Non chiamatela festa. L’8 marzo è battaglia per l’emancipazione

da Il Secolo d’Italia, di domenica 7 marzo 2010 – Domani, 8 marzo, si celebra quella che ormai viene comunemente definita la “Festa della donna”. Ma sarebbe più opportuno utilizzare l’espressione corretta “Giornata internazionale della donna”. Perché  l’8 marzo non è un gentile omaggio all’ “altra metà del cielo”, ma una data con la quale si ricorda la lunga strada che le donne hanno percorso fino ad oggi per vedere riconosciuti i loro diritti di persone e cittadine e si invita a riflettere sulle violenze e sulle discriminazioni che le donne ancora subiscono in ogni parte del mondo.Guardando all’Italia, non si capisce poi che cosa ci sia da festeggiare. Certo, rispetto agli anni Cinquanta dei passi avanti sono stati compiuti. Ciò nonostante, le donne italiane subiscono ancora gravi discriminazioni sul lavoro, risultano sottooccupate rispetto alle donne di molti altri paesi occidentali, raggiungono con estrema difficoltà i livelli dirigenziali, sono poco presenti nelle assemblee politiche elettive e negli organi di governo. Nelle diverse classifiche che misurano il grado di discriminazione o di avanzamento nella società, nell’economia, nella politica delle donne, l’Italia è spesso tra i paesi con le peggiori performance.

A questa grave situazione oggettiva, si aggiungono due fattori che non fanno ben sperare per il futuro della condizione femminile in Italia. Da un lato, vi è  il fatto che la concreta emancipazione femminile non è al centro dell’agenda politica del nostro paese. Dall’altro – ma le due cose non sono scollegate tra loro – la nostra cultura politica sembra incapace di liberarsi di stereotipi ormai superati in altri paesi e che la battaglie femministe degli anni Settanta parevano avere messo definitivamente in crisi e, al tempo stesso, sta subendo una vera e propria involuzione, laddove legittima un nuovo modello “vincente” di donna che assomiglia molto, troppo, al modello della prostituta.

Partiamo da quest’ultimo punto. A questo proposito vale la pena di citare quanto riportato nel bel libro di Caterina Soffici (Ma le donne no. Come si vive nel paese più maschilista d’Europa), in relazione alla trasformazione della donna, comunque sempre oggetto, nella pubblicità italiana. Soffici descrive questo cambiamento così come appare dalla fotografie di Ico Gasparri, che da anni raccoglie documentazione sull’immagine della donna nei cartelloni pubblicitari: “vent’anni fa le donne avevano le cosce chiuse, poi le hanno aperte. Poi alle cosce aperte si è aggiunta la bocca aperta. Poi ancora la lingua di fuori … sono diminuiti l’ammiccamento e il richiamo sessuale per passare direttamente all’azione … le scritte sono più esplicite, aggressive, volgari … si ricorre sempre più a immagini lesbo; nella pubblicità è sbarcata l’omosessualità femminile, elemento fondamentale della pornografia maschile”.

La televisione non è da meno. Lo ha illustrato in modo crudo Lorella Zanardo nel suo documentario “Il corpo delle donne”: donne spogliate, riprese oscene, donne mute messe a fare da ornamento o che giocano il ruolo dell’ochetta e che come tali sono trattate. Il video è stato cliccato centinaia di migliaia di volte (www.ilcorpodelladonna.it). Ma tante donne e tanti uomini che non utilizzano internet, che non seguono La7 (unica rete nazionale che ha trasmesso parte del video durante la trasmissione di Gad Lerner L’Infedele) continuano ad assistere nelle principali reti nazionali, pubbliche e private, a questo scempio della dignità femminile, in molti casi giungendo a considerarlo “normale”. Il modello della donna simil-prostituta rischia di guadagnare sempre più spazio nella nostra cultura; il messaggio rivolto alle donne è chiaro: sono gli uomini che comandano, per fare strada dovete piacere a loro, mostrare la vostra avvenenza e soprattutto la vostra disponibilità. Nella cattolicissima Italia un vero e proprio invito alla prostituzione. Accanto all’immagine di donna prostituta sopravvive, poi, quella di madre, sposa, “massaia”. Le pubblicità mostrano mamme belle e felici e casalinghe entusiaste della scoperta di un detersivo migliore e merendine più nutrienti. Sposa o meretrice, la comunicazione pubblica continua a mantenere la donna prigioniera di asfissianti stereotipi.

