– Un giorno a caso, il 24 febbraio, nell’interessante articolo ”Il merito una risorsa trascurata” (pubblicato da Il Mattino) Pierpaolo Benigno comincia la trattazione del tema a partire dalle parole di Benedetto XVI  e del suo richiamo alla “riscoperta di un nuovo umanesimo che metta al centro della società l’uomo e i suoi valori, quelli buoni”, come il merito appunto. Lo stesso giorno, quel casuale 24 febbraio, spopolavano on-line le dichiarazioni della Cei sul “Sud paralizzato dalla mafia e da una politica inadeguata”. Più recentemente, e cioè appena ieri, forse non la Cei, ma qualcuno che ne fa parte, si è pronunciato sul decreto salva-liste. Bah.
Sul perché  sia la libera Chiesa e non (o non solo) il libero Stato ad occuparsi dei temi di cui sopra – il merito, l’illegalità e il pasticcio delle liste – a voi la riflessione. Intanto consentitemi di seguire lo stesso filone e lasciate che oggi – un giorno meno casuale come l’8 marzo – mi rivolga alle donne usando ancora le parole della libera Chiesa e non quelle, in verità assai rare sull’argomento, del libero Stato. Lo faccio attraverso un testo di quello che considero un grande papa (oserei dire il più grande di tutti, ma certi giudizi, ammesso che abbiano senso, lasciamoli alla storia), Giovanni Paolo II:

“Grazie a te, donna-madre, che ti fai grembo dell’essere umano nella gioia e nel travaglio di un’esperienza unica, che ti rende sorriso di Dio per il bimbo che viene alla luce, ti fa guida dei suoi primi passi, sostegno della sua crescita, punto di riferimento nel successivo cammino della vita […].
Grazie a te, donna-lavoratrice, impegnata in tutti gli ambiti della vita sociale, economica, culturale, artistica, politica, per l’indispensabile contributo che dai all’elaborazione di una cultura capace di coniugare ragione e sentimento […].
Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani.
Ma il grazie non basta, lo so. Siamo purtroppo eredi di una storia di enormi condizionamenti che, in tutti i tempi e in ogni latitudine, hanno reso difficile il cammino della donna, misconosciuta nella sua dignità, travisata nelle sue prerogative, non di rado emarginata e persino ridotta in servitù. Ciò le ha impedito di essere fino in fondo se stessa […].
Sì, è l’ora di guardare con il coraggio della memoria e il franco riconoscimento delle responsabilità alla lunga storia dell’umanità, a cui le donne hanno dato un contributo non inferiore a quello degli uomini, e il più delle volte in condizioni ben più disagiate […]. Rispetto a questa grande, immensa «tradizione» femminile, l’umanità ha un debito incalcolabile. Quante donne sono state e sono tuttora valutate più per l’aspetto fisico che per la competenza, la professionalità, le opere dell’intelligenza, la ricchezza della loro sensibilità e, in definitiva, per la dignità stessa del loro essere!
E che dire poi degli ostacoli che, in tante parti del mondo, ancora impediscono alle donne il pieno inserimento nella vita sociale, politica ed economica? Basti pensare a come viene spesso penalizzato, più che gratificato, il dono della maternità, a cui pur deve l’umanità la sua stessa sopravvivenza. Certo molto ancora resta da fare perché l’essere donna e madre non comporti una discriminazione. È urgente ottenere dappertutto l’effettiva uguaglianza dei diritti della persona e dunque parità di salario rispetto a parità di lavoro, tutela della lavoratrice-madre, giuste progressioni nella carriera, uguaglianza fra i coniugi nel diritto di famiglia, il riconoscimento di tutto quanto è legato ai diritti e ai doveri del cittadino in regime democratico.
Si tratta di un atto di giustizia, ma anche di una necessità. I gravi problemi sul tappeto vedranno, nella politica del futuro, sempre maggiormente coinvolta la donna: tempo libero, qualità della vita, migrazioni, servizi sociali, eutanasia, droga, sanità e assistenza, ecologia, ecc. Per tutti questi campi, una maggiore presenza sociale della donna si rivelerà preziosa, perché contribuirà a far esplodere le contraddizioni di una società organizzata su puri criteri di efficienza e produttività e costringerà a riformulare i sistemi a tutto vantaggio dei processi di umanizzazione che delineano la «civiltà dell’amore»”.

Sembra scritta ieri, eppure la “Lettera alle donne di Giovanni Paolo II” risale al giugno del 1995. Anche allora era la libera Chiesa a parlarne. E quanti progressi sono stati fatti nel libero Stato?
Non è cambiato molto, anzi. Le donne restano spesso fuori dal mercato e non per scelta (vedi i dati dell’ISFOL, ad esempio),  sono licenziate dopo la maternità (vedi la vicenda della manager della Red Bull), poche in politica, poche – o pressoché inesistenti – ai vertici delle grandi aziende. Occorre imporre che nell’agenda politica del libero Stato compaia la voce welfare per le donne, oltre che per i giovani. E tra le donne, occorre far squadra.
Oggi è l’8 marzo, la festa delle donne. E adesso, per favore, ditemi cosa abbiamo da festeggiare.