8 marzo, c’è bisogno di riforme. Ispirate da Kathryn Bigelow

– Per la prima volta nella storia degli Academy Awards, una donna ha vinto un Oscar come miglior regista. Si tratta di Kathryn Bigelow, cineasta statunitense dalla forte personalità, che vincendo questo premio ha, tra l’altro, lasciato con un palmo di naso il proprio ex-marito James Cameron, regista del kolossal “Avatar”.

La piacevole coincidenza di questo avvenimento con la data dell’8 marzo stimola certo in noi qualche speranza e qualche sogno di gloria, ma ci induce anche a riflettere su cosa significhi, per dirla con Elio e le Storie Tese, “essere donna oggi”. Spesso, ad una donna che vive in Italia nel 2010, viene da domandarsi se davvero la sua condizione sia difficile ed ingrata come alcuni la presentano o se invece, come le viene ripetuto da tutte le parti, sia lei che la sta facendo troppo lunga lamentandosi inutilmente. In effetti, dando uno sguardo dall’alto ad un Occidente in cui la globalizzazione – con buona pace delle varie cassandre – avanza sempre di più, sembrano ben lontani i tempi di Franca Viola o del terrificante maschilismo testimoniato da “Processo per stupro“.

Il momento in cui la splendida quasi-sessantenne Bigelow ritira l’Oscar dalle mani di Barbra Streisand rappresenta certamente un’immagine che può indicare la strada a migliaia di giovani donne in tutto il mondo: esistono ovunque, lasciatecelo almeno credere, ragazze determinate a realizzarsi pienamente nella propria esistenza non soltanto grazie alle proprie doti fisiche, ma mettendo in gioco anche e soprattutto le proprie qualità intellettuali e la capacità di impegnarsi a fondo. Rappresenta anche, forse, un riscatto ed una speranza per quelle donne che, ormai non più ragazze, hanno cercato con tutte le forze di raggiungere i propri obiettivi, ma si sono dovute fermare prima, spesso non per colpa loro ma per i limiti oggettivi delle società in cui si trovano a vivere.
Rappresenta infine un riconoscimento per tutte le donne che, come la regista di “The Hurt Locker”, ce l’hanno fatta, anche se lontano dai riflettori: probabilmente i telegiornali non parleranno dei loro successi, ma l’intima soddisfazione di essere arrivate, grazie alle proprie capacità, dove volevano arrivare è come un premio che consegnano a se stesse tutti i giorni.

Tutto rose mimose e fiori e Kathryn sei tutte noi e quantosiamobrave, dunque? Purtroppo no. Non se, tanto per restare in tema di film, dalla panoramica dall’alto passiamo ad un’inquadratura più ravvicinata; ancora peggio va se – masochisticamente, d’accordo – decidiamo di restringere il campo proprio sull’Italia, Paese in cui, un giorno sì e l’altro pure, le donne si trovano a fare i conti con una mentalità di desolante ristrettezza. Quello che l’esperienza insegna alle italiane è che, nel 2010 dopo Cristo, nel Paese in cui vivono, è più facile per una escort salire agli onori della cronaca politica che per un’impiegata ottenere una promozione. E’ più facile, se si è dotate di bellezza e faccia tosta, mettere in primo piano queste caratteristiche, prendere qualche rassicurante scorciatoia verso un “posto fisso” (in politica o nello spettacolo, poco importa) e lasciare che il lavoro sporco di resistere alla marea maleodorante che sale restino a farlo le altre, quelle a cui è stato insegnato da povere illuse mamme sessantottine che il merito conta qualcosa e che vale più un cervello pensante di una coscia lunga.

Questo discorso, lo sappiamo, oltre a non essere affatto originale è pieno di amarezza, soprattutto perché a farlo non è una centenaria inacidita ma una ventiseienne che ha ancora un sacco di strada davanti a sé. Una signorina, poi, che non essendo dotata né di gran bellezza né di un minimo di faccia tosta verrà, nella migliore delle ipotesi, accusata dagli zeloti dell’ “emancipazione femminile” all’italiana di essere solo invidiosa.
E forse sì, forse è invidia, e chi scrive si dovrebbe rassegnare ad essere una bruttina sarcastica, occhialuta e sputasentenze; forse invece è soltanto rabbia, per tutte le donne e per tutti gli uomini che si impegnano ogni giorno a migliorarsi, ad imparare cose nuove, a svolgere al meglio il proprio lavoro, ma vedono costantemente sminuiti i propri meriti in una società per cui questa parola è ormai un intercalare universalmente accettato, ma la parola “merito” è ancora tabù, nei fatti se non nei discorsi.

