ironizzare sulla performance del potente di turno. Perché non c’è dubbio che sia spettacolare e persino divertente vedere in tv l’ex premier, o il neo premier, costretto alla sbarra come un qualunque scolaretto interrogato da un’inquisizione tanto inutile nelle sue finalità quanto efficace nelle sue modalità. Lo spettatore gode. La stampa gongola. La politica ride. La storia piange.

La Iraq Inquiry non ha alcun senso né storico né politico. Ha senso esclusivamente mediatico.
Non è affatto un caso che sia stato deciso di audire il Primo Ministro Gordon Brown lo scorso 5 febbraio, in piena campagna elettorale, e non dopo – come originariamente si era ritenuto, per non turbare l’esito delle elezioni politiche che si terranno entro il prossimo maggio – poiché a grande richiesta lo spettatore ha preteso che lo spettacolo, cui avevano già dato vita le precedenti puntate, quelle con Blair, Campbell, ecc,  continuasse.
Ricordiamo tutti il processo Enimont. La carica drammaturgica che ne ha accompagnato la trasmissione televisiva. Ricordiamo tutti il fardello retorico di cui ci facevamo carico, noi tele-giudici, nel disquisire sulle storture del sistema e sull’opportunità della sua esemplare condanna. Infatti! Il risultato di quella video-catarsi collettiva è sotto gli occhi di tutti.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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