Per le elezioni basta raccolte firme, meglio la cauzione. Così si evitano imbrogli e pasticci ‘alla romana’

– Nel corso delle ultime settimane Emma Bonino e i Radicali hanno condotto nella sostanziale indifferenza dei media e delle altre forze politiche, di centro-destra e di centro-sinistra, una battaglia pregevole di denuncia del clima di illegalità diffusa in cui si svolgono nel nostro paese le raccolte di firme per la presentazione delle liste elettorali.
I Radicali hanno cercato di dimostrare come sia pressoché impossibile raccogliere le firme regolarmente sulla base delle normative vigenti e come la maggior parte dei partiti utilizzi nei fatti  scorciatoie di comodo ai limiti e – più sovente – al di fuori della legalità.

“Quer pasticciaccio brutto” del PDL a Roma è solo la conferma più evidente e al tempo stesso più grottesca del fatto che nella denuncia dei Radicali c’è tanto di vero.
Del resto che alcuni partiti – sia pure organizzati e fortemente rappresentativi – raccolgano migliaia di firme in poche ore, a ridosso della loro consegna, appare una sfida alle leggi della fisica oltre che (soprattutto) al buon senso.
Non c’è dubbio che per riportare un poco di dignità al processo elettorale occorra mettere mano significativamente alle leggi sulla presentazione delle liste e in questo senso lo scandalo romano potrebbe avere per lo meno il merito di innescare un’azione di riforma.

Una possibile revisione del sistema attuale potrebbe andare nella direzione di prevedere due date separate per la presentazione delle liste e per la presentazione delle firme.
Le liste dovrebbero essere chiuse e depositate almeno 3-4 settimane prima della chiusura della presentazione delle firme. In questo modo ci sarebbe tutto il tempo a disposizione per organizzare raccolte firme su liste rigorosamente congelate e pubbliche.
In aggiunta si potrebbe stabilire che la firma delle liste sia possibile solo in Comune, abbassando contestualmente in modo sensibile in numero di firme necessarie. La necessità per la persona di recarsi personalmente in Comune per sostenere una lista rappresenterebbe una garanzia importante di veridicità della firma e di volontarietà dell’endorsement.

Andrebbero tuttavia sperimentati anche meccanismi di selezione delle liste elettorali alternativi alla raccolta firme.
Per le elezioni politiche, in questo senso, si è deciso che una lista sia esentata dalle raccolta nel caso ottenga la sponsorship di due almeno due parlamentari.
Non si tratta tuttavia di un sistema soddisfacente, non solo perché avvantaggia gli incumbent rispetto agli outsider, costretti invece a onerose raccolte, ma soprattutto perché l’endorsement dei parlamentari alle liste è spesso arbitrario e non legato da effettivi vincoli di appartenenza o affinità politica. Accade ad esempio che parlamentari che non vengono ricandidati dai rispetti partiti si “vendichino” regalando il loro appoggio a liste di disturbo.

In realtà, rivolgendo lo sguardo ad alcune esperienze estere, è possibile scoprire modelli diversi ed interessanti di approccio alla questione, comunque necessaria, di porre un filtro alla proliferazione di liste e di candidati sulle schede elettorali.
In particolare è sicuramente degno di nota il meccanismo in vigore da sempre nel Regno Unito ed in tanti altri paesi di tradizione anglosassone.
Per presentare una candidatura ad un elezione in Gran Bretagna è necessario un numero del tutto simbolico di firme (tipicamente dieci) ma soprattutto  il deposito di una cauzione in denaro che viene restituita se il numero di  voti raggiunto oltrepassa una certa soglia.

In particolare il deposito richiesto per presentare la candidatura per un seggio a Westmister è di 500 sterline, una cifra relativamente bassa ma nell’esperienza britannica sufficiente per scremare per lo meno le candidature più eccentriche o inconsistenti.
Le 500 sterline vengono restituite se il candidato supera il 5% dei voti, altrimenti sono incamerate dalla commissione elettorale.
Peraltro c’è da ricordare che per aggiudicarsi un collegio nel “first-past-the post system” britannico mediamente serve il 40% dei voti per cui la barriera al 5% per la restituzione della cauzione può considerarsi più che generosa, nel senso che se un candidato pensa di avere qualche chance di arrivare primo nel collegio non può non essere per lo meno certo di arrivare almeno al 5%.
Di conseguenza la perdita del deposito va a disincentivare candidature puramente velleitarie, quelle di coloro che si candidano senza avere nei fatti nessuna concreta possibilità di elezione.