Certo, se si deve contare solo sulle proprie capacità – per quanto notevoli possano essere – per farcela in Italia bisogna ormai avere, detto senza retorica, la stoffa dell’eroe; a maggior ragione è richiesta una prova di eroismo se si è donne, e quindi per definizione appartenenti ad una categoria più debole. Lo stato italiano non ci va piano con le tasse, ma naturalmente si guarda bene dall’alleviare alle proprie cittadine, tramite appropriate scelte di welfare, il carico di responsabilità rappresentato dalla famiglia, la cui cura quotidiana, nella maggior parte dei casi, è ancora affidata completamente a mogli, madri o figlie, mancando un adeguato numero di strutture di supporto (pensiamo, per fare un esempio, alla cronica carenza di asili nido).

Rebus sic stantibus, dobbiamo lasciarci travolgere dalla disperazione? O magari dovremmo organizzare per il prossimo 8 marzo uno “sciopero delle donne” analogo a quello dei lavoratori immigrati di una settimana fa?
O forse non sarebbe più giusto, con l’immagine di Kathryn Bigelow davanti agli occhi, cominciare da subito ad avere, nei pensieri e nelle azioni, maggior rispetto di noi stesse e della nostra autorealizzazione, e quindi impegnarci per rendere questo Paese un luogo in cui ognuno, uomo o donna che sia, possa esprimersi al meglio della propria intelligenza?

Da queste parti non siamo ciechi o scriteriati ottimisti: non riteniamo affatto di vivere nel “migliore dei mondi possibili” e siamo coscienti del fatto che un cambio di mentalità del genere non si realizza in un giorno, né senza difficoltà; forse però vale la pena di impegnarsi seriamente almeno per far conoscere e – speriamo – apprezzare un progetto politico di riforme autenticamente liberali ad un Paese che mai come adesso ne ha avuto un disperato bisogno.
Buon 8 marzo alle donne che ancora, dopo mille delusioni e disillusioni, riescono a guardare al di là del contingente e sono pronte a fare il possibile per rendere l’Italia un posto migliore.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

4 Responses to “8 marzo, c’è bisogno di riforme. Ispirate da Kathryn Bigelow”

  1. Marianna Mascioletti scrive:

    Peraltro noto che oggi Libertiamo.it ha deciso di dare spazio, oltre che a me, a tre donne per cui i miei auguri sembrano tagliati su misura! :-D

  2. Manuela Caroli scrive:

    Si, penso anch’io che quella che viene chiamata la giornata della donna non sia affatto una festa. Personalmente sono poco incline alle celebrazioni, ma se le date hanno un significato di richiamo storico, allora questa può essere un’occasione di riflessione. Per quanto mi riguarda, voglio dire che non condivido l’idea che le donne siano penalizzate solo dal peso del ruolo famigliare. E lo dico per esperienza personale. Chi fa un lavoro un tempo considerato “maschile” come la sottoscritta, che ha raggiunto un’età e un’esperienza da poter aspirare a ruoli apicali, anche se non ha handicap familiari, subisce comunque nella carriera, anche se non nell’espletamento del proprio lavoro quotidiano, il pregiudizio e la discriminazione. Quante donne sono ai vertici dei reparti medici? Poche,e meno ancora in quelli chirurgici,dove il numero delle donne anche se in crescita è sempre mantenuto “calmierato”. Finchè le redini dei posti di comando restano in mano a uomini, questi daranno sempre la precedenza ad altri uomini, soprattutto nell’avanzamento della carriera e nelle opportunità. Ed infine, occorre ricordare una cosa tanto pessimistica quanto reale: se non si hanno appoggi (politici o altro) la carriera resta un miraggio, che si sia uomo o donna. Certo che poi essere donna e non raccomandata……….

  3. iulbrinner scrive:

    @Manuela Caroli “Certo che poi essere donna e non raccomandata……….”

    E’ molto più rassicurante, proficuo e remunerativo che essere uomini non raccomandati.
    Glielo assicuro.
    Alle donne si aprono porte insperate, nei modi più insperati, che gli uomini (alii alia dicunt: maschietti, nel gergo politicamente corretto) non raccomandati si sognano, puramente e semplicemente.

    Un “maschietto”
    (alii alia dicunt: un uomo, nel gergo politicamente scorretto)

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