da Il Secolo d’Italia del 10 marzo 2010

– Dal penoso repertorio di scandali privati che hanno intossicato la politica italiana e hanno finito per nascondere quelli più propriamente pubblici emerge un’Italia dissociata e male in arnese, che risolve nella doppiezza il problema della coerenza tra il dire e il fare, tra il predicare e il razzolare, tra l’impegno e la testimonianza.

Si dirà che questa non è una novità per un Paese da sempre abituato a dire il peccato e non il peccatore e a conciliare i vizi privati e le pubbliche virtù con un senso di umana comprensione e di riluttanza verso un rigorismo troppo protestante. La novità non è però in questa attitudine psicologica e culturale, ma nella trasformazione della doppiezza in una sorta di “ideologia di guerra” che non spinge al compromesso, ma all’estremismo valoriale e che non trattiene dal giudizio moralistico, ma al contrario infiamma un’enfasi violentemente denigratoria contro i “nemici della morale”.

Gli affari di sesso e di famiglia, le corna e i tradimenti, i divorzi e l’omosessualità rinnegata e praticata non sono solo al centro della speculazione politica, ma della politica tout court. E ci rimangono non solo come espediente tattico, ma come doping identitario.

Da questo punto di vista è perfettamente logico che il problema della morale sessuale e familiare diventi l’ultima e invalicabile trincea della resistenza anti-relativista. Altrettanto logicamente a prevalere è un’intransigenza dottrinaria, che non serve ad orientare le politiche del diritto né quelle del welfare e a comprendere cosa sia oggi la famiglia e cosa serva ad essa, ma ad impedire che alla “irreparabile” trasformazione sociale della famiglia segua l’evoluzione giuridica dell’istituto familiare. Così si finisce per “difendere” una famiglia che, semplicemente, non esiste, ancorandola ad una tradizione ridotta a mera ipostasi ideologica, priva di reale contenuto normativo, a meno di non ritenere –  ma nessuno lo sostiene apertis verbis –  che la tradizione da valorizzare sia quella che fino al 1975 neppure prevedeva l’uguaglianza giuridica dei coniugi.

La nuova questione morale della politica italiana acquista così un robusto spessore propagandistico e un’intonazione querula, ma una tensione culturale desolante. E non occorre malizia né pregiudizio per vedere come nel PdL – e non solo nel PdL – questa “conversione” sia avvenuta all’insegna dell’ipocrisia, di un dialogo con il mondo cattolico interamente giocato sul piano del rapporto tra poteri e di un giudizio incredibilmente liquidatorio nei confronti di una stagione politica che consegnò al Paese, grazie al divorzio, una famiglia diversa e migliore di quella fondata su di un riconosciuto “padronato” maschile, sulla discriminazione dei figli bastardi e sui reati di adulterio e concubinato: una famiglia che non consentiva il divorzio legale, ma il ripudio sostanziale – e solo agli uomini che se lo potevano permettere.

Per una sorta di coazione a ripetere, il centro di gravità permanente dell’etica e della stessa identità “cattolica” viene fatto coincidere con l’opposizione ad ogni forma di riconoscimento giuridico delle coppie di fatto, omosessuali e eteresessuali, e con la pregiudiziale contrarietà alla modifica dei termini ostruzionisticamente dilatori imposti ai coniugi che intendono divorziare. Ma se questa è la posizione ufficiale della Chiesa, non è così pacifica e incontestata, neppure nella Chiesa.

Che poi il fantasma della deriva zapateriana ricorra nella retorica e nella pubblicistica “cattolica” più frequentemente dello spettro della tirannide islamista sembra paradossale, ma probabilmente non lo è, visto che questa militanza intransigente e recitativa contro il relativismo morale non sopporta veri nemici, ma si accontenta di fantocci polemici, per una partita che si gioca interamente in casa, tra le due rive del Tevere, e che non ha alcuna ambizione profetica. In questa logica si può sostenere che il premier spagnolo sia oggi la minaccia più insidiosa e incombente per l’Europa cristiana, con la stessa spregiudicata nonchalance che consentiva nella prima metà degli anni 80 ad un altro grande banditore di questioni morali, il segretario comunista Berlinguer, di essere più severo e intransigente verso Bettino Craxi che verso Eric Honecker o Nicolae Ceauşescu.

Dal punto di vista sociale, la nuova questione morale segna l’incontro tra due grandi debolezze. Da una parte, quella di una Chiesa disperata dalla distanza che – proprio sui temi della morale sessuale e familiare – separa e perfino oppone la dottrina cattolica e l’esperienza dei cattolici, l’autorità dei pastori e i sentimenti del gregge. Dall’altra, quella di una politica che, dopo la fine della Dc, può dirsi cattolica solo per affiliazione e obbedienza, non per cultura e per ispirazione, visto che nel passaggio tra la Prima e la Seconda Repubblica, la gran parte delle organizzazioni cattoliche, laiche ed ecclesiali, hanno smesso loro malgrado di funzionare come agenzie di educazione e formazione politica.

Si tratta di due debolezze che si sostengono reciprocamente, la politica offrendo alla Chiesa gli strumenti del braccio secolare per regolare i conti con una società ribelle e sorda ai richiami della dottrina, e la gerarchia ecclesiastica consegnando una maschera e una legittimazione cattolica ad una politica tanto ricattabile quanto servizievole.

“Oltre al dovere con tutti condiviso di promuovere e difendere il bene comune, il credente ha anche il grave dovere di una piena coerenza fra ciò che crede e ciò che pensa e propone a riguardo del bene comune”, ha scritto nella nota dottrinale Matrimonio e Unioni Omosessuali dello scorso 14 febbraio il cardinale arcivescovo di Bologna Carlo Caffarra, uno dei teologi più convinti che proprio sulla morale sessuale e familiare si misuri la fede dei credenti e l’autorità della Chiesa.

Questo documento, che ha fatto scandalo perché ha ribadito l’incompatibilità della fede cattolica con il sostegno al riconoscimento giuridico delle unioni gay, meritava invece di fare notizia per avere descritto in modo paradigmatico l’impegno richiesto ai politici cattolici sul tema della famiglia: non di testimoniare, primariamente, la fedeltà ad una fede creduta e professata, non di vivere da buoni cristiani l’esperienza familiare, ma di proporre e votare leggi coerenti con l’ideale cristiano della famiglia, qualunque cosa questo significhi, visto che nell’ultimo secolo ha significato cose molto diverse, a dimostrazione del fatto che se storico è l’istituto familiare, lo è altrettanto, anche in ambito cattolico, il suo ideale normativo.

Se però oggi – in un mercato politico che ricorda quello delle indulgenze – i galloni cattolici si conquistano con una comoda corveè parlamentare, pontificando sulle vite degli altri e non rendendo conto della propria, allora è comprensibile che la chiamata alle armi trovi ampio riscontro in un ceto politico abbastanza scafato da comprendere che il gioco vale assai più della candela.

Così le truppe cattoliche si gonfiano di divorziati anti-divorzisti, di libertini anti-libertari, di seguaci di Panoramix convertiti al tradizionalismo anti-conciliare, di atei devoti al potere della Chiesa e indifferenti alla parola di Dio: tutti in bilico tra l’ipocrisia offensiva e la reticenza difensiva, disponibili – quando serve e rende – a dar voce alla riprovazione greve e oltraggiosa contro i “nemici della morale” e pronti a risciacquare il moralismo nel politically correct quando lo zelo perbenista esige parole perbene…