Dalla Francia, con rigore: uno studio serio spiega come trattare con l’Islam europeo

– Il “burqa” come simbolo di un Islam che assume sempre più non solo consistenza ma anche visibilità nelle società occidentali, e che al loro interno pretende un esplicito riconoscimento, è ormai entrato anche nel dibattito politico italiano.
La discussione attorno al velo integrale (in realtà in Europa noi conosciamo il niqab, proveniente dall’Arabia, poco o per niente il burqa, presente solo in Afghanistan) solleva questioni più generali relative all’integrazione degli immigrati musulmani – di prima o seconda generazione – e mette in gioco i principi che devono reggere la convivenza civile.

Tuttavia, l’attenzione eccessiva, ancorché importante, per questo segno visibile e ostentato di appartenenza rischia di mettere in secondo piano la complessità del problema delle strategie da adottare per fare dei nuovi arrivati dei “buoni cittadini”.

Una serie di acute e interessanti chiavi di lettura del problema ci proviene da un recente volume (La République ou la burqa, Albin Michel, 2010), basato su diverse esperienze sul campo di due antropologhe della religione francesi, Dounia e Lylia Bouzar. Le due studiose hanno sviluppato il tema delle modalità attraverso le quali le autorità e i servizi pubblici francesi affrontano concretamente e potrebbero diversamente affrontare le rivendicazioni provenienti da cittadini di religione musulmana. Naturalmente la Francia, per la sua storia, ha una presenza musulmana ben più consistente e radicata di quella che abbiamo in Italia; tuttavia, i problemi che oggi si trova costretta a gestire cominciano ad emergere anche da noi: una riflessione sulle sfide che devono fronteggiare oggi i nostri cugini francesi e sulle risposte che, a livello nazionale e a livello locale, ad esse stanno cercando di fornire, risulta dunque importante per un paese come il nostro, destinato nei prossimi anni ad accogliere un crescente flusso di nuovi immigrati di religione islamica.

L’argomento più interessante dello studio di Dounia e Lylia Bouzar riguarda il modo in cui l’Islam rischia di venire letto e interpretato dai non islamici e dagli operatori pubblici. Per le due studiose, sia negli atteggiamenti più intransigenti, basati su una malintesa idea di laicità che tende a negare il diritto alla libera espressione della fede, sia in quelli più lassisti, tesi a giustificare tutto in nome della religione, si scorge spesso l’errore di identificare un’intera religione, o anche le sue espressioni più “ortodosse”, con atteggiamenti fanatici e settari.

Concentrando l’attenzione in particolare sui giovani, le studiose hanno rilevato come ragazze e ragazzi in molti casi rispondano a situazioni d’emarginazione con interpretazioni del tutto arbitrarie dell’Islam, che li portano ad avere comportamenti devianti e che turbano la convivenza nelle scuole, nei collegi e nei riformatori. Le difficoltà che incontrano nel processo di integrazione, in particolare nelle zone più disagiate, in taluni casi portano diversi giovani a reinterpretare la loro religione di appartenenza, inventando divieti e prescrizioni estranei ai loro padri e ai loro nonni, per sentirsi parte di una fantomatica comunità musulmana senza tempo e senza spazio, che si pretende fondata su una interpretazione autentica e immutabile dell’Islam. Gli educatori si trovano così di fronte improvvisamente a ragazzine che si velano il viso, ragazzini che sputano per terra perché sostengono che durante il Ramadan non si possa deglutire, che si rifiutano di rivolgere la parola a insegnanti di sesso femminile, che insultano le loro compagne se non sono abbigliate ai loro occhi in modo adeguato o che impongono agli altri – musulmani e non – di non mangiare carne di maiale o non macellata secondo i riti religiosi. In altri termini, emergono comportanti tipici dei membri delle sette, che mirano all’autoesclusione, da un lato, e al proselitismo e all’imposizione di certi comportamenti a tutti i componenti della comunità, dall’altro.
Il rapporto Obin del 2004, redatto da una commissione istituita dal ministero dell’Educazione nazionale, rileva come organizzazioni estremiste, spesso organizzate sul piano internazionale, prosperino proprio nelle situazioni di maggiore emarginazione, promuovendo questa nuova “identità musulmana” e fornendo sostegno agli elementi più radicali nella loro azione di condizionamento dei soggetti più giovani e più fragili.

