– La criminalità identitaria, basata su forti legami di sangue e sul profondo radicamento con i territori di origine è molto potente, ma nello stesso tempo molto fragile. Si scioglie come neve al sole quando i territori di origine divengono attrattivi nei confronti degli investimenti diretti esteri e vi giungono immigrati qualificati al seguito degli investimenti.

Il Procuratore calabrese  Nicola Gratteri nel suo libro  “La Malapianta” constata con amarezza che la ‘Ndrangheta, pur disponendo di “bilanci” miliardari non investe che qualche spicciolo in Calabria. Il motivo è facilmente spiegabile. Gli investimenti in infrastrutture, in formazione vera dei giovani, in servizi pubblici efficaci o in siti industriali, comportano un “effetto secondario” non gradito ad organizzazioni basate su un patologico legame di sangue-terra: l’arrivo di investitori diretti esteri. Che sarebbero qualcosa di diverso dai poveri cristi di solito sfruttati dalle mafie, come gli extracomunitari braccianti o i piccoli, talvolta piccolissimi imprenditori individuali, i quali ultimi pure hanno coraggio da vendere per osare ribellarsi al potere mafioso della “Ndrangheta” e meriterebbero una ben maggiore considerazione e tutela, come ha scritto su questo webmagazine Benedetto Della Vedova (su questo si veda anche il libro “Gli africani salveranno l’Italia” di Antonello Mangano).

Più investimenti diretti esteri significa maggiore presenza di importanti multinazionali, con codici etici interni più rigidi di quelli imposti dal decreto legislativo 231/01, che non temono le mafie e che inviano sul territorio persone di loro fiducia, sia italiane che straniere, non ricattabili dalle mafie locali. Magari scelte proprio tra le persone di origine calabrese, costrette ad emigrare in altre regioni o all’estero e desiderose di ritornare nella loro terra d’origine per riscattarla dal giogo mafioso.

L’attrattività nei confronti degli investitori internazionali non si crea con decreti legge, ma con una costante e radicale azione sul territorio, di natura eminentemente socioculturale. Gli Americani hanno tentato di imporre per legge una totale apertura al libero mercato internazionale in Iraq, dotandolo di una legislazione, sulla carta, all’avanguardia nel mondo in favore degli investitori internazionali, ma i continui attentati impediscono la realizzazione di tale ambizioso obiettivo.

La criminalità identitaria è sostanzialmente una patologia degenerativa, un “lato oscuro”, della cd “cittadinanza esclusiva”. Sul delicato, ma assolutamente necessario equilibrio tra la cd “cittadinanza esclusiva” di natura identitaria e la cd “cittadinanza inclusiva” di apertura verso il mondo esterno ho già avuto modo di discutere in occasione di un convegno  “Costruire ponti verso il futuro”.

Inoltre le misure repressive, per quanto efficaci siano contro questo tipo di criminalità non sono in grado, da sole, di estirpare la “malapianta”. Non si può contare, in questo caso, sull’effetto salvifico dell’ “alternanza politica destra-sinistra” vista la natura trasformistica delle sponde politiche della ‘Ndrangheta (e qui i libri di Nicola Gratteri sull’argomento sono ancora una volta illuminanti).

Tra le diverse soluzioni ne prospetto qui una, quella che ritengo fondamentale per la lotta contro la “criminalità identitaria”, consistente nel superamento del concetto, tipicamente “di destra”, del “superuomo” , del “samurai”, che può commettere ogni sorta di crimine per un “fine superiore di purificazione della società”  e  dell’altro, tipicamente “di sinistra”, della criminalizzazione della “globalizzazione” e delle “multinazionali” che ne costituiscono la rappresentazione.

