Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Finisca la guerra della carta bollata

– Siamo da tempo un paese di 60 milioni di ct della nazionale di calcio e tra la serata di giovedì e di venerdì, siamo diventati un paese di qualche milione di presidenti della Repubblica –  quorum ego – ciascuno con la sua idea dei doveri costituzionali del Capo dello Stato rispetto alle diverse versioni del decreto “salva-liste”, giunte da Palazzo Chigi sul tavolo del Quirinale.

Io, al posto di Napolitano avrei usato come schema il decreto di giovedì – con la riapertura generalizzata dei termini di presentazione delle liste – e avrei imposto al governo un intervento “al futuro”, che risolvesse in maniera radicale il baco normativo della disciplina elettorale, obbligando i partiti a depositare le liste dei candidati e i collegamenti di coalizione alcune settimane prima del deposito delle firme e comunque prima del termine per la raccolta.

Visto che si trattava di risolvere un caso che non ha avuto origine dal panino di Milioni o dalla distrazione di Formigoni, ma dal casino in cui il PdL è precipitato quando ha dovuto chiudere le liste, penso che un intervento obbligato sull’effetto imponesse anche un intervento doveroso sulla causa. Per la serie, scusando la metafora: non basta drenare il pus, occorre asportare il bubbone.

Non sono un fine costituzionalista come Calderoli, ma penso che questa soluzione sarebbe stata preferibile a quel capolavoro di ipocrisia che alla mezzonotte di venerdì ha visto la luce: un decreto interpretativo che non interpreta alcunché ma che cambia, in particolare per il Lazio, le norme sul deposito delle liste elettorali, slabbrando i termini in modo arbitrario e consentendo ai “non presentatori” delle liste “non presentate” di dimostrare con ogni mezzo che sì, eccome, all’ultima ora dell’ultimo giorno utile erano dalle parti dell’ufficio elettorale, però “…c’avevamo fame, e semo annati a facce un panino”.

Col senno di poi, la scelta “interpretativa” e non innovativa, oltre a essere ipocrita, si è rivelata imprudente, come si è capito bene ieri sera, dopo che il Tar del Lazio ha nuovamente bocciato la lista del PdL. Se la motivazione della scelta era politica, non era logico e non si è neppure rivelato opportuno che ad attuarla fosse chiamato il giudice amministrativo.

Ora la situazione è destinata a complicarsi ulteriormente e la campagna elettorale ad essere strangolata da un viluppo inestricabile di ricorsi, di cui si è perso il capo e non si vede la coda.  E io sinceramente penso che sarebbe necessario che una qualche istituzione ­– non so chi, non so come – fischiasse la fine della partita della carta bollata e l’inizio della “vera” campagna elettorale. Il Governo e il Quirinale hanno convenuto, come il Capo dello Stato ha scritto esplicitamente , che tra il valore della “legalità” del processo elettorale e quello del diritto e della libertà di voto degli italiani andasse privilegiato il secondo, e che quindi fosse preferibile: un provvedimento legislativo che intervenisse tempestivamente per consentire lo svolgimento delle elezioni regionali con la piena partecipazione dei principali contendenti.

Si tratta di una scelta discutibile, politicamente grave, non “illegale” e neppure eversiva o golpista. Ma doveva essere fatta valere in termini politici, e non discussa davanti ai giudici amministrativi.

Adesso occorre aspettare la decisione dell’Ufficio elettorale circoscrizionale di Roma, che, a prescindere dalla decisione del Tar, potrebbe ammettere la lista del PdL depositata nuovamente nella giornata di ieri. Ma questa decisione comporterebbe un prevedibile ricorso del PD, nuovamente davanti al Tar. Avanti e indietro, faldoni e avvocati. Se la Corte Suprema degli Stati Uniti, nel 2000, ha avuto la forza di fermare il pallottoliere dei riconteggi del voto in Florida, decretando di fatto la vittoria di Bush contro Gore, forse qualcuno­ – non so chi, non so come –  anche in Italia dovrebbe porsi il problema di risolvere con una decisione altrettanto netta e grave la commedia politico-giudiziaria iniziata domenica 29 febbraio e destinata a proseguire anche oltre il 28 marzo.