Di fronte a tutto questo,  a livello politico non accade pressoché nulla. Anzi, sembra che la politica di quegli stereotipi si nutra e li riproduca. E’ ancora Caterina Soffici che riporta l’incitamento del nostro premier alle sue fan: “Siete le nostre padrone: tra le mura domestiche le padrone siete voi: noi lo sappiamo bene” “Signore, per i giorni del voto ho una missione speciale per voi: cucinate”. “una volta – scrive la giornalista – si lottava per abbattere la figura della massaia e rimuoverla dalla società. Oggi la si evoca e la maggioranza delle donne non protesta neppure”. E una politica sempre più debole e permeabile giunge addirittura a introdurre tra i criteri di reclutamento quelli propri del casting dei programmi televisivi. E tante ragazze che si accalcano per partecipare a provini umilianti per poter inseguire il loro sogno di celebrità, ormai potranno cominciare a pensare che tante porte potranno loro aprirsi grazie all’offerta del loro corpo: il fantastico mondo della Tv, ma anche quello della politica, perché ormai la differenza rischia di non essere più percepita.

La politica diventa così essa stessa vittima e veicolo degli stereotipi che dominano nel nostro paese. Difficile aspettarsi da essa l’input per un cambiamento di orientamenti. Ed infatti, in Italia, essa ben poco fa per l’emancipazione femminile. Questa affermazione potrebbe risultare ingenerosa di fronte all’attivismo del nostro attuale Ministro delle Pari Opportunità, Mara Carfagna. L’on. Carfagna si è impegnata seriamente contro la violenza sulle donne, contro l’omofobia e si sta impegnando a favore delle donne che lavorano. Ma a fronte della gravità della nostra situazione, la sua azione appare sottodimensionata e soprattutto si sviluppa all’interno di un approccio fortemente “paternalista”. Sono impressionanti le parole che chiudono la sua “lettera” nella home page del sito del ministero: “Questo è il fascino di una avventura che faccio per e insieme a voi: capire quali sono i bisogni dei più deboli. E cercare una risposta. Giusta e efficace. Come farebbe ognuno di voi se si trattasse della vostra moglie, compagna, sorella, figlia o figlio …”.  Le donne sono soggetti deboli da aiutare e il ministro ci dice che lei le aiuterà, così come farebbero mariti, compagni, fratelli, padri! Mara Carfagna si rivolge ai maschi e dice, io aiuterò le donne così come lo fareste voi. Lo scivolamento nello stereotipo è evidente.

Nell’azione del ministro sembra che manchi la consapevolezza che in una società bloccata come la nostra, un reale miglioramento della condizione femminile debba necessariamente passare attraverso, da un lato, la continua sollecitazione (anche attraverso discorsi che possono dispiacere alla propria parte politica) di una nuova consapevolezza delle donne, dall’altro, un’azione più incisiva contro le discriminazioni. Le conclusioni di un rapporto del ministero della Funzione Pubblica e di quello della Pari opportunità sull’applicazione della parità nelle amministrazioni pubbliche (2008) è sconfortante e rileva la persistenza di gravi discriminazioni. Non varrebbe la pena, ad esempio, lanciare una campagna “alla Brunetta”, questa volta non contro i “fannulloni”, ma contro i “maschilisti” e chi non applica con rigore le norme a favore delle pari opportunità? Talvolta per ottenere risultati bisogna anche avere il coraggio di risultare inopportuni.

Una politica a favore delle donne dovrebbe essere più coraggiosa. Le donne, ancorché poche, che hanno ruoli di responsabilità nell’attuale governo e che hanno ruoli politici rilevanti dovrebbero esserne consapevoli. Dovrebbero avere il coraggio di rovesciare gli schemi, di affrontare il problema femminile non come un semplice problema di tutela di una parte debole, di vittime potenziali, ma come una questione di sacrosanta affermazione di diritti. E per questo dovrebbero innanzitutto gridare contro lo scandalo della scarsissima presenza di donne in politica. Dopo il fallito tentativo dell’ex ministro delle Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo, la questione delle “quote rosa” nelle liste è stata dimenticata. Il ministro Carfagna si dichiara addirittura contraria, sostenendo che “pian piano le donne sapranno prendersi gli spazi che meritano, senza ‘riserve indiane’”. Pian piano? Di quanti decenni stiamo parlando? E nel frattempo quante risorse, vite e legittime ambizioni saranno state sprecate? In altri paesi le quote hanno funzionato, se non le si vuole bisogna sapere spiegare perché e proporre alternative convincenti, non affidarsi alle lente trasformazioni, specialmente in un paese che più che andare avanti sembra invece arretrare. Al tempo stesso, sarebbe necessario guardare in faccia la realtà e rendersi conto che la “salvaguardia della tradizione”, così cara a parte del centrodestra, cozza contro i diritti delle donne e l’emancipazione femminile. Come dimostra la famigerata legge 40, che ha umiliato il desiderio di maternità di tante donne e si è violentemente intrufolata nel corpo femminile. Molte donne in politica, oggi, sembrano così attente a non disturbare il manovratore e a non contrastare la nuova ideologia “tradizionalista”, che non si sognano nemmeno di sollevare la necessità di misure come il divorzio breve o la regolamentazione delle coppie di fatto, che se introdotte non solo ci metterebbero in linea con gli altri paesi europei, ma fornirebbero un importante sostegno a tante donne .

