Dalli all’arbitrato! Sui licenziamenti individuali, un nuovo polverone

Dalli all’arbitrato! Le forme di risoluzione stragiudiziale delle controversie di lavoro (una pratica che esiste in tutti i Paesi in cui le relazioni sindacali sono antiche e radicate) sono diventate – in occasione della quarta e definitiva lettura del Senato del «collegato lavoro» – il nuovo nemico di uno dei più grandi sepolcri imbiancati nazionali: quell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che rappresenta sempre più un privilegio a favore di una parte sempre meno ampia del mondo del lavoro.

Anche le «anime belle» del riformismo di sinistra – quelle che nei salotti evocano sistemi di flexecurity ed ipotizzano contratti unici a tutela differenziata – hanno dato il loro contributo, nel dibattito a Palazzo Madama, in difesa di una disciplina dei licenziamenti che, a loro dire, il «Governo del freddo, della fame e della paura»  si guardava bene dall’attaccare frontalmente (come incautamente aveva fatto nel 2002), ma – udite ! udite ! – aggirava in maniera proditoria e truffaldina. Con il ricorso all’arbitrato, appunto.  Non saremo certo noi a negare l’importanza di quanto stabilito in uno dei provvedimenti più significativi di un Governo che è spesso accusato di scarso appeal riformista. Alcune verità vanno tuttavia ristabilite. Vediamole in ordine logico.

Il nuovo provvedimento non innova la disciplina sostanziale del licenziamento, se non per taluni aspetti, anch’essi procedurali, riguardanti il ruolo della contrattazione collettiva. In sostanza, se il contratto collettivo di una particolare categoria assumerà come giustificato motivo (o giusta causa) di licenziamento un certo numero di assenze arbitrarie dal lavoro, il giudice sarà tenuto ad accertare la sussistenza o meno di tali elementi di fatto ma non potrà sentenziare che, in realtà, le assenze ripetute non prefigurano una mancanza tale da comportare la risoluzione del rapporto di lavoro.

Quanto alla conciliazione e all’arbitrato già oggi il codice di procedura civile consente (all’articolo 409 e seguenti) alle parti di avvalersi delle relative procedure per risolvere le vertenze attinenti ai rapporti di lavoro subordinato privato e, a certe condizioni, dei dipendenti pubblici: tutte le controversie, nessuna esclusa, compreso il licenziamento. Anzi, prima di questo nuovo intervento, il tentativo di conciliazione era obbligatorio.

Il nuovo testo trasforma in un adempimento facoltativo il ricorso alle procedure stragiudiziali (salvo che per le controversie in tema di certificazione dei contratti). Il lavoratore, quindi, non è costretto a rivolgersi a forme di giustizia privata. Dove stanno allora le novità? E’ prevista la possibilità di inserire nei contratti clausole compromissorie a due condizioni imprescindibili: 1) che ciò sia previsto dalla contrattazione nazionale ufficiale; 2) che tali clausole siano sottoposte alla valutazione di una commissione di garanzia chiamata ad accertare le reali intenzioni delle parti (il lavoratore deve essere presente di persona, perché non può farsi rappresentare ma solo assistere). Il Governo concede ai grandi soggetti collettivi il tempo di un anno per definire tali clausole, riservandosi – in caso di loro inerzia – un proprio intervento.

Ecco spiegato perché l’impianto del «collegato» in materia si basa su alcuni valori assolutamente positivi: contrattualità, volontarietà, equità.  E’ sbagliato continuare a considerare i lavoratori come degli incorreggibili ed irresponsabili «minus habentes», confusi e spauriti, sempre pronti a rinunciare alla difesa dei propri diritti in cambio del classico piatto di lenticchie. E’ un salto culturale, questo, che vale assai di più di qualunque norma.


Autore: Giuliano Cazzola

Nato a Bologna nel 1941. Laureato in Giurisprudenza, esperto di questioni relative a diritto del lavoro, welfare e previdenza, è stato dirigente generale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. Insegna Diritto della Sicurezza Sociale presso l’Università di Bologna. Ha scritto, tra l’altro, per Il Sole 24 Ore, Il Giornale, Quotidiano Nazionale e Avvenire e collaborato con le riviste Economy, Il Mulino e Liberal. È stato deputato per il Pdl nella XVI Legislatura. Per le elezioni 2013, ha aderito alla piattaforma di Scelta Civica - Con Monti per l'Italia.

4 Responses to “Dalli all’arbitrato! Sui licenziamenti individuali, un nuovo polverone”

  1. francesco zaffuto ha detto:

    La motivazione è la solita: la lentezza della giustizia; in materia di cause di lavoro ci sono casi di attesa anche superiori a 900 giorni.
    Il ricorso al Giudice del lavoro era già stato mitigato dal tentativo di conciliazione presso l’Ufficio del lavoro, questa procedura ha fatto diminuire il contenzioso presso il giudice del lavoro; ma evidentemente gli organici di tali giudici sono ancora insufficienti.
    Il problema dal punto di vista logico può essere risolto aumentando l’organico dei magistrati, tanto quanto basta. Ma si sceglie la logica di fare intervenire nella giustizia l’arbitrato privato.
    Il ricorso all’arbitro privato è diffuso in materia di controversie commerciali e civili, ma in quel campo i contendenti sono spesso su un piano di parità, appartengono alle stesse organizzazioni di categoria commerciale e industriale, scelgono come arbitri membri delle confederazioni di appartenenza. Di ben altra natura sono le controversie tra datore di lavoro e lavoratore: i due contendenti non sono certo inseriti negli stessi organismi, non sono su un piano di parità, il licenziamento pone problemi vitali al lavoratore.
    Lo Stato si ritira da una materia delicatissima e di garanzia come quella del lavoro, l’arbitro pubblico cede il posto a quello privato. Ma l’amministrazione della giustizia, l’essere arbitro, è un compito primario e fondativo dello Stato. Uno di quei compiti che sono stati alla base della concezione illuminista dello Stato moderno. Un compito che fino a qualche decennio fa non avrebbero posto in discussione né la sinistra né la destra.
    francesco zaffuto http://www.lacrisi2009.com

  2. Stefano Pastori ha detto:

    Sarebbero sempre preferibili misure più organiche, che affrontino il problema del licenziamento individuale e dell’articolo 18 in modo generale. Ma visto lo stato delle cose, è meglio questa norma che lo status quo…

  3. Andrea Ruini ha detto:

    Mi sembra che il nostro attuale sistema del diritto del lavoro combini una rigidità formale e una precarietà sostanziale. Dovremmo invece muoverci verso un sistema che combini “flessibilità” e “sicurezza”. Per farlo ci sarebbe stato bisogno di una riforma organica, mentre il ddl approvato è un minestrone da cui è assente un chiaro disegno riformatore, e che si aggiunge alle centinaia di leggi che oggi confusamente compongono la disciplina della materia. In materia di arbitrato, sarebbe stato opportuno consentire che i contratti collettivi potessero disporre la soluzione arbitrale delle controversie relative a diritti nascenti esclusivamente dai contratti collettivi stessi. In questo modo si sarebbe dimezzato il contenzioso giudiziale. La soluzione che è invece stata prevista è così oscura, farraginosa e poco comprensibile da essere inutilizzabile. Il ddl del governo mi sembra quindi l’ennesimo, brutto capitolo delle mancate riforme del mercato del lavoro.

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