Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Dico no alla piazza dell’ipocrisia legalista

– L’esclusione della lista del PDL nel Lazio è l’ennesima doccia fredda per un partito che sembra entrato in grossa confusione. La mia opinione concernente i problemi del PDL in sede di presentazione delle liste è che, oltre un’imprudente superficialità, abbia giocato un ruolo cruciale anche l’aspettativa di una interpretazione ‘soft’ delle leggi, che nel nostro paese sembra aver creato un diritto ‘sostanziale’ parallelo al diritto formale; mi sfugge tuttavia come sia possibile che chi scriva un decreto con il precipuo scopo di ‘salvare’ le liste possa ignorare l’inapplicabilità del decreto stesso. Ad ogni modo, la confusione non è una peculiarità del PDL, anzi, volgendo lo sguardo altrove vengono spontanee una serie di valutazioni sulla strumentalizzazione del caos liste.

Lo ammetto, io desideravo la partecipazione delle liste del PDL alla competizione elettorale nel Lazio e in Lombardia, e non certo per preferenze politiche (su queste righe ho già espresso il mio parere sull’operato complessivo dei governi Berlusconi). Volevo l’inserimento delle liste perché mi sembrava evidente che l’applicazione delle norme contenute nei regolamenti negasse la ratio stessa delle norme, e perché, a prescindere da tutto, avrei preferito sacrificare una supposta certezza del diritto alla rappresentatività democratica (e perché no, queste regole mi sembravano prive di senso se riferite ad una lista di sicura rappresentatività come quelle del PDL: ovviamente questi non sono argomenti giuridici quanto piuttosto valutazioni personali).

Ma ciò che ho trovato davvero divertente in questi giorni è l’atteggiamento dei legalisti e dei giuspositivisti. E’ stato divertente ascoltare i ‘no’ alla possibilità di inserimento delle liste nel nome della Legge, è stato divertente vederli rigettare le argomentazioni ‘naturali’ in favore di un bilanciamento tra esigenza di rappresentatività e rispetto delle regole che accontentasse l’elettorato del maggior partito italiano; qualcuno mi ha persino detto “comprendo il tuo ragionamento e lo condivido, ma le regole sono regole e vanno rispettate”. E’ stato divertente perché, quando cominciava a trapelare la possibilità che Napolitano firmasse, tutti hanno cominciato con i loro argomenti ‘naturali’ contro la firma di Napolitano. “Qui muore la democrazia”, “Non si possono cambiare le regole in corsa” e così via.

Ma come? E la Legge? Ce ne siamo scordati in un batter d’occhio del governo della Legge?
Impossibile non sorridere, impossibile perché quando i feticisti della Legge cominciano a parlare di morte della democrazia siamo di fronte ad un evidente caso di malafede.
Ciò che abbiamo imparato da questa grottesca situazione, semmai ce ne fosse ancora bisogno, è che la prima regola dei sistemi di Civil Law è che le regole possono essere cambiate, in qualunque momento. Questa è la lezione che i fanatici del rispetto della legge “a tutti i costi” devono trarre se non vogliono poi rendersi ridicoli con quegli argomenti ‘naturali’ che tanto sembrano disprezzare, salvo poi attaccarvisi nel momento del bisogno. La stessa lezione che Di Pietro sembra non aver imparato quando parla di incostituzionalità. Era coerente Boskov quando diceva che “rigore è quando arbitro fischia”, era coerente perché quando le sue squadre uscivano con le ossa rotte dalle partite a cause delle decisioni arbitrali lui non aveva mai il coraggio di dire “così muore il calcio”, “l’arbitro non può decidere a proprio piacimento”. Incostituzionale è quando Corte lo dice, e quando e se lo dirà si rifaranno le elezioni. Queste sono le regole, prendere o lasciare.

La stessa lezione che non ha compreso Zingaretti quando così afferma: “In questo momento così buio per la vita democratica italiana, esprimo la mia solidarietà a chi rispetta le regole, a chi paga le multe, a chi versa correttamente le tasse, a chi si ferma al rosso. Insomma esprimo la mia solidarietà alle persone perbene”.
Queste sono le lacrime di coccodrillo di quelli che pensavano di far fuori il PdL tramite la Legge, disprezzando gli argomenti ‘extra-giuridici’. Dove sono finiti quelli del “fiat iustitia (positiva) pereat mundus”?
Questo è l’isterismo di chi ha strumentalizzato il rispetto della legge per fare fuori i competitor e adesso si sente come se gli fosse stato sottratto il giocattolino.

