La norma sul “fallimento politico” è coerente con un federalismo a “freni forti e impulsi deboli”

– D’ora in avanti sarà più difficile che i cattivi amministratori locali riescano a riciclarsi altrove. E’ la strada scelta dal Governo, che nel ddl anticorruzione varato nei giorni scorsi ha recepito l’idea del “fallimento politico” anticipata dal ministro Sacconi in un’intervista al Corriere della Sera del 28 febbraio, secondo la quale in caso di scorretta amministrazione degli enti territoriali, evidenziata da indicatori di passività in bilancio, l’ente viene commissariato e l’amministratore “fallito” non è rieleggibile.

A margine dell’approvazione del ddl, il titolare del welfare ha dichiarato che “la previsione del “fallimento politico” per gli amministratori delle Regioni e degli enti locali costituisce “un fondamentale complemento della riforma relativa al federalismo fiscale e rappresenta il definitivo passaggio dall’irresponsabilità alla responsabilità nella gestione della finanza regionale e locale”, aggiungendo che “come nell’assetto civilistico le amministrazioni devono fallire nel momento in cui, su iniziativa propria o dei creditori o degli organi di controllo, vengono registrati determinati indicatori di bilancio negativi in assoluto o in relativo rispetto alla gestione precedente. I libri non vengono portati in tribunale ma – a seguito di commissariamento – al popolo elettore con la conseguenza della ineleggibilità a qualunque funzione politica degli amministratori falliti”.

L’analisi del ministro è corretta, ma fornisce lo spunto per svolgere una serie di considerazioni ulteriori. Infatti, se da un lato è opportuna e apprezzabile la chiamata al rigore e alla responsabilità nell’amministrazione della “cosa pubblica” locale, dalla quale ne discende correttamente la conseguenza della fallibilità dell’ente e dell’amministratore che vi è preposto, dall’altro lato la sanzione dell’ineleggibilità ex lege tradisce la scarsa fiducia o forse la triste consapevolezza che in Italia è molto difficile che si chiuda, autonomamente, il cd. “circuito democratico”. Detto in altri termini, in un paese civilmente e politicamente maturo, la mancata rielezione di un cattivo amministratore sarebbe nella logica delle cose. In Italia non è così, pertanto il governo cerca di metterci una “toppa” per via normativa. L’opzione, però, mi pare fuori dal perimetro teorico e ideale del federalismo, dell’autonomia locale e del principio di democrazia che regge il funzionamento degli enti territoriali italiani.

L’ineleggibilità è una sorta di commissariamento della politica sulla politica, non il risultato di una scelta precisa dell’elettorato liberamente orientata e fondata sulla trasparenza dell’amministrazione.

Sacconi è poi impeccabile, da un punto di vista liberale, quando dice che anche le amministrazioni locali “devono fallire” come un qualsiasi soggetto insolvente. Purtroppo, c’è un però da opporre alle parole del ministro. Il fallimento è il contraltare di quell’autonomia che la Costituzione riconosce agli enti locali ( Art. 5 Costituzione – “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali”), ma è anche la misura della sua incompiutezza, nel senso che, perlomeno fino ad ora, all’autonomia di principio sancita nella prima parte della carta fondamentale non è ancora stata data implementazione pratica attraverso l’attribuzione, a Comuni, Province, Città Metropolitane e Regioni di quella sostanziale autonomia finanziaria di entrata e di spesa prevista dall’articolo 119. Per cui un ente locale che oggi fallisse, pagherebbe le conseguenze di scelte fiscali che non sono tutte e interamente imputabili a sé, vuoi perché gran parte delle risorse di cui dispone è il frutto della complessa alchimia delle compartecipazioni, della perequazione e delle addizionali su imposte decise e definite nei loro elementi portanti da leggi dello Stato, vuoi perché una buona porzione della spesa è anch’essa irrigidita dalle norme e dalle scelte statali (si pensi al pubblico impiego). Senza considerare che di solito il rischio di default degli enti territoriali non dipende, o non solo, dal passivo di bilancio o da una gestione poco accorta delle risorse pubbliche. Tale rischio è infatti tanto più basso quanto più amico è il Governo nazionale, come dimostrano i recenti casi del Comune di Roma e del Comune di Catania, salvati dalla bancarotta per gentile concessione dell’esecutivo Berlusconi (nel 2008 sono stati regalati 500 milioni di euro alla giunta Alemanno e 174 a quella di Scapagnini).

Il federalismo fiscale dovrà affrontare perciò due cortocircuiti del nostro assetto politico, istituzionale e costituzionale, che sono quelli della responsabilità degli amministratori locali ma anche e innanzitutto quello della reale autonomia delle amministrazioni locali rispetto allo Stato centrale.

La norma sul “fallimento politico” ha una chiara impostazione deterrente, ed estrinseca un indirizzo di politica costituzionale che mette l’accento sui freni piuttosto che sugli incentivi all’autonomia. La sintesi di un sistema a “freni forti e impulsi deboli” elaborata dalla dottrina costituzionalistica italiana per descrivere il rapporto tra Governo e Parlamento disegnato dai Costituenti, è stata superata su questo fronte dall’evoluzione fattuale del sistema politico, ma sembra vivere una nuova stagione di successo nella regolamentazione dei rapporti tra i diversi livelli territoriali di governo. Ma ciò è il contrario del federalismo, dell’autonomia e della scommessa di maturità democratica del paese ad essi sottesa, allo stesso modo in cui la perequazione è l’ossimoro di quella competizione economica e fiscale tra i territori necessaria a instaurare un federalismo dinamico capace di offrire giustizia alle regioni del Nord e un’opportunità di rilancio a quelle del Sud.

Stando le cose in questi termini, si può affermare, con un margine apprezzabile di riscontro nei fatti e nelle norme, che il federalismo in Italia avrà la stessa possibilità di resistenza che ha l’acqua nel deserto. Ed in tale cornice la previsione del “fallimento politico” è non solo coerente ma anzi auspicabile. Impedire ai dissipatori di sostanze pubbliche la possibilità della recidiva è un gran bel passo in avanti.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

3 Responses to “La norma sul “fallimento politico” è coerente con un federalismo a “freni forti e impulsi deboli””

  1. giorgio scrive:

    Pur riconoscendo che la strada per l’autonomia regionale in un sano sviluppo democratico risulta più difficile da raggiungere, per i motivi che lei ha evidenziato nell’articolo (ineleggibilità imposta politicamente e non scelta dai cittadini, e rischio di dipendenza dalle “fluttuanti” concessioni statali), il ddl sul “fallimento politico” sembra necessario per una maggiore trasparenza e, soprattutto, responsabilizzazione degli enti locali. Gli impulsi non sono poi così deboli, visto che spingono fortemente verso una maggiore efficienza delle amministrazioni. Questo è un punto su cui insiste parecchio anche il liberale Ricolfi nel suo sacco del Nord e non lo vedrei solo come un impedire ai dissipatori di sostanze pubbliche la possibilità della recidiva.

  2. Lauro scrive:

    Fallimento politico, non certo per chi politico, vive nell’agiatezza di lauti stipendi e pensioni, alla faccia della crisi e San Paganono!
    Non si parla e non si ossequiano i diritti del cittadino, dei deboli dei lavoratori…oggetto di negritudine…. e, voluti tali da orde di barbari, che dilapidano il bene comune, e le tasche degli italiani! Le trombe squillano solo per le elezioni e, interessi particolaristici, di questo o quel candidato. Siamo vicini al baratro, e posto per certo, nella crisi di valori nell’angoscia dell’uomo in crisi!
    Il Paladino dei poveri.

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