E’ chiaro però che una scelta del genere comporterebbe un’assunzione di responsabilità che male si concilia con lo stracciarsi le vesti di quegli esponenti della maggioranza (tanti, troppi), che da dieci giorni neppure ammettono che i pasticci e i magheggi, da cui ha preso origine questa storiaccia, sono interamente made in PdL.

Chi andrà sabato in piazza, nel pieno della campagna elettorale, andrà a fare campagna elettorale per il centro-sinistra. Io quindi non ci andrò, perché spero che vinca la Polverini e adesso lo spero persino di più, visto che sarà lei, prima di tutto lei – che è la più innocente di tutti –   ­a pagare per il dispetto che questo casino gestito con malcelata ipocrisia potrebbe suscitare anche tra gli elettori del PdL.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

13 Responses to “Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Finisca la guerra della carta bollata”

  1. Antonstefano scrive:

    Concordo con Carmelo: devo dire che di per sè l’intervento del governo era noto che avrebbe suscitato polemiche, devo dire in parte comprensibili. Era forse il male minore?E’ certo che prima del sacrosanto diritto dei cittadini di scegliere tra tutti i partiti rappresentativi vi è l’altrettanto sacrosanto diritto per i partiti stessi di rispettare le leggi in vigore. Pertanto, a questo punto, non trovo molto corretto emettere un decreto per sanare la posizione di una sola lista: era forse ipotizzabile una breve riapertura generalizzata dei termini di presentazione così da consentire ad altri partiti, rimasti esclusi anche in altre regioni, di poterle ripresentare. Non capisco, ad esempio, perchè i radicali in Lombardia debbano comunque rimanere fuori! E poi, per evitare che questo desolante caso si ripeta, è forse ora di trovare nuove modalità per la presentazione di liste e candidati.

  2. Marcello Mazzilli scrive:

    Io partirei da questo presupposto. Se fosse accaduto alla minoranza o ad un partito minore si sarebbe fatto un decreto per scongiurare proteste di piazza e/o non-rappresentanza? No. E’ passata l’idea che non si può lasciare n milioni di persone senza la possibilità di votare i propri candidati ma che lasciare 10 persone è possibile. Attenzione. C’è da riflettere sulla democrazia. Qui non parliamo di una scelta su un servizio da offrire (se ad esempio 10 non vogliono un ponte e 20 milioni si il ponte si fa). Qui parliamo della base della democrazia… cioè.. di votare su quel ponte, su quell’ospedale, su quella legge. Per “tutelare il bene superiore della democrazia” la si è invece uccisa del tutto. Già era moribonda d’altronde… La democrazia si basa sul confronto di opinioni diverse e sulla scelta a maggioranza di una. Ma già oggi.. con il bene placido di tutti.. molte opinioni vengono escluse dal confronto a priori… Di seguito alcune… (alcune volutamente paradossali e forti)
    – Le tasse sono un furto (in quanto imposte con la forza) per cui evadere è lecito
    – Il fascismo era un sistema che funzionava. Votiamo per reintrodurlo
    – Poiché la legge ci permette di abortire se il feto è un down, anche uccidere un down appena nato dovrebbe essere legale
    – Siamo sicuri che il paese voglia le tasse? Facciamo un referendum per abolirle
    etc etc..

  3. Simone Berti scrive:

    Carmelo, sveglia: la Polverini…. ma l’hai vista quando implora “la democrazia”. Spiegali, visto la tua vicinanza, che in democrazia la forma è sostanza…. ed un consiglio sommesso: smarcatevi al più presto da un centro-destra caciarone che contrappone la parola regola a domocrazia.

  4. Carmelo Palma scrive:

    Se ho ben capito le notizie della serata, ci sarà una manifestazione sabato contro il Governo golpista (ma non fatemi ridere), e, il sabato successivo, contro il Tar golpista (ma non fatemi ridere). Il golpismo è la categoria a cui la politica italiana ricorre per esprimere il proprio sdegno e la propria impotenza. Io… preferisco vivere.

