Libertà e opportunità, una stagione di riforme che ci salvi dal declino

Si è ieri conclusa a Milano la tre giorni de “I seminari di Libertiamo” a cui il Secolo d’Italia – che ringraziamo sentitamente – ha dedicato parte del suo inserto domenicale. Ripubblichiamo il pezzo di apertura dell’inserto di Benedetto Della Vedova, dedicato ai temi della tavola rotonda “Placata la bufera, torniamo al libero mercato”, che si è tenuta sabato mattina al Teatro Parenti con la partecipazione – tra gli altri – del Presidente della Camera Gianfranco Fini, del Direttore Generale di Confindustria Giampaolo Galli, di Luigi Zingales, docente di Economia all’Università di Chicago e dell’ex ministro Antonio Martino.

La “bufera” economica e finanziaria dell’ultimo biennio potrebbe avere qualche colpo di coda, ma, ora che si è placata, abbiamo una migliore comprensione delle cause e delle dinamiche della crisi. Sappiamo che essa non è stata solo o tanto il risultato del comportamento spregiudicato e predatorio di alcuni grandi operatori finanziari, ma anche o soprattutto la conseguenza del fallimento di un sistema di regole ed incentivi pubblici adottati in Occidente nell’ultimo decennio. La crisi dovrebbe ormai averci insegnato che le cattive regole tendono ad essere disattese, a promuovere comportamenti irresponsabili da parte degli operatori privati e a premiare i più forti a danno dei più deboli. E allora, “tornare al libero mercato”, come recita il titolo della tavola rotonda che con Gianfranco Fini abbiamo tenuto ieri a Milano, vuol dire anzitutto ripensare il sistema delle regole e dei controlli, affinché questo possa consentire agli intermediari finanziari ed ai risparmiatori, ma anche alle imprese ed ai lavoratori, di operare responsabilmente, assumendo i rischi e sostenendo le conseguenze delle proprie azioni.

A livello internazionale, va costruito un quadro di norme chiare e trasparenti che sappia limitare e punire gli abusi degli operatori economici, senza per questo cadere nella tentazione fatale di condizionare e forzare i comportamenti degli operatori, fino a snaturare completamente i meccanismi concorrenziali e le strategie aziendali. In questi casi, naturalmente nell’intento di perseguire il bene comune, si crea una commistione tra decisore pubblico ed operatori di mercato che si avvita in una spirale destinata a non portare nulla di buono.

La reazione alla crisi di alcuni governi nazionali ha probabilmente fornito una cura che può aver funzionato nell’immediato, ma che rischia di avere ora pericolosi effetti collaterali.
Negli Stati Uniti, il ricorso ad ingenti capitali pubblici per salvare le banche o le compagnie automobilistiche ha alleviato la recessione, ma ha trasferito sul conto dei contribuenti un onere che questi ultimi pagheranno per molti anni a venire. Ed in Europa, la grande espansione della spesa e del debito pubblico, insieme ad un’economia meno dinamica e produttiva di quella statunitense, contribuisce a rendere più ardua la ripresa economica. La vicenda della Grecia, al di là delle responsabilità interne, dimostra come il rallentamento del processo di integrazione abbia indebolito la capacità dell’Europa di reagire alle crisi.

Da tempo si discute dell’opportunità di non ridurre al solo calcolo del PIL le condizioni di benessere di un paese, ma la vitalità della crescita economica rappresenta certamente una condizione necessaria per la capacità di un paese di offrire opportunità di lavoro e di investimento. Le cause della “lentezza” europea valgono a fortiori per l’Italia. Entrata nella crisi con tassi di crescita più bassi di quelli dei partner europei, l’Italia rischia di uscirci allo stesso modo. Il governo Berlusconi ha saputo condurre un’azione importante di tenuta dei conti pubblici, ma la crisi ha evidenziato l’esistenza di profondi squilibri sistemici. Tornare al libero mercato, allora, significa per l’Italia avere il coraggio di adottare quelle riforme sul lato dell’offerta utili per ritrovare la competitività perduta, per ampliare la base occupazionale, per premiare la produttività e la creatività delle migliori energie del Paese.

