di Benedetto Della Vedova, da Libero di martedì 3 marzo 2010 – Con il via libera alla coltivazione sul suolo europeo della patata ogm Amflora e di alcune varietà di mais finora proibite, la Commissione Europea ha archiviato l’antistorica moratoria sugli ogm che durava dal 1998. Il putiferio che ne è seguito, in tutto il Vecchio Continente e soprattutto nella tetragona Italia, deve apparire molto curioso agli occhi del resto del mondo.

Nel corso del 2009, nel continente americano, in Asia ed in Sudafrica, circa 130 milioni di ettari sono stati destinati alle coltivazioni ogm: dieci volte l’intera superficie agricola italiana. E la tendenza è quella di una continua crescita.

L’Europa si troverà presto di fronte ad un bivio. Potrà scegliere la chimera dell’ogm-free ed erigere una barriera invalicabile alle importazioni di generi alimentari dal resto del mondo, adottando un improbabile regime autarchico (e prestando tra l’altro il fianco a comprensibili ritorsioni commerciali). Oppure deciderà di aprire le porte all’innovazione biotecnologica, con tutte le precauzioni sanitarie ed ambientali del caso, ma anche con i vantaggi che la scelta può determinare in termini di produttività, di riduzione del consumo di territorio e di pesticidi chimici nonché di contenimento dei prezzi per i consumatori.

Come per il nucleare, insieme la più pulita tra le grandi fonti energetiche e la più demonizzata, anche sulle biotecnologie si gioca la partita tra l’ambientalismo ideologico e un approccio pragmatico alle politiche ambientali. Da un lato, c’è una visione “superstiziosa” e romantica dell’agricoltura (quella del ministro Zaia, ad esempio, che parla di un imperscrutabile “valore identitario” delle produzioni, magari dimenticando che il famoso grano duro italiano è frutto di un seme sottoposto a bombardamento di neutroni), dall’altro c’è la fiducia, pur senza dogmi, nella capacità della scienza di migliorare la qualità della vita umana.

Le reazioni della politica italiana alla decisione della Commissione sono sconfortanti: anche nel centrodestra, per scarso coraggio o per miopia, in molti preferiscono un linguaggio allarmista tipico della sinistra (compreso il revival della lotta all’imperialismo delle multinazionali) al buon senso e all’evidenza scientifica.

Non sempre in buona fede, c’è chi contrappone l’agricoltura biologica agli ogm, come se i secondi escludessero la prima. Al contrario, colture convenzionali e biologiche possono convivere con le varietà ogm, rispondendo alle diverse esigenze commerciali dei produttori e rivolgendosi a fasce differenti di consumatori. Ancora: com’è avvenuto anche con l’atomo, la chiusura agli ogm ha condannato il nostro paese a ritirarsi – anno dopo anno, con la conseguenza inevitabile del trasferimento all’estero dei migliori talenti – dalla frontiera della ricerca agronomica, su cui si trovava in prima linea fino ad un decennio fa. E quando si perde la sfida della ricerca si perde poi quella dell’innovazione tecnologica ed infine quella della competitività economica.

L’Italia è stato un paese all’avanguardia nel settore agroalimentare, rinunciare agli ogm (perfino alla ricerca) per cavalcare un allarmismo alimentato ad arte, potrebbe mettere a rischio la tenuta dell’intero comparto.

La corsa degli ogm non si fermerà, anche perché da quel fronte vengono le speranze di un’agricoltura più produttiva in grado di sfamare centinaia di milioni di uomini che non hanno cibo a sufficienza, esattamente come sostiene la Chiesa: anche il nostro paese farebbe bene a correre e ad accettare la sfida, piuttosto che stare in disparte e rimpiangere un poetico mondo agreste che non tornerà e che probabilmente non era nemmeno così idilliaco.