Io sono stufo di questa retorica sul rispetto delle regole, non solo perché ritengo il feticismo delle regole ‘fascista’ almeno quanto l’atteggiamento di chi rispetta solo quelle che gli fanno comodo, ma soprattutto perché sono stufo di sentir parlare di Legge strumentalmente agli interessi politici dell’una o dell’altra parte (questo perché sono certo che a parti invertite i ruoli si sarebbero capovolti perfettamente, i paladini della legge e quelli della rappresentatività).

Probabilmente, da estimatore del pensiero hayekiano, idealizzo il common law. E si mi è permessa una poco scientifica previsione su quello che sarebbe successo se fossimo vissuti in un paese che sul common law ha costruito le proprie leggi: di certo alcune regole sarebbero state meno ‘burocratiche’ e più ‘efficienti’, e altrettanto certamente nessuno le avrebbe potute cambiare, specialmente in corsa. Ed è per questa ipocrisia giuspositivistica che non scenderò in piazza. Perchè non ha senso parlare di rispetto della legge quando conviene, e tirare in ballo la sopravvivenza della democrazia quando le regole vengono ‘legalmente’ cambiate.
A prescindere dalle valutazioni personali sull’esigenza di rappresentatività, che da potenziale elettore del PDL mi porterebbero a temere maggiormente l’incapacità di presentare correttamente delle liste piuttosto che il tentativo estremo e poco ortodosso di riportare la situazione sui corretti binari, sarebbe bene che tutti cominciassero ad essere un po’ più coerenti, quantomeno sull’idea di ‘diritto’.


Autore: Carlo Ludovico Cordasco

PhD student in Political Theory all'università di Sheffield. Fondatore di European Students For Liberty, autore di articoli scientifici su diritto e ordine spontaneo. Ha in corso di pubblicazione un libro dal titolo "Hayek: ordine, istituzioni e regole".

3 Responses to “Ricorso alla piazza o ricorso al decreto? Dico no alla piazza dell’ipocrisia legalista”

  1. Stefano Parravicini ha detto:

    E’ indecente questa indignazione per lo scorretto deposito delle liste da parte di chi lo ha sempre praticato in passato.
    Solo i Radicali, forse, possono dire di avere sempre adempiuto alla legge, denunciando però da sempre di essere i solo a ottemperare alla formalità di raccolta e deposito delle firme nelle varie competizioni politiche e referendum.
    E’ chiaro che il polverone di indignazione sollevato in particolare da IDV e PD risponde a motivazioni solo politiche di contrasto con ogni mezzo, anche completamente strumentale,a Berlusconi.
    La proposta radicale di rimandare le elezioni in tutte le Regioni e di rivedere poi la legge elettorale mi sembra ragionevole e da accogliere. Ma devono essere d’accordo tutti e tutti chiedere scusa agli italiani per non avere in passato seguito le regole.
    Mi sembra la situazione di tangentopoli nel 1992 quando, di fronte all’assalto a Craxi che evidentemente aveva impostato un sistema di finanziamento illegale, gli altri partiti, e segnatamente i comunisti che ancora imperano nella politica italiana,si sono ipocritamente tirati fuori e pur essendo colpevoli come i socialisti hanno fatto la parte degli indignati onesti.
    Stò ascoltando l’intervento di Bersani alla assemblea radicale e dice indignato le solite cose su Berlusconi senza volere riconoscere che il comportamento illegale nella presentazione delle liste è anche del suo partito.
    E’ insopportabile.
    E’ poi risibile chi dice, come anche il moderato Bersani, che siamo al fascismo.

  2. glitterfairy ha detto:

    Sono perfettamente d’ accordo!

  3. Nicola Ricupito ha detto:

    Scusate, esiste una lista in lazio dei estrema-estrema destra?
    se si, facciamola finita, e diciamo a tutti gli elettori della Polverini di votare questa lista.
    E’ democratico, e non ci vuole nessun decreto.

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