No representation without taxation 2 – A che pro?

– Ci sono tanti motivi (questi giorni in particolare) per criticare la novella costituzionale che nel 2000 ha introdotto il voto degli italiani all’estero. Le lacune di controllo nelle procedure del voto per corrispondenza, il criterio di ripartizione delle circoscrizioni estere in macroaree che comprendono insieme interi continenti, le falle (o le cecità) nella verifica del rispetto del requisito di residenza estera per gli elettori passivi.
Ma c’è un motivo radicale su tutti, che non esigerebbe tanto una modifica del sistema di voto all’estero, ma una riflessione sulla sua opportunità politica.

Perché mai gli italiani all’estero dovrebbero votare? A che pro far votare chi con l’Italia non ha più legami, se non affettivi o di memoria? A che pro venire votati, quando si fa fatica a individuare interessi da rappresentare sul suolo nazionale (considerando in particolare che gli eletti possono rappresentare insieme residenti in Russia, in Turchia o in Spagna?) A che pro votare quando i diritti civili e sociali di cui si gode provengono non dallo Stato italiano di cui, magari, a stento si ricorda persino la geografia, ma dallo Stato in cui si è deciso di fissare la propria dimora, i propri interessi economico-sociali e i propri legami affettivi? A che pro venire votati quando non c’è spazio per reclamare le istanze di quegli elettori che quotidianamente si confrontano non con la Repubblica italiana, ma piuttosto con la federazione statunitense o canadese, con la repubblica tedesca o argentina?

I rivoluzionari americani, anch’essi emigrati, rivendicarono alla Corona inglese, tramandandolo al costituzionalismo moderno il principio essenziale no taxation without representation. Ovvero, non è legittimo – né tantomeno corretto – pagare le tasse se non si può partecipare alla politica che distribuisce quelle tasse. Ma quel motto è bidirezionale e può leggersi anche come no representation without taxation. Se il pagamento delle tasse è condizione sufficiente per essere rappresentati, essa è anche condizione necessaria. In fondo, piaccia o no, i sistemi elettorali servono a eleggere quelle persone che decideranno come allocare le risorse economiche che provengono dalle tasse dei contribuenti, per destinarne una parte alle spese sociali di cui gli elettori stessi, in ragione dei loro bisogni e delle loro condizioni, potranno beneficiare.

Condizioni e eventi questi che non riguardano gli italiani all’estero, che non pagano le tasse allo Stato italiano, non percepiscono assistenza dallo Stato italiano, non hanno alcun rapporto con la forma di governo o di Stato italiana, conservando con essa solo legami al di fuori della sfera politica e giuridica.
Perché allora dovrebbero e, soprattutto, sarebbero stimolati a votare?


Autore: Serena Sileoni

Avvocato, dottore di ricerca in Diritto Pubblico Comparato presso la facoltà di Economia dell’Università degli Studi di Siena, assegnista di ricerca in Diritto Costituzionale all’Università di Firenze e cultore di Diritto Costituzionale alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Macerata, svolge attività di ricerca nel settore del diritto costituzionale italiano e straniero. Giornalista, membro dell’Istituto per la Competitività e dell’Istituto Bruno Leoni, è responsabile editoriale della casa editrice Liberilibri.

2 Responses to “No representation without taxation 2 – A che pro?”

  1. Marianna Mascioletti ha detto:

    Ottimo articolo. Il problema – forse – è che in Italia i concetti di “taxation” e “representation” sono già un po’ confusi di per sé…

    …ma probabilmente sono io che sono troppo pessimista, visti i recenti avvenimenti. :-)

  2. carlocci ha detto:

    che guaio conoscere la storia, avv.to Serena! Ti fa passare da imbecille se cadi negli stessi errori o se eviti di prendere esempio da chi, come i coloni inglesi del nuovo continente da te richiamati rivendicò il principio del “no representation….”,a cui aggiungerei l’estensione dell’altro più antico del “cuius regio, eius religio”.
    In conclusione, seguitate a fare i grilli parlanti, nonostante l’insidia di tanti Pinocchi. Coraggio, sono solo marionette ed hanno la testa di legno.

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