A parte il “fascino del denaro facile” che attira verso la criminalità persone senza alcun valore etico e/o identitario, vi sono sostanzialmente due modi attraverso i quali il virus della criminalità mafiosa di tipo identitario si propaga nella società civile:

a)    il ricorso “tattico” alla criminalità identitaria da parte di “idealisti” che ritengono sia possibile sporcarsi le mani per un fine ultimo ritenuto –  da chi ha un’idea distorta del vero bene per la nazione – al di sopra di ogni legge umana vigente in quel determinato territorio. Con questa motivazione persone che non fanno parte in maniera organica di organizzazioni criminali si dedicano ad attività criminose, considerandole come un passaggio necessario verso una società “più giusta”. Salvo poi pentirsene amaramente perché per tutto il resto della vita dovranno vivere sotto scorta costante, sempre in balia delle dichiarazioni di pentiti o del caso fortuito di una intercettazione telefonica. Una particolare tipologia di ricorso ‘tattico” alla criminalità organizzata identitaria per il raggiungimento di fini “idealistico-patriottici’” deriva dalla mancata accettazione dell’unione del Regno delle Due Sicilie con il Regno d’Italia (a tal proposito sono interessanti le considerazioni contenute nel libro di Pietro Zullino “Guida ai misteri e piaceri di Palermo”) e della democrazia rappresentativa parlamentare. I contenuti dei  blog quanti, con argomentazioni serie, osano mettere in discussione alcuni aspetti controversi del Risorgimento e dell’Unità  d’Italia e cercano di rivalutare gli aspetti più positivi del Regno delle Due Sicilie e l’esaltazione da parte di Massimo Fini, durante un comizio del “giacobino” Beppe Grillo, di due intellettuali “elitisti” come Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto, sono senz’altro attività più coraggiose delle elaborazioni mistiche di un certo patriziato meridionale. Patriziato che, privo di coraggio e non disponendo di intellettuali del calibro di Mosca o Pareto in grado di opporsi con la forza delle idee alla degenerazione della democrazia in oclocrazia (governo delle masse ignoranti e facilmente manovrabili per interessi privati), non ha trovato di meglio che contribuire alla creazione e protezione “politico/massonica deviata” di un “Contro Stato” di tipo mafioso/’ndranghetista . “Contro Stato” retto da “cupole”, quelle sì “elitiste” (i “mammasantissima”), non  selezionate sulla base delle reali capacità di gestione della “res publica” ma in base al loro grado di ferocia e disprezzo della vita;

b)    la messa a disposizione gratuita e inconsapevole delle proprie energie e della propria intelligenza per aiutare organizzazioni come la ‘Ndrangheta. I giornali in questi giorni sono pieni di dichiarazione di sconcerto, a volte veritiere a volte meno, di  tanti politici o personaggi della cultura che si sono sentiti usati dagli ‘ndranghetisti, rei di avere strumentalizzato loro frasi, argomentazioni e obiettivi politici di stampo nazionalista. Alla ‘Ndrangheta per diffondersi nel mondo non bastano solo i complici adoratori del “dio denaro”, nè possono fidarsi fino in fondo degli “idealisti”, perché la ‘Ndrangheta sa perfettamente che sono persone “instabili”. No! Le mafie per sopravvivere hanno bisogno anche di complici involontari.  Di coloro che, gestendo siti internet identitari, blog nazionalisti, giornali locali, sanno come parlare al cuore del popolo, sia “di destra” che “di sinistra” . Sono essi che non devono farsi strumentalizzare da chi per bramosia di soldi e di potere ha sacrificato la propria terra di origine alla decadenza ed alla povertà endemica. Sono loro che non devono farsi trascinare nel vortice della xenofobia irrazionale nei confronti di tutti gli stranieri, di tutti gli investitori diretti esteri, di tutte le multinazionali. E’ essenziale interesse di organizzazioni come la ‘Ndrangheta evitare che le regioni dove basano la loro forza si sviluppino, si internazionalizzino.

Diamo un colpo finale a tutte le mafie, duramente colpite dalla costante e pressante attività dei magistrati in prima linea e della Forze dell’Ordine, evitiamo che continuino ad usare strumentalmente l'”appartenenza identitaria”, per attacchi strumentali “bipartisan” contro chi ha il coraggio civile di denunciare il degrado della sua terra di origine, come Roberto Saviano, che in una bella intervista rilasciata a Libertiamo.it ha denunciato l’ingiustificabile ostracismo tributatogli proprio dalla sua martoriata terra d’origine, la Campania.