In queste situazioni, sarebbe dunque un errore affrontare i comportamenti devianti o antisociali in termini religiosi, poiché non ci si trova di fronte alle pretese inaccettabili di una religione, bensì ad un’inaccettabile manipolazione della religione. Per questo motivo, interpretare comportamenti fanatici e settari come comportamenti “normali” per un aderente all’Islam, e dunque accettarli come espressione della libertà religiosa o semplicemente contrastarli come lesivi della laicità, senza procedere ad una diagnosi più profonda del fenomeno, risulta inefficace e pericoloso e rischia di produrre risentimento nell’ambito più ampio dei fedeli musulmani, che si vedono accomunati in maniera indiscriminata ai responsabili di comportamenti devianti.

Naturalmente, non è solo nell’ambito educativo che si producono simili fenomeni, ma anche in altri contesti. Si pensi alle piscine pubbliche e alle pretese di bagnarsi con abiti non idonei o di riservare orari alle donne con l’esclusione di tutto il personale maschile, o agli ospedali e in particolare ai pronti-soccorso, dove sono sempre più frequenti i comportamenti violenti e aggressivi di mariti che pretendono che le loro mogli siano curate solo da personale femminile, mettendo in pericolo la stessa vita delle loro compagne o anche dei nascituri.
Le due studiose osservano che tali comportamenti spesso non si rilevano in molti dei paesi di provenienza di questi immigrati e nemmeno erano presenti in passato tra i musulmani di Francia. Si tratta di un fenomeno recente e poiché, come ha osservato in un’intervista un’infermiera di un ospedale di Lione, non risulta che il Corano nel frattempo sia mutato, la recrudescenza di questi comportamenti difficilmente può essere banalizzata imputandola all’adesione alla religione musulmana.

Di conseguenza, anche a partire dall’osservazione di esperienze concrete, per le due antropologhe la soluzione a questi nuovi problemi deve essere ricercata in un equilibrio tra aperture a richieste accettabili, mostrando così rispetto per l’espressione della fede religiosa, e chiara delimitazione di ciò che non è accettabile. Così, ad esempio, per le mense scolastiche è possibile proporre dei pasti senza carne, in modo da non offendere la sensibilità dei musulmani o degli ebrei e al tempo stesso consentire a tutti di mangiare insieme, favorendo la socializzazione. O, nell’ambito sanitario, quando è possibile, accettare per le donne – musulmane ma non solo – che lo richiedono la prenotazione specifica di visite con medici donna. O ancora, nelle piscine pubbliche, accettare costumi da bagno che coprono una più ampia parte del corpo rispetto a quelli normalmente in uso, ma che rispettano le norme di sicurezza e di igiene.

Andando oltre, Dounia e Lylia Bouza richiamano la proposta della “Commissione Stasi di riflessione sull’applicazione del principio della laicità nella Repubblica” (2003) di istituire come festività, accanto a quelle cristiane che anche nella laicissima Francia sono ampiamente riconosciute, le ricorrenze rispettivamente musulmana ed ebraica dell’Aïd e dello Yom Kippur. In tutti questi esempi, il criterio seguito è quello di favorire l’ “inclusione”, facendo sentire “a casa propria” gli immigrati o i discendenti degli immigrati islamici.
Queste aperture sono dunque considerate positive nella misura in cui rendono la società più accogliente per tutti, ma al tempo stesso sono ritenute possibili perché non ledono una serie di principi e regole ritenuti fondamentali e irrinunciabili. Vi sono, cioè, dei limiti che non possono essere valicati: innanzitutto il rispetto della libertà di coscienza di tutti.
In Francia lo stato è considerato laico proprio perché si fa neutro per consentire il pluralismo nella società e la libertà di coscienza e di religione di tutti i cittadini. Dunque, nessuna norma può ledere quella libertà; ad esempio non è considerato tollerabile – come però è accaduto in alcuni casi – che nelle mense scolastiche a tutti i bambini sia servita carne halal (che rispetta cioè le prescrizioni musulmane).

