La festa delle donne serve ancora. Purtroppo

– Confesso che non sono mai stata una fan dell’8 marzo. E non davo tutti i torti a chi ironizzava sul fatto che ci fosse bisogno di una data precisa per celebrare la donna, come se fosse una categoria da distinguere dalle altre. Oggi ho cambiato idea. In fondo, con tutta la sua retorica e le sue mimose, l’8 marzo è un’occasione per parlare della condizione della donna nel nostro paese. E oggi in Italia è proprio il caso che parliamo di donne, di donne che lavorano più degli uomini (vedi i dati riportati da Caterina Soffici sul Corriere della Sera di ieri) e che votano in percentuale quanto gli uomini e che, ciò nonostante, continuano ad essere tagliate fuori dalle stanze del potere in politica e dai consigli di amministrazioni delle aziende.

E’ noto più o meno a tutti che le parlamentari sono poche (intorno al 20%) e ancor meno le donne ministro (sempre rigorosamente confinate in ambiti “da donne”: istruzione, sanità, pari opportunità). Ma se qualcuno avesse voglia di andare a fare una rapida ricognizione su internet nei siti dei ministeri e degli enti pubblici, scoprirebbe altri dati sconcertanti. Prendiamo in esame, ad esempio, le cariche amministrative elettive. Le ricerche e l’esperienza empirica ci dicono che le donne sono più portate a occuparsi di politica locale perché più vicina alla vita di tutti i giorni. E, in effetti, le donne entrano spesso in politica attraverso le elezioni amministrative dove si candidano e vengono elette in discreta percentuale. Però, anche qui, la carriera delle donne si interrompe ad un certo livello. Appena guardiamo agli organi esecutivi degli enti locali, le proporzioni iniziano ad essere molto sbilanciate a favore degli uomini che prevalgono nelle giunte e sono in maggioranza schiacciante ai vertici decisionali: due sole donne presidenti di regione e 15 presidenti di provincia donne contro 93 uomini.

E cosa dire della dirigenza della pubblica amministrazione?  Qui il numero delle donne direttori generali e dei capidipartimento è assolutamente inferiore a quello degli uomini (11 tra ministeri con e senza portafoglio su un totale di 92, poco meno del 12%). Addirittura in diversi ministeri non vi è neppure una donna tra i dirigenti di prima fascia. Tutto ciò significa una sola, semplice cosa: le decisioni più importanti che riguardano la collettività sono prevalentemente vagliate, elaborate e prodotte da uomini.
Possiamo sostenere che la bassa partecipazione delle donne ai processi decisionali consiste in un autentico deficit democratico al quale è giusto e doveroso porre rimedio? Io credo di sì. E le ragioni sono almeno due.

Quando un intero gruppo è escluso dal decision-making questo significa che gli interessi di quel gruppo non sono rappresentati. Gli uomini ci diranno che si preoccupano per le donne perché si preoccupano per gli esseri umani, e quindi possono fare politiche a favore delle donne bene quanto le donne stesse. Ma è proprio così? Anche volendo ipotizzare che la schiacciante prevalenza maschile non si traduca in vera e propria discriminazione verso le donne, possiamo ragionevolmente pensare che il punto di vista femminile, formatosi attraverso l’esperienza diretta, sia irrilevante? Seconda buona ragione, lo spreco di risorse. Le donne sono brave. AlmaLaurea è un servizio gestito da un consorzio di università che raccoglie dati relativi al percorso di studio e alla condizione dei laureati. Secondo questa fonte, le donne si laureano in numero maggiore e prima degli uomini. Le donne hanno, pertanto, competenze e capacità che non possono e non devono andare sprecate. Sembra banale dirlo, ma a fronte dei numeri che ci vengono posti davanti, il rischio c’è ed è reale.

Bastano queste poche statistiche a giustificare l’esistenza dell’8 marzo e la legittimità delle sue celebrazioni? Personalmente ritengo di sì. Però, se non bastasse, affrontiamo alcuni degli episodi che hanno caratterizzato quest’ultimo periodo della politica italiana. Lo scandalo del velinismo in occasione delle candidature per le elezioni europee. A Bologna, il cosiddetto Cinziagate e le conseguenti dimissioni del sindaco, che hanno portato alla luce l’esistenza di una gestione del potere così maschile e maschilista da far rabbrividire. Approfittiamo quindi dell’8 marzo per aprire una riflessione seria. Soprattutto, diffondiamo e facciamo circolare il più possibile i dati che testimoniano la discriminazione di cui le donne sono tuttora fatte oggetto. Solo attraverso la presa di coscienza dell’esistenza di un problema nell’esercizio della leadership decisionale si potrà lavorare per produrre il raggiungimento di una condizione di pari opportunità.


Autore: Donatella Campus

Laureata in Discipline Economiche e Sociali presso l’Università Bocconi di Milano, Donatella Campus ha conseguito un Ph.D. in Political and Social Sciences presso l’Istituto Universitario Europeo. E’ Professore associato presso la Facoltà di Scienze Politiche di Forlì, dove insegna Comunicazione Politica e Sistema Politico Americano. E’ docente di Italian Politics presso il Dickinson College, sede di Bologna.

4 Responses to “La festa delle donne serve ancora. Purtroppo”

  1. Emanuele ha detto:

    E se fossero le donne a non voler ricoprire quei ruoli ? Forse le donne hanno altri interessi rispetto agli uomini.
    E se gli uomini e le donne non fossero uguali? Mai pensato

  2. Sofia Ventura ha detto:

    Non credo che vi sia campo nel quale le donne non abbiamo mostrato il loro interesse e le loro capacità. mentre vi sono molti campi nei quali le discriminazioni continuano e, ahimé, anche i luoghi comuni!

  3. Gianluca Marco ADAMO ha detto:

    http://www.youtube.com/watch?v=LTxZPquEMvI&feature=player_embedded

    Dedicato a Sofia Ventura ed a Donatella Campus.

  4. Gianluca Marco ADAMO ha detto:

    Quali sarebbero le discriminazioni?
    Che si vorrebbero donne seriamente preparate, anzichè “veline”, “miss” o peggio ancora, con Laurea in tasca ma preparazione di ben altro genere?
    Siamo sempre lì:

    (VITTIMISMO) + (“VULVA POWER”) = (MASSIMO REDDITO SENZA SFORZI)

    Perchè a chiunque interessa, sul lavoro, una persona capace, e basta.
    Negare il posto ad una donna, sol perchè tale, NON CONVIENE A NESSUNO.
    Anche i bimbi con scarse facoltà mentali comprendono questo.
    Nessuno può essere stupido da negare il lavoro ad una donna sol perchè tale.
    Se lo nega o è perchè non ci sono le capacità, oppure la candidata confonde il lavoro con ben altro…..

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