– Novanta giorni a partire da ieri, durante i quali Oscar Magi, il giudice milanese del caso Google – Vivi Down, dovrà spiegare allo “spazio e al ciberspazio” le ragioni di una condanna che, vada come vada, è destinata a fare scuola e a dividere tanto il mondo reale quanto quello virtuale. Dovrà essere convincente, Magi, e impeccabile ed equilibrato nello spiegare perché David Drummond, George De Los Reyes e Peter Fleischer, dirigenti del colosso di Mountain View, meritano sei mesi di reclusione (pena sospesa per tutti). Perché l’infame caso dei bulli che picchiarono in “googlevisione” il coetaneo affetto da sindrome di Down ha mandato sub iudice non solo Google, e di sicuro non tanto la stupidità e il vuoto di senso che ha ispirato gli autori materiali del gesto, quanto l’architettura assiologica del web, fondata sulla neutralità dell’infrastruttura e sulla parità indiscriminata tra i contenuti, rilanciando, stavolta credo in maniera non più eludibile, la discussione su quale sia, se esiste, la dimensione ottimale dell’intervento statuale su internet.

Nel caso di specie, il giudice non ha ritenuto sussistere gli estremi per configurare in capo ai tre dirigenti il reato di diffamazione, come richiesto dall’accusa. La condanna, pertanto, discende da violazioni del codice privacy, e riguarderebbe la mancata informativa e l’assenza di consenso da parte dell’interessato. Il percorso argomentativo più verosimile, quello che presumibilmente potrebbe ispirare la ratio della sentenza, è un combinato disposto tra le disposizioni del codice privacy e il secondo comma dell’articolo 40 del codice penale, secondo il quale “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.

O, forse, è stata ravvisata solamente una responsabilità diretta di Google ai sensi dell’art. 167 del codice privacy. In buona sostanza, comunque, Google sarebbe stato considerato responsabile, di fatto, per omissioni, per non aver vigilato su un’ “attività pericolosa”, qual è quella di gestione di servizi internet, e per non avere adottato le dovute misure precauzionali rispetto all’eventualità che i suoi collettori raccogliessero contenuti lesivi della dignità di terzi, che costituisce un bene giuridico altrettanto meritevole di tutela della libertà di navigazione e di upload. Inoltre, seguendo quest’ordine di pensiero, quello che fa Google sarebbe ascrivibile alla categoria del content providing, per cui non gli si applicherebbe il principio del mere conduit, valevole invece per service communication providers e hosting providers.

Sulle ragioni di una tale qualificazione dell’attività di Google è cruciale la considerazione che la società, sebbene attraverso algoritmi automatici, elabora i contenuti che riceve, e che proprio da tali elaborazioni ed indicizzazioni ricava gran parte del proprio fatturato in termini di inserzioni pubblicitarie.

Se questo dovesse essere il sostrato logico giuridico delle argomentazioni di Magi, nella diatriba tra “separatisti libertari”, da sempre contrari a qualsiasi intervento regolamentare esogeno sulla rete, e Lawrence Lessig, favorevole ad interventi settoriali del diritto statale su internet, dove la libertà tout court non esisterebbe in quanto comunque condizionata da ciò che egli definisce il “codice”, cioè l’interazione tra hardware e software che delimita il campo dei comportamenti tecnicamente possibili sul web, avrebbe vinto quest’ultimo.

Anche se così fosse, stiano pur tranquilli gli interventisti e i moralizzatori della rete, perché appartengono e apparteranno sempre alla schiera di quelli che hanno torto. Perfino Lessig, infatti, giustifica la sua posizione nella prospettiva della maggiore tutela delle libertà fondamentali, ed è attento a minimizzare l’impatto delle norme sul web, affinchè esso resti la straordinaria piattaforma della creatività e della libertà che è stato finora, la “nuova patria della nostra mente”, come ebbe a definirla John Perry Barlow, leader dei libertari e autore della celebre Dichiarazione d’Indipendenza del Ciberspazio. Google aveva reagito prontamente alla segnalazione del video incriminato, rimuovendolo. E ciò mi pare di per sé una buona garanzia del fatto che la rete non è il far west dell’etica né la zona franca del buon senso e della responsabilità. Essa si regge su un codice stringente e condiviso, dove non trovano posto né la violenza, né la stupidità, né la maleducazione, da integrare certamente, sub specie liberalis, con l’acquisizione di consapevolezza che la tutela dei dati personali non è un optional per nessuno. La situazione, a mio parere, è di quelle cd. win-win: vada come vada, a vincere sarebbe comunque un’istanza di libertà.