A livello politico, una mobilitazione femminile trasversale a favore dei diritti delle donne e contro il diffondersi di una cultura maschilista, dunque, sembra quasi impossibile. Molte di coloro che hanno raggiunto, in un modo o nell’altro, posizioni di visibilità e autorità sembrano essere paghe del loro successo, non incentivano la mobilitazione femminile e soprattutto offrono modelli di ruolo di donne “arrivate”, ma al tempo stesso obbedienti e fedeli al leader (il fenomeno è particolarmente evidente nel centrodestra, ma è fortemente presente anche a sinistra). Una politica indifferente, donne politiche in gran parte deferenti, una cultura che mortifica le donne: dunque, l’8 marzo, “Festa della donna”, non ci resta che piangere? Forse sì. O forse no, qualcosa nella società si sta muovendo, perché la misura appare colma. Certo è che noi donne dovremo imparare, insieme, a fare da sole.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

2 Responses to “Non chiamatela festa. L’8 marzo è battaglia per l’emancipazione”

  1. Grazie Sofia Ventura. Stile limpido e preciso. Analisi acuta. Un forte sentimento della libertà. Vorrei conoscerla di persona.

  2. iulbrinner scrive:

    Questo è un articolo che ho pubblicato sul mio blog per l’occasione e che, mi sembra, calzi a pennello anche per commentare l’articolo.

    Quello che i sassi non sanno
    Domani è l’otto marzo, una data da riferire in lettere piuttosto che in cifre in quanto è una data celebrativa, con un significato simbolico.
    Non serve ricordare chi o cosa si celebra, lo sanno anche i sassi che non sono interessati alle cose umane, figuriamoci.
    Quello, però, che i sassi non sanno e che andrebbe fatto osservare anche ai soggetti animati – i quali, al contrario, dovrebbero saperlo bene – è che la celebrazione di domani è solo la ridondante riproposizione, in chiave ufficializzata, di un fatto abituale e quotidiano.
    Un pò come se si decidesse di festeggiare, in qualche giorno dell’anno, la comodità dei letti o la bontà del pane.
    Già, perché solo i ciechi o i sordi o altri sfortunati privi del bene della percezione o del comprendonio potrebbero non essersi accorti del fatto che la nostra epoca, la nostra cultura, il nostro tempo è una celebrazione costante e sistematica, oltre che diuturna, del femminile in tutte le possibili salse.
    Il corpo femminile occhieggia malizioso da tutti gli angoli visibili della città, spesso vestito, molto più spesso nudo o seminudo.
    Sorrisi femminili ci blandiscono, accattivanti, da ogni pubblicità murale, editoriale, televisiva e internettiana; solo la radio risente di questo deficit visivo al quale sopperisce, comunque, con voci femminili suadenti e persuasive.
    Per non parlare delle risonanze planetarie che assumono, nel mondo dell’informazione, notizie come quelle della prima donna che ha guidato il taxi o l’autobus, della prima alpina, delle prime leve di ufficiali donna, della donna che ha inventato la minigonna o di quella che, per prima e probabilmente anche per ultima, fa la palleggiatrice di professione e vuole sfidare Ronaldinho sul suo terreno.
    La prima donna-regista è solo l’ultima arrivata nella galleria idolatrica in questione.
    Non mancano, naturalmente, in questa agiografia di sistema, coloro che arrivano ad acclamare nuove teorizzazioni caserecce della razza superiore, sostenute da pseudo scientismi indimostrati – anzi, storicamente smentiti dai fatti – intorno al migliore “funzionamento” del cervello femminile rispetto a quello maschile; giustificato, in genere, dal banale fatto che le donne sono più emotive degli uomini (come se questo non potesse essere visto come un limite piuttosto che come un pregio).
    Insomma, mentre il mondo intero non fa altro che parlare di donne, dalla mattina alla sera, in modi talmente apologetici da risultare quasi farneticanti, si ritiene doveroso continuare a dedicare alle “povere dimenticate” un giorno speciale perché siano celebrate ancora più di quanto non sia ormai abituale routine quotidiana.
    L’alibi di questa contraddizione in termini ce la offre, sintomaticamente, la povera e discriminata M. L. Rodotà, che dalle pagine del Corriere ulula la sua abituale lamentazione vittimistica, proclamando ai quattro venti che “ci danno valore solo in base all’età, all’aspetto e all’acquiescenza”, come se esistesse un qualche tribunale del “valore” umano che non vedesse le donne stesse nello scranno della giuria se non, direttamente, in quello sovraordinato del giudice.

    Il giorno da celebrare veramente sarà – io credo – quello in cui le donne smetteranno di fare del vittimismo a getto continuo, colpevolizzando sistematicamente gli uomini e un indistinto “loro” – un nuovo grande vecchio planetario affetto da un altrettanto indistinto “maschilismo” – per responsabilità che dovrebbero imparare a riconoscere anche e soprattutto in sé stesse.
    Invece, domani è il solito, mistificatorio ottomarzo pervaso dal solito, mistificatorio vittimismo.

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