In secondo luogo, non è possibile dare spazio a rivendicazioni che instaurino una segregazione basata sul sesso, la religione o altri criteri. Di conseguenza non è tollerabile discriminare operatori della sanità sulla base del loro genere o creare situazioni di separazione – ad esempio nelle piscine pubbliche – tra uomini e donne o tra appartenenti alle diverse religioni nelle mense scolastiche. “Nessuna rivendicazione – hanno scritto le due studiose – può instaurare alcuna segregazione dei cittadini” e a maggior ragione, non è tollerabile “alcuna rivendicazione che instauri una sovranità giuridica che sottragga dei credenti al controllo dello Stato e del diritto comune”.
Non vi può essere spazio, perciò, per le soluzioni multiculturali all’inglese. La coesione sociale e la concezione universalistica della cittadinanza, che attribuisce a tutti uguali diritti e uguali doveri, non possono essere in nessun modo compromesse, come accadrebbe – e come è talvolta è accaduto in Francia o anche in Italia – se comportamenti contro l’integrità e la libertà della persona fossero giustificati sulla base di una supposta aderenza a un credo religioso o se si accettasse la segregazione in ambiti pubblici (nelle mense, sul lavoro ecc.) sulla base della religione.
Accanto a tutto ciò, vi sono altri limiti che devono essere imposti da parte delle autorità e di chi fornisce servizi pubblici: la salvaguardia della sicurezza e della salute e il buon funzionamento dei servizi.

La laicità dello Stato, la coesione sociale e il carattere universale della cittadinanza, il buon funzionamento della macchina pubblica costituiscono dunque dei riferimenti indispensabili per definire l’orizzonte entro il quale ogni politica di integrazione deve svilupparsi. Tuttavia, all’interno di questo orizzonte, è possibile immaginare regole di convivenza civile che facciano sentire gli immigrati e i loro figli come parte integrante del loro nuovo paese.

In Italia, alle ondate migratorie si sta rispondendo sempre più spesso con l’innalzamento di steccati identitari, con una riscoperta del “noi” che tende ad escludere “loro”, con la pretesa di uno Stato che sia prima di tutto “cristiano” e con una semplificazione dell’identità musulmana attraverso una sua identificazione con i comportamenti maggiormente devianti e asociali. Questi atteggiamenti, in realtà, rischiano di aggravare le incomprensioni e di innalzare nuovi steccati, dando spazio alle manifestazioni più radicali e intolleranti dell’Islam e a chiusure di tipo comunitarista.

Dounia e Lylia Bouza hanno concluso il loro lavoro affermando che “rifiutare il burqa significa essere fedeli alla Repubblica, ma anche rispettare l’Islam”. Il rifiuto del burqa implica il rifiuto della segregazione della donna e dunque la riaffermazione dell’eguaglianza degli individui, ma implica anche l’idea che il rispetto della libertà religiosa non deve passare per l’accettazione di costumi prodotto di letture estremiste e strumentali dell’Islam. Il fermo rispetto dei principi e dei criteri di funzionamento della Repubblica e l’apertura verso l’altro, dunque, sono le linee guida che le due studiose suggeriscono; si tratta di una strada certamente non facile, ma certamente più fruttuosa rispetto a quella della demonizzazione e del rifiuto che non portano altro che nuove segregazioni e nuovi conflitti.


Autore: Sofia Ventura

Nata a Casalecchio di Reno nel 1964, Professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna Scienza Politica e Sistemi Federali Comparati. Studiosa dei sistemi politici in chiave comparata, ha dedicato la sua più recente attività di ricerca ai temi del federalismo, delle istituzioni politiche della V Repubblica francese, della leadership e della comunicazione politica.

One Response to “Dalla Francia, con rigore: uno studio serio spiega come trattare con l’Islam europeo”

  1. Giovanna Nuvoletti ha detto:

    Brava Sofia, grazie

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