di Piercamillo Falasca, dal blog 2+2 de Il Foglio.it – Il via libera della Commissione Ue alla coltivazione della patata ogm Amflora ha suscitato nel Vecchio Continente reazioni inconvulse da ambientalismo irenistico. Mentre l’Europa discute del filioque, i grandi paesi agricoli del mondo, gli Stati Uniti insieme alle economie in crescita (Brasile, Argentina, India, Cina e Sudafrica), destinano ogni anno milioni di nuovi ettari alle colture ogm. Proprio la profonda svolta biotecnologica dell’agricoltura mondiale, destinata in pochi anni a sostituire l’agricoltura “convenzionale”, porrà nei prossimi anni l’Europa di fronte ad un bivio: ritirarsi nella sua fortezza ideologica e protezionista, erigendo un’invalicabile barriera all’importazione di generi alimentari dal resto del mondo in favore di un’antistorica autarchia, o aprire la propria economia all’innovazione della biotecnologia.

La prima opzione è evidentemente una chimera, se consideriamo quanto già oggi l’Europa sia dipendente dalle importazioni di soia e mais. D’altro canto, facendo due conti (e sarebbe opportuno che al Ministero dell’Agricoltura li facessero), si comprende come l’Italia – le cui esportazioni di prodotti agroalimentari verso gli Stati Uniti rappresentano una porzione importante della bilancia commerciale – avrebbe tutto da perdere dal protezionismo transoceanico che si scatenerebbe. Il prezzo dell’ogm-free lo pagherebbero i consumatori, costretti a rinunciare a prodotti a buon mercato provenienti dal resto del mondo, e lo pagherebbero le imprese italiane, che sopporterebbero costi di produzione più alti e si vedrebbero preclusi importanti mercati di sbocco.

Un’Europa ogm-free sarebbe un continente egoista: solo l’apertura alla coltivazione e alla commercializzazione di prodotti ogm in Europa potrebbe consentire ai paesi più poveri, a partire da quelli africani, di trovare sui mercati europei la linfa necessaria ai necessari investimenti di capitale in attrezzature e tecniche agricole, che permetterebbero a centinaia di milioni di persone – lo ricordava ieri la Santa Sede –  di lavorare e di sfamarsi.