– Michael Ashcroft è uno dei più generosi finanziatori del partito conservatore britannico. Non un finanziatore qualunque. Nel 2000 il fu-partito di Margaret Thatcher, allora guidato dall’obliato William Hague, per ripagarne la filantropica militanza, gli assicura uno scranno alla House of Lord.

L’idillio tra Ashcroft e il partito da allora va avanti che è una bellezza: gli assegni del neo-lord continuano a rivelarsi cruciali ai Tory soprattutto nei marginal seats, e questo il partito lo apprezza. Al punto che la new star del firmamento conservatore, David Cameron, nel 2007, appena eletto alla leadership decide di onorarne l’onorevole influenza assegnando al facoltoso peer la vice-presidenza del Conservative Party. Tutto ok. Salvo per un dettaglio venuto alla luce solo adesso, e grazie alla legge sulla trasparenza degli atti pubblici (il Freedom of Information Act): Ashcroft non ha la residenza fiscale nel Regno Unito.
Siede al parlamento di Sua Maestà ma le tasse sui suoi cospicui averi le paga altrove, le paga offshore.
Per carità tutto legale. Solo un tantino imbarazzante per i New Tory di David Cameron che della representation parlamentare condizionata alla taxation nazionale hanno fatto una battaglia di bandiera. Una battaglia niente affatto marginale, dacché è proprio questo il quid che conferisce al caso britannico una valenza politicamente cosmopolita: il rapporto tra tassazione e diritto di rappresentanza.
Viene in mente qualcosa?

Al lettore-elettore italiano balzerà certo alla mente la bizzarria italiota che conferisce diritto di voto e conseguente diritto a seggio senatoriale agli italiani residenti all’estero. Italiani che di italiano non hanno nulla se non la remota genealogia, mancando loro quella basilare caratteristica che, sola, conferisce fondamento al concetto di cittadinanza e senso all’esercizio democratico di voto: la contribuzione fiscale.
Legittimo poi il dubbio che può attanagliare il contribuente italiano rispetto, per dire, alla rappresentatività democratica nelle istituzioni della Repubblica Italiana del senatore Esteban Caselli, eletto nella ridente circoscrizione latino-americana in quota Pdl ma anche ufficialmente candidato alla Presidenza della repubblica argentina.

Sull’infausta normativa italiana che permette agli italiani non-dom di intervenire sulla vita democratica nostrana ha già ampiamente argomentato Antonio Martino nella benemerita lettera pubblicata con il collega piddino Giangiacomo Migone su la Stampa, martedì 2 marzo. Resta inevasa la questione politica – che il caso britannico solleva – del rapporto tra representation e taxation.
Una pluralità di persone nate altrove ma che vive, lavora e paga le tasse in Italia non ha diritto di scegliere chi delegare a propria rappresentanza nelle istituzioni – nazionali e locali – deputate a decidere come verranno spesi anche i loro soldi. Gli stranieri regolarmente residenti in Italia che con i loro contributi garantiscono le pensioni ai nostri compatrioti agé non si vedono riconosciuto quel diritto-dovere che viene invece garantito a chi, felicemente risiedendo altrove, non ha alcun vincolo a contribuire alla prosperità ed alla evoluzione democratica della atavica patria.

Un nonsense. La cittadinanza non è un diritto. È una facoltà. Non è una tassa ad honorem. È un pacchetto “all inclusive” che conferisce strumenti di partecipazione e servizi sociali a fronte di un fee che sono le tasse. Chi non paga il fee non può avere accesso ai servizi. Chi non intende beneficiare del pacchetto all inclusive non può essere obbligato a pagare le tasse anche per quei privilegi che gli vengono costituzionalmente negati, tipo il voto. Pagherà i servizi che usa in quanto residente – la scuola, la sanità, l’autostrada. Pagherà i bolli, le multe, le tasse sulle bollette. Ma non dovrà pagare la quota globale, come se fosse un socio fico del club nazionale, uno insomma dotato di quel meravigliosamente responsabilizzante diritto che è il voto.

Ashcroft, Caselli, gli emigrati residenti: la storia è la stessa, comunque la si guardi. Un Parlamento non rappresenta identità ma interessi. E gli interessi che hanno diritto di rappresentanza sono quelli di chi ha cittadinanza fiscale. Il resto, più o meno, è fuffa.