E’ chiaro che in un sistema elettorale plurinominale e sostanzialmente proporzionale come quello italiano un simile meccanismo andrebbe “ritarato” sia come entità in denaro della cauzione sia come soglia percentuale per “salvarla”.
La cifra da depositare dovrebbe essere molto maggiore perché non si riferirebbe più solamente ad un singolo candidato di un collegio uninominale bensì ad una lista spesso lunga di candidati che concorrono a molti seggi in un collego elettorale relativamente grande.

Al tempo stesso andrebbe abbassata la soglia di recupero, in quanto mentre nei collegi uninominali si vince con il 40-50%, nei collegi plurinominali proporzionali si possono avere eletti anche con percentuali ben inferiori, che vanno spesso dal 2 al 5% a seconda del tipo di elezione. Una soglia ben posizionata potrebbe forse collocarsi all’1% o magari più flessibilmente ad un quarto della percentuale necessaria per ottenere un seggio. Ad esempio se per fare scattare il seggio serve il 3% potrebbero essere “punite” le liste che ottengono meno dello 0,75%.

L’idea di dovere pagare per candidarsi può fare storcere il naso ad alcuni benpensanti e suscitare qualche frettolosa accusa di classismo e di antidemocraticità. A ben vedere, tuttavia, si tratterebbe di un’accusa abbastanza facile da confutare.
Fuor di ipocrisia, del resto, è incontestabile che per fare politica ci vogliano comunque soldi e che una campagna elettorale seria richieda budget significativi. In questo senso è piuttosto improbabile che la necessità di pagare anche una cauzione rappresenti, nel bilancio complessivo, una voce di spesa così determinante.

Va detto, poi, che anche organizzare una seria e sistematica raccolta firme richiede costi alti ed addirittura in alcuni casi i partiti si sono dovuti accollare l’ingaggio di manodopera interinale per poterla portare a buon fine.
Il meccanismo a cauzione in fin dei conti costa relativamente poco. In particolare se la lista supera la soglia di recupero il suo costo finale è in pratica zero.

Ma anche per quelle liste che perdessero il deposito il costo effettivo potrebbe ragionevolmente rivelarsi inferiore rispetto alla spesa necessaria per una raccolta firme.
Merita di essere infine osservato che si tratta anche di un sistema autenticamente neutrale in quanto non garantisce nessun vantaggio istituzionale agli incumbent rispetto agli sfidanti, tanto più che la sua gestione non richiede alle liste di disporre di complesse macchine organizzative.
La ragione principale per la quale, tuttavia, il modello britannico sarebbe preferibile al modello a raccolta firme è che è incomparabilmente più trasparente.
Il modello a raccolta firme, in special modo calato nello scenario italiano, non ha fatto altro che generare illegalità generalizzata, truffe e sospetti.

Le norme previste per la raccolta firme non sono di  per sé di facile applicabilità. La loro complessità, unita alla deleteria abitudine dei principali partiti di chiudere le liste sempre più a ridosso del momento di consegna della liste, fa sì che le norme de jure vengano disattese in modo sistematico creando un sistema di diritto de facto, necessariamente nebuloso, dove non è chiaro fino a che punto ci si può spingere a giocare con il fuoco.

Ogni tanto si pasticcia più del solito (o meno bene del solito) e qualcuno ci rimane incastrato. Questi situazioni – oltre  a gettare in generale un’ombra sulla regolarità complessiva del processo elettorale – possono falsare l’esito di elezioni importanti, come potrebbe avvenire nel caso della Regione Lazio.
Non è detto che il modello a raccolta firme sia da respingere in sé, ma nello specifico scenario italiano i partiti hanno mostrato ormai da tempo di non essere in grado di manovrarlo secondo standard minimi di decoro politico e istituzionale.

