– E’ stato interessante, il racconto di questo verde ex agitatore canadese. La testimonianza di un errore, the “big mistake”, come lo ha reiteratamente definito, quello di equiparare il nucleare civile alle armi nucleari, la riproposizione del peccato originale di un’organizzazione, Greenpeace, che proprio lui aveva contribuito a fondare, un po’ inconsapevolmente e molto fortunosamente, sull’opposizione ai test nucleari che il governo statunitense conduceva in Alaska nell’anno di grazia 1971.
Patrick Moore di Greenpeace è stato l’anima e il braccio fino al 1986, e ciò è attestato dal fatto che nel periodo precedente ha ricoperto ruoli molto prestigiosi al suo interno (presidente della Greenpeace Foundation, poi di Greenpeace Canada, infine Direttore Generale di Greenpeace International), prima di decidere di convertire il big mistake nella big issue del pragmatismo ambientale mondiale: il nucleare.

Nel corso dell’incontro organizzato la scorsa settimana da Reti, imbeccato da un altro transfuga dell’ambientalismo ortodosso del calibro di Chicco Testa, Moore ha snocciolato con plastica semplicità le ragioni della scelta nucleare. In primis c’è l’evidenza che una centrale termoelettrica a carbone o gas non la sostituisci con dei bei pannelli fotovoltaici ma soltanto con la fissione dell’atomo. Fare le barricate contro quest’ultimo equivale a costruire autostrade per le fonti fossili. A che serve costruire una centrale fotovoltaica o una idroelettrica, se poi devi affiancarle una robusta e inquinante centrale a carbone? Per restare all’Italia, negli ultimi anni è sensibilmente aumentata la quota di energia elettrica prodotta dalle rinnovabili. Il problema è che la parte tratta dal gas metano è cresciuta ancora di più attestandosi al 67,2 % del totale nel 2008.

L’atomo è pulito, semmai sono sporchi di fuliggine gli argomenti di quanti lo avversano. “Sustainable and clean is better than renewable” è stato il motteggio con cui Moore ha indicato quello che dovrebbe essere l’alfabeto del pragmatismo ambientale. Il nucleare non inquina e non distrugge risorse naturali, a differenza di quanto fanno carbone, petrolio o, ad esempio, legno. Pensate a quest’ultimo: è fuor di dubbio che esso sia un materiale organico rinnovabile, ma se per produrre energia lo bruciamo più in fretta di quanto si riproduce, il suo utilizzo non è sostenibile oltre a non essere pulito.

Si, va bene, ma che ne facciamo delle scorie? Qui ci sono un paio di superfetazioni comunicative da demistificare. Punto primo, scordatevi Homer Simpson che lavora alla centrale nucleare di Springfield maneggiando pericolosi, instabili e corrosivi liquidi verdastri. La risulta del processo di lavorazione di uranio e plutonio è costituita da piccole sfere, molto solide e molto calde, che ormai tutti i paesi civili sanno come stoccare in appositi container oppure, come farebbero volentieri i giapponesi (ma non lo fanno perché esistono trattati internazionali che lo vietano), in depressioni dei fondali marini molto soffici e quindi molto stratificabili, che sarebbero uno scrigno perfetto e sicuro per l’esaurimento della radioattività residua. Punto secondo, la pericolosità delle centrali nucleari è una suggestione dell’opinione pubblica, principalmente quella europea, che affonda le sue radici nell’incidente occorso alla centrale di Chernobyl nel 1986. Atteso che, come giustamente nota Carlo Stagnaro, quello di Chernobyl non fu il fallimento del nucleare bensì quello di un sistema sociale, i morti accertati dal rapporto ufficiale redatto da agenzie dell’ONU sono 63. Per intenderci meglio, il 18 agosto del 2009 in Russia è esplosa una centrale idroelettrica provocando 73 morti, e anche le morti che l’Onu indirettamente collega (ma senza poterne inferire alcuna certezza nel nesso di causa) al disastro dell’86 sono meno numerose di quelle causate dall’aumento dell’inquinamento dovuto ai combustibili fossili.

Quanto alla sindrome Nimby, pare che negli States il problema sia al rovescio: quelli che hanno il nucleare nel giardino di casa sono contentissimi di avercelo, tanto che l’80% della popolazione (Moore dixit) residente entro 10 miglia da una centrale è favorevole all’atomo fisso nel cortile accanto, contro un gradimento medio del 57% nel resto del paese. Ebbene signori, o questi qui sono degli incoscienti di livello planetario, o noi siamo come quei cavalli che si imbizzarriscono alla vista dell’ombra di una pericolosità che non esiste.
Resterebbe il capitolo dei costi. Ma me/ve lo risparmio per la prossima puntata.

P.S. Tutto quanto scritto sopra va interpretato come l’apologia, non richiesta e non necessaria, di un tizio, Patrick Moore, che è reo confesso di ideologismo e di un’opzione, quella nucleare, che dell’ideologismo è stata la vittima sacrificale più illustre.