In Russia non c’è più il comunismo, ma ci sono troppi comunisti al potere e poca libertà economica e civile

– “Non posso prevedere quello che farà la Russia. E’ un enigma avvolto in un mistero” diceva Winston Churchill.
La Federazione Russa, nata nel 1992 sulle ceneri dell’Unione Sovietica, è ancora un mistero. La sua secessione dall’Urss, proclamata da Eltsin e dal Parlamento Russo nel 1990, ha contribuito più di ogni altro fattore al collasso dell’impero comunista. Ma la Russia di oggi, al pari della Bielorussia e molto più delle altre repubbliche ex sovietiche europee, è retta da una classe dirigente post-comunista, costituita al 78% da ex ufficiali del Kgb, la “spada e lo scudo” dell’Unione Sovietica. Lo rivelava uno studio sulle élite condotto da Olga Kryshtanovskaya, Moscow’s Center for the Study of Elites.

Guardando i russi che vengono in gran numero in vacanza in Italia e contando il numero dei contatti commerciali fra le imprese europee e italiane con quelle russe, verrebbe da pensare che la Federazione ex sovietica sia un paradiso del libero mercato. Un giro per le vie di Mosca, fra locali alla moda, luminarie e appartamenti di lusso, tenderebbe a confermare questa idea. Ma l’illusione finisce quando vediamo che tutti i settori chiave dell’economia, dal gas al petrolio, dai media alla produzione di tecnologia, sono nelle mani dello Stato.

La Russia è uscita sicuramente dal comunismo. Non ci sono molti rimpianti per il passato di Lenin, Stalin, Chrushev e Brezhnev. Libri come “Arcipelago Gulag” di Alexandr Solzhenitsyn non solo sono legali, ma sono diventati lettura obbligatoria nelle scuole, a partire dall’anno scorso. Eppure dissidenti sovietici ancora vivi, come Elena Bonner, Vladimir Bukovskij e Garry Kasparov, vivono in esilio o in semi-clandestinità, non graditi dalle autorità di Mosca, costretti a rivolgere appelli ai leader e alle opinioni pubbliche occidentali (come quello pubblicato da La Repubblica il 19 febbraio scorso) per dire che il nemico è sempre quello, che il confronto fra un Occidente democratico e una Russia autoritaria non è affatto finito.

La Russia non è più il trampolino di lancio della rivoluzione comunista mondiale, come era ai tempi di Lenin, Stalin e (con altri metodi più sottili) di Chrushev e Brezhnev. L’ideologia è scomparsa dalla politica estera del Cremlino. Ma il confronto con l’Occidente non è affatto finito. La crisi dello scudo anti-missile in Polonia e Repubblica Ceca, con Putin che minacciava di schierare per ritorsione nuovi missili nucleari puntati sulle capitali europee, ricordava molto da vicino la crisi degli euromissili del 1978-1984. I bombardieri russi volano nei Caraibi, come ai tempi dell’alleanza fra Urss e Cuba. E i T-72 che invadono la Georgia nel 2008 non possono non ricordare le immagini delle invasioni sovietiche di Ungheria, Cecoslovacchia e Afghanistan, tutti governi socialisti che avevano osato ribellarsi alla casa madre.

Alla fine, che cosa è la Russia di oggi? Per capirlo dobbiamo stare ai fatti e alle cifre. E i numeri dicono che la Federazione Russa è uno dei Paesi economicamente meno liberi al mondo. Secondo l’Index of Economic Freedom (compilato annualmente da Heritage Foundation e Wall Street Journal), la Russia è 143ma su 179 Paesi analizzati. Perché? Al contrario che in Italia, la spesa pubblica e le tasse sono relativamente basse. I problemi sono altri, ereditati direttamente dalla storia sovietica: i diritti di proprietà non sono tutelati, soprattutto perché la magistratura è corrotta e non è indipendente; il settore finanziario è interamente influenzato (se non controllato) dallo Stato; non c’è libertà di investimento; la corruzione intacca tutti i gangli vitali dello Stato russo. Sul piano della libertà politica e civile, la Freedom House classifica la Federazione Russa come uno Stato decisamente “non libero”, al pari delle dittature mediorientali e africane. La libertà di espressione è un capitolo particolarmente drammatico. Per un giornalista è più pericoloso lavorare a Mosca che non a Baghdad: in media è più alto il numero delle vittime del giornalismo nella Federazione Russa (anche in tempo di pace) che non in Iraq o Afghanistan.

In conclusione, questo “enigma avvolto in un mistero” è un Paese autoritario, ben lontano dagli standard democratici e liberali occidentali, governato da comunisti anche se non più nel nome del comunismo. Contrariamente a un luogo comune, ripetuto tante volte anche qui in Italia per giustificare la paralisi delle riforme, la Russia non è “qualcosa di diverso”. Non ha “una cultura peculiare” che richiede necessariamente la dittatura per evitare che scoppi il caos. Tanti altri popoli slavi, ortodossi, con una cultura simile a quella russa e un passato analogo, sono riusciti a riformarsi, a dotarsi di istituzioni democratiche e ad entrare a pieno titolo nell’Unione Europea. In questi anni, persino una Serbia appena uscita dalla guerra e dall’incubo della dittatura di Milosevic è proiettata verso l’integrazione politica ed economica nel sistema occidentale. Romania e Bulgaria sono già nell’Ue da tre anni. E, nonostante un embargo e una guerra, anche una repubblica ex sovietica quale la Georgia ha un sistema politico ed economico molto più liberale rispetto a quello imposto dal Cremlino. Perché proprio i russi devono meritarsi di rimanere in eterno sotto una dittatura post-comunista antagonista dell’Occidente?


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “In Russia non c’è più il comunismo, ma ci sono troppi comunisti al potere e poca libertà economica e civile”

  1. filipporiccio ha detto:

    La Russia piace proprio perché è una dittatura travestita da democrazia, un paese totalitario travestito da paese libero. Un’utopia per i nostri politici, che invidiano i loro colleghi russi al potere: non è mica come qui in occidente dove devi ancora fare i conti con i fastidiosi residui del liberalismo settecentesco.

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