Il primo nodo da affrontare è quello della riduzione della pressione fiscale. Curiosamente, essa pare diventata – nel dibattito interno al PdL – oggetto di uno scontro tra gentiluomini che si danno vicendevolmente torto, avendo, a suo modo, ciascuno ragione: è necessario ridurre l’imposizione ed è altrettanto indispensabile salvaguardare la tenuta dei conti pubblici. In un certo senso, il centrodestra berlusconiano, che fin dal 1994, con il programma economico di Antonio Martino, individuò nell’emergenza fiscale la big issue del rapporto tra cittadini e Stato, sembra oggi intimidito di fronte alla scelta di politica economica più urgente. Passate le elezioni regionali, bisognerà uscire dal guado, partendo da un assunto caro a Giulio Tremonti: nel mondo della globalizzazione e della terziarizzazione, dove la capacità di competere delle economie avanzate è basata sul capitale umano, sarà opportuno fondare il modello fiscale sul graduale spostamento della tassazione “dalle persone alle cose”. Ci sono ragioni di politica industriale che premono per questa soluzione, ci sono ragioni di efficienza economica e motivazioni di carattere eminentemente sociale.

E’ indubbio che una riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese è possibile solo a due condizioni: che si scelga un piano serio di tagli alla spesa pubblica e che si aumenti la fedeltà fiscale, cioè si riduca l’evasione.
Con una spesa addirittura superiore al 50 per cento del Pil, non dovrebbe essere tecnicamente difficile individuare cosa e quanto tagliare. Politicamente, il compito appare evidentemente più arduo: l’onestà intellettuale impone che tutti, a destra come a sinistra, riconoscano che dietro ogni capitolo di spesa improduttiva si celano interessi politici facilmente identificabili, più o meno organizzati, a volte elettoralmente rilevanti. Non è certo una peculiarità italiana: si tratta di una costante delle democrazie, che però in Italia ha assunto caratteri particolarmente marcati. E quindi, prima di dibattere sul sistema fiscale ideale si scelga di basare sulla revisione e sulla riduzione della spesa pubblica un nuovo patto repubblicano tra maggioranza e opposizione. Sul fronte della spesa corrente, ripartiamo dal Libro Verde sulla razionalizzazione della spesa promosso dall’allora ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa. E prendiamo in considerazione le serie proposte fatte da Mario Baldassarri.

Dopo le regionali avremo tre anni senza campagne elettorali, il Parlamento potrebbe diventare protagonista di una discussione serrata e senza pregiudizi, aperta ai contributi dall’esterno, sulla spesa pubblica italiana e su come e dove ridurla. La responsabilità della politica fiscale è e deve restare la massima espressione della politica del Governo, ma il Parlamento può dare un contributo importante a definire gli ambiti e ad assicurare la praticabilità politica di un’azione decisiva per il futuro del paese.
L’impianto istituzionale statunitense è notoriamente assai diverso dal nostro, ma è significativo che Obama abbia promosso una commissione bipartisan del Congresso sulle politiche di rientro dal deficit americano.

Del resto, durante la campagna elettorale Berlusconi e Veltroni dissero sul fisco una cosa simile: diminuire le aliquote rende più credibile la lotta all’evasione. Il nostro paese non può permettersi significativi cali di gettito: deve essere chiaro agli italiani che serve un patto: aliquote più basse e semplificazione fiscale in cambio di meno evasione. Nessuno Stato di polizia fiscale, ma l’evasione deve diventare un disvalore sociale.
Nulla può esimerci dal ricercare la produttività insistendo sulla scuola, la ricerca, la sburocratizzazione, la certezza e i tempi del diritto, la sicurezza e le infrastrutture (banda larga compresa), ma pensare che l’Italia trovi la forza di crescere con questi carichi fiscali e questo livello di spesa pubblica è una scommessa che non possiamo permetterci. Sul debito pubblico, la proposta contenuta nel programma del PdL di una valorizzazione e cessione di quote del patrimonio pubblico non va accantonata ma meglio definita. Il debito pubblico non potrà essere aggredito sul lato degli avanzi di bilancio, ma ridotto sul lato patrimoniale.