  5. Rossano Raspo scrive:

    Questo articolo Carmelo poteva benissimo intitolarsi difendere gli indifendibili, ma al contrario del famoso libro, qui c’è proprio poco da difendere: gente che non è in grado di raccogliere firme, di mettere timbri e di presentarle, cose elementari ma ormai superate dalla protervia di chi occupa tutto ed ha sempre ragione, tanto il capo rimedia!
    Ma domandiamoci se noi arriviamo tardi in un ufficio chi ci aspetta?
    Se dimentichiamo una firma quante grane possiamo passare?
    Qui non si tratta di un singolo caso ma di un modus operandi generale, e che contribuisce a rafforzare una domanda sempre più forte, ma perchè un cittadino dovrebbe votarli?
    Occupano per anni i noiosi salotti TV preparando la campagna elettorale gratis; non sono in grado di attirare i giovani nemmeno
    comprandogli le caramelle; non hanno più fedelissimi perchè morti d’invidia o d’inedia ideale, i portaborse sono solo dei mediocri che mangiano panini…
    Hanno ormai solo un’autorità formale, e come dice Marcello perchè legittimarli?

    un saluto da Torino da un vecchio amico

  6. Nes Lauro scrive:

    La carta bollata, no signori. Non e’ altro che l’ingrassamento di un mefistolico ingranaggio, che inter alia, nel suo malus modus operandi, trascina alle calende greche o, alla prescrizione (vedi caso Mills)processi vinti in partenza nel nome dello Stato, in toto, annullando quanto di sacrosanto necessario alla popolazione iataliana.
    Il ricorso alla piazza e’ mandatorio, in quando dubbio non v’e’, che, la premeditata operazione o, strategia politicomafiosa, rientra in un disegno criminoso, che evidenzia “l’illegittimita’ del de-cretino (nel senso della parola) che va denunziata.
    Chi scrive, lo ha ampiamente manifestato via Facebook, al Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ed al Presidente della Repubblica, che persosi per la via maestra, ha omesso di ponderare la legittimita’ della Sua firma, possibilmente estorta dalla pressione o, coercizione di soli uomini della maggioranza, commettendo altro arbirio, nei confronti delle opposizioni, che in merito e sostanza debbono dir la loro, cosi’ come sancito dalla Costituzione Repubblicana. Nel contesto dell’abuso che non escude l’uso: abusus non tollit usum, il Paladino, ha accusato altresi’ la indiscutitile violazione degli artt. 54 e 90 (cost.) che in termini giuridici giustifica l’impeachment: del Presidente del Consiglio e, del Capo dello Stato.
    Ovvio, non ho riscontro scritto, dalle “due” parti in causa, in quanto palesi omissivi di provvedimenti legislativi, ivi inckuso la decisione del CSM v collusi magistrati…. nel mio caso in cui mi vede nella veste di: primo rifugiato politico della contemporanea storia d’Italia – ai sensi trattati, convenzioni e protocollo per i rifugiati ( e non certo in esilio, per omicidi o, ruberia alla Craxi) per colpa grave di precedenti governi, e quello di Berlusconi). Appello a chi legge, di voler far propria e soppesare la gravita’ della presente situazione, che per forza di cose, prima o poi, trovera’ il giusto forum per citare per danni lo Stato italiano.
    Non si puo’ negare, che mi si e’ (con famiglia) rubato una fetta di vita in modo stupido e ripugnante.
    La piazza, nello spirito della “protesta civile” e’ dunque una panacea o misura necessaria a far si’, come autorevolmente disse l’ex Presidente della Repubblica Ciampi (acui ho risposto su FB), ad ossequiare i diritti del cittadino della stessa Repubblica, come sancito dalla Costituzione e leggi del nostro ordinamento!
    Il Paladino dei poveri.