La cauzione rappresenta, dal canto suo, un meccanismo estremamente chiaro e verificabile, in cui non servono “magheggi” e non c’è spazio per i prestigiatori delle raccolte firme. Introdurre in Italia il modello britannico potrebbe contribuire in modo importante a ricondurre il processo elettorale ad un quadro di regole certe ed uguali per tutti.
In definitiva più ancora di accontentarci di smascherare ogni tanto qualche cialtrone, sarebbe più efficace avere a disposizione una legge così semplice da essere essa stessa a prova di cialtroneria.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

7 Responses to “Per le elezioni basta raccolte firme, meglio la cauzione. Così si evitano imbrogli e pasticci ‘alla romana’”

  1. plinio ha detto:

    non sono tanto d’accordo sul fatto della cauzione -a meno che non la si metta di qualche milione di euro per lista- Io, dalla mia esperienza di dipendente pubblico resp. elettorale proporrei anzi di innalzare il numero di firme necessario per la presentazione delle liste. lo sapete voi ogni lista in più solo come tabelloni elettorali che costo rappresenta? e la confusione – a volte cercata- che ingenera soprattutto sulla popolazione anziana che va a votare?
    meglio raddoppiare o triplicare il numero delle firme necessarie per la presentazione di una lista. Solo chi ha un vero consenso sarà in grado di raccogliere le firme sufficienti. d’accordissimo sul fatto che vengano raccolte in Municipio. per queste regionali tutti i comuni interessati sono stati obbligati all’apertura per 10 ore giornaliere -incluso sabato e domenica- per il rilascio dei certificati, (da me non è venuto quasi nessuno nelle ore extra) facciamo sì che questo lavoro straordinario serva davvero e raccogliamo solo noi impiegati comunali le firme. In questo modo ci sarà molta più serietà e certi casi -di morti viventi, di inchieste di vario genere, di intrallazzi di tutti i tipi- non si verificheranno più. o almeno si spera. Cordialità

  2. pidario ha detto:

    La proposta mi sembra molto sensata e ci eviterebbe senz’altro le chiassose e stupide vicende dell’ultima ora.
    Ma chissà perchè le cose sensate spesso non vengono prese in considerazione dai nostri politici?

  3. Gaetano Rossi ha detto:

    Io propongo molto più semplicemente l’autocertificazione delle firme da parte di chi le raccoglie, così avrà fine questo mercato delle vacche. In fin dei conti, la cosa più importante è accertare la veridicità delle firme raccolte giusto?

  4. Marco Faraci ha detto:

    Plinio,
    anche a me la cifra britannica pare bassa e penso che andrebbe ritarata anche in funzione dell’abitudine in un determinato paese alla proliferazione di liste, fiancheggiatrici o di disturbo.
    In un quadro come quello britannico in cui storicamente ci sono 2-3 grandi partiti consolidati i candidati minori in ogni elezione non sono moltissimi.
    Nelle elezioni italiane invece (vedi anche Lazio), essendo ammesse le coalizioni, si tende a fare proliferare le liste all’interno della coalizione (perché più ce ne sono meglio è…).
    E’ chiaro che alzare significativamente la cauzione rispetto a quella britannica nel nostro contesto sarebbe del tutto sensato…

  5. Lucio Scudiero ha detto:

    Ottima proposta di Faraci!

  6. Fabrizio ha detto:

    Concordo con Faraci per l’introduzione di una cauzione per presentare una lista alle elezioni. Per poter scongiurare una proliferazione di liste mi sembra necessario, oltre ad alzare la cauzione (5000 euro mi sembrano un minimo)sarebbe opportuno restituire le cauzioni solo alle liste che sono riuscite a far eleggere almeno un candidato, trattenendo invece le cauzioni delle liste che tornano a casa senza eletti. In questo modo, credo, non vi sarà più bisogno delle firme, non vi sarà un esagerato numero di liste e con le cauzioni trattenute si potrà coprire parte delle spese elettorali.

  7. iulbrinner ha detto:

    Le analisi e le proposte di Marco Faraci, con cui concordo, mi sembrano lineari e ragionevoli.
    Aggiungerei che i casi di questi giorni testimoniano di un’eccedenza di spirito burocratico – peraltro assai sostenuto e diffuso, soprattutto a sinistra – all’interno del quale la forma prevale spesso a scapito della sostanza.

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