Il secondo nodo è quello pensionistico. Per anni la spesa previdenziale è stata gonfiata da età di pensionamento irragionevolmente basse e pensioni ben poco correlate ai contributi effettivamente versati, finché – dal 1992 ad oggi – l’Italia ha saputo mettere i conti in ordine, assicurando la sostenibilità del sistema previdenziale con l’aumento della pressione contributiva, l’innalzamento dell’età di pensionamento e la riduzione della remunerazione dei contributi versati. Il costo dell’aggiustamento, però, è stato pesante e sostanzialmente scaricato sui lavoratori più giovani, tanto che oggi paradossalmente le pensioni sono diventate la più grave “questione giovanile” del Paese. L’equilibrio previdenziale è oggi fondato su di un insostenibile squilibrio generazionale: nel giro di uno o due decenni la situazione potrebbe esplodere, perché quanti oggi pagano tra un quarto e un terzo del proprio reddito alla previdenza obbligatoria rischiano di avere, anche a causa di percorsi di carriera più discontinui, trattamenti pensionistici inferiori alla metà del proprio reddito da lavoro. Questa situazione rischia di produrre una bolla sociale, una “bolla di povertà” che minerebbe la coesione sociale. Ha ragione chi sostiene che sarebbe sbagliato intervenire sulle pensioni con l’obiettivo di fare cassa. Ma è tutt’altra cosa ragionare su come riequilibrare gli oneri e i benefici tra le generazioni.

Il carattere generazionale della questione previdenziale trova una piena corrispondenza in un altro grande capitolo del welfare, quello che unisce mercato del lavoro, ammortizzatori e prestazioni sociali. E quella generazionale è solo una delle tante “spaccature” che attraversano il mondo del lavoro. Vi è quella di genere e vi è quella territoriale, entrambe enormi. Vi è poi quella settoriale, a vantaggio dei settori produttivi dotati di una più robusta rappresentanza sociale, e quella dimensionale, a vantaggio delle imprese più grandi e dei lavoratori in esse impiegati, che usufruiscono di strumenti sconosciuti su scala inferiore. Se dunque quella delle pensioni è la vera questione giovanile, il welfare è il capitolo che più ci costringe a interrogarci sulla effettiva “unità della nazione” e sulla capacità del sistema istituzionale e della rappresentanza di favorire un vero processo di convergenza tra pezzi di Italia che rischiano di allontanarsi gli uni dagli altri.

Abbiamo speso troppo tempo e versato troppo sangue (penso a Massimo D’Antona e Marco Biagi) perché il nostro mercato del lavoro superasse la logica antistorica del “posto fisso”. Adesso non dovremmo abituarci a pensare che gli squilibri e le iniquità del mercato del lavoro e del sistema degli ammortizzatori sociali siano un elemento “naturale” del panorama sociale. Uscire dalla logica della tutela per entrare in quella delle opportunità implica che le opportunità siano reali. Per aprire il mercato del lavoro dipendente, ad esempio, e impedire che esso continui a girare su due piattaforme diverse e non comunicanti, quella degli outsider e quello degli insider, occorre semplificare gli schemi e le formule contrattuali, accrescendo le dinamiche competitive e individuando uno standard mediano tra il vecchio articolo 18 e il sempre più frequente ricorso a formule elusive e abusive.

Posta in salvo nelle acque procellose della crisi la caravella italiana, oggi è il momento di sciogliere le vele: riprendere una navigazione a velocità sostenuta è un imperativo cui la politica di governo deve dare tutto il contributo necessario. E’, dunque, il tempo del coraggio e delle riforme; anche di quelle destinate nell’immediato a lasciar scontento più d’uno tra coloro che hanno posizioni da difendere.


Autore: Benedetto Della Vedova

Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, è stato capogruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. Attualmente, è senatore di Scelta Civica per l'Italia.

One Response to “Libertà e opportunità, una stagione di riforme che ci salvi dal declino”

  1. libertyfighter ha detto:

    Benedetto, sarà un milione di anni che si parla delle stesse cose. La stagione nuova, le riforme strutturali, la ripresa, si abbassano le tasse, si riduce la spesa, si riformano le pensioni.
    Il momento giusto per farlo probabilmente era 30 anni fa.
    Si è bello che capito che in Italia NON SI RIDURRANNO MAI LE TASSE e NON SI RIDURRA’ la spesa pubblica, fino alla bancarotta.
    Ti va di fare una scommessa?
    Sono pronto a scommettere che questo paese farà bancarotta e fino ad allora di “riforme strutturali con abbassamento significativo della pressione fiscale complessiva (quella che è al 66- 67%) NEANCHE L’OMBRA.
    E parallelamente NIENTE sul fronte delle riduzioni della spesa pubblica.
    Accetti la scommessa?

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