  7. Luca Cesana scrive:

    Scusa Carmelo, ma, al di là dell’aspetto grottesco del de-cretino inutile, quello che si evince da questa vicenda è un’interpretazione arrogante e cialtrona del potere di buona parte del centro-destra;
    non ci siamo trovati davanti a “aggiramenti” delle norme (tipo firme autenticate ex post) ma a violazioni clamorose e grossolane, della serie “io sono potente e delle leggi me ne fotto”
    sciatteria, volgarità, urla sgangherate a golpe e contro-golpe.
    La soluzione più semplice e naturale sarebbe stata quella (se non ricordo male accennata da Bersani) di una pubblica ammissione di gravi e dilettanteschi errori da parte del PdL, seguita dal rinvio di un mese del voto.
    Comunque una fotrzatura, sul piano del diritto, ma accettabile come eccezione.
    Hanno preferito la strada più partitocratica e l’hanno pure imboccata in contro-mano…
    Cornuti e mazziati

  8. Piero scrive:

    > Non sono un fine costituzionalista come Calderoli
    Bella questa battuta!

  9. Piero scrive:

    A parte gli scherzi, penso che politicamente sia stato alquanto inopportuno (per tutti, non solo per il PdL) il decretino “interpretativo”.

    Una soluzione politica condivisa sarebbe stata preferibile, ma era impraticabile per le derive legaliste del PD.

    Nota: mi metto anch’io tra coloro che chiedono il rispetto delle leggi; da (ex) PD e (quasi) radicale, sono comunque consapevole che ogni soluzione politica passa dal potere legislativo (ordinario o d’urgenza) e quindi E’ RICONDOTTA nell’ambito legale.

  10. Carmelo Palma scrive:

    Gli argomenti usati dai militanti pro-decreto e dagli irriducibili anti-decreto rinnovano la mia vocazione snobistica al terzismo. Nondimeno, tengo il punto. Il problema per me non era sanatoria sì, sanatoria no, ma “quale” e “come”. Anche Pannella ieri ha chiesto una sanatoria (in corsa tutte le liste presentate, anche con un numero di firme insufficienti e ripartenza della campagna elettorale). La mia idea è banale. Se si “forza”, per impedire che i casini rendano il voto un rito vuoto e non significativo della realtà politica del paese, allora bisogna stare attenti a farlo in modo equo, non discriminatorio. La tesi “legalista” non mi convince perché quando la legalità non regola la realtà, ma ne prescinde, allora la avvelena e la sfigura. Quelli che fanno i “legalisti” sulle leggi elettorali come i leghisti lo fanno sull’immigrazione, si offrono ad una comoda e inutile demagogia.

  11. Mettersi a discutere coi filosofi è pericoloso ma non capisco che ci stia a fare ” la legalità che non regola la realtà, ma ne prescinde… ”
    Chi ha presentato le liste del PDL non lo ha fatto ” secondo la regola ” Punto!
    Visto che il PDL è la mia parte, son sufficientemente incazzata per la dabbenaggine che hanno mostrato, poi va bene tutto, io sarò un’inguaribile romantica persino ingenua, ma non conveniva azzerare tutto?
    O stiam dicendo la stessa cosa e io non stò a capire nulla?

    Mi sà che sto giro di voto mi astengo, anche se non è la soluzione….

  12. Nes Lauro scrive:

    Dubbio non v’e che, l’ordine legale, cui si fonda la convivenza sociale, si sgrava dal rapporto che si stabilisce, alla luce della Costituzione, fra ordine pubblico e la liberta’ dei cittadini della stessa Repubblica.
    Non ci sara’ ordine pubblico sensa la tutela dei diritti di liberta’, come non vi possono esser diritti di liberta’ sensa tutela dell’ordine pubblico. Questo e’ il probblema che va risolto, pur di ottenere “illegittimamente” l’operativita’ del “de-cretinis”, si rischia di metter in pericolo l’ordine pubblico, la liberta’ dei cittadini (oggi, l’uno contro l’altro) e la “validita’ della piu’ vilipesa Costituzione Repubblicana.
    In atto si evidenziano gravi comportamenti e la mera vilta’ e disubbidienza della Carta, che ai sensi degli artt. 54 e 90 (cost.)impone alle camere di procedere “all’impeachment” del Presidente del Consiglio e del Presidente della Repubblica.
    Il Paladino dei poveri.

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