– C’è una vecchia storiella che noi anticomunisti raccontavamo prima che cadesse il Muro e sparissero d’incanto i comunisti. Un funzionario del Pcus si reca in uno sperduto villaggio della Siberia per tenere una conferenza sul tema: “Il socialismo come scienza”. Dopo aver finito di parlare si rivolge ai pochi mugiki ancora svegli chiedendo loro se hanno delle domande da porre. Si alza, allora, un Fantozzi sovietico il quale dichiara di non essere sicuro di aver ben compreso il senso della conferenza e chiede, a chiarimento ulteriore, conferma del fatto che il   socialismo sia una scienza, proprio come la medicina. Ottenuta una risposta sostanzialmente positiva, il mugiko si siede sconsolato bofonchiando qualche parola di protesta. Interrogato sui motivi del suo malpancismo, il nostro sbotta in un grido: “non potevate sperimentarlo sugli animali, allora!”.

Se qualcuno si prendesse la briga di compiere la stessa operazione da noi sul tema del federalismo (che i leghisti sbandierano ad ogni piè sospinto presentandolo come la soluzione di tutti i problemi), scoprirebbe che è l’ultimo pensiero della stragrande   maggioranza degli italiani. Ed è giusto che sia così, perché la mania che ha invasato il sistema politico (è mia opinione che nulla, neppure la devolution, sia peggio della riforma del Titolo V voluta ed attuata dalla maggioranza di centro sinistra) si basa su di un presupposto mai dimostrato e risultato falso e propagandistico: che le Regioni (da intendersi come classe politica e amministrativa) siano migliori dell’Amministrazione dello Stato. Se c’è, invece, un’Istituzione che i cittadini vivono, in generale, come una sorta di sarchiapone politico, questa è proprio la Regione (ce ne accorgeremo alla fine di marzo). Solo le Province sono più sconosciute, ma non più inutili.

Se i Comuni stanno in prima linea nel rapporto con i cittadini, se il Governo nazionale rappresenta quel “Quartier generale” contro cui tutti – anche gli amici –  sparano, le Regioni costituiscono la sussistenza, imboscata nelle retrovie, capace solo di spendere senza verifica alcuna, guardandosi bene dall’assumersi delle responsabilità. Tanto che sono anni che si parla di federalismo, che alle Regioni sono stati attribuiti sempre maggiori poteri, che altre prebende le Regioni stesse hanno rivendicato, avvalendosi dell’equivoco delle competenze concorrenti, mentre non si è cavato un ragno dal buco (nonostante il lavoro dell’Alta Commissione) sul terreno della ripartizione delle risorse, un tema non affrontato nemmeno nella recente riforma. La stessa devolution era nata in bolletta, con buona pace della Lega.

Il caso della sanità è la cartina di tornasole del fallimento del federalismo: le Regioni comandano, lo Stato “caccia i soldi”, i servizi peggiorano: tutto ciò nonostante che il fabbisogno della sanità pubblica sia aumentato di oltre 40 miliardi nel corso del primo   decennio del nuovo secolo e l’incidenza sul pil abbia superato, da tempo, il traguardo storico del 6%.  Del resto c’era da aspettarselo, in un Paese come il nostro caratterizzato da tanti divari, compreso quello riguardante la qualità politica, amministrativa e sociale. Il sistema sanitario si è presentato all’appuntamento col federalismo già disarticolato in partenza ed è destinato a consolidare tale situazione.

Quanto, poi, alla questione cruciale della definizione dei livelli essenziali di assistenza come strumento per affermare, in termini uniformi, il diritto alla salute, il fallimento sembra evidente. Né il centralismo, né il federalismo (e ancor prima il regionalismo) sono stati in grado (e mai lo saranno) di mantenere tale promessa. Ma perché meravigliarsi? Forse che il sistema pensionistico riesce a garantire l’unità sociale del Paese? Non ci sembra proprio, se è vero che i trattamenti migliori, anche come tipologia, sono pagati quasi tutti al Nord. E che dire del fatto che è più elevata la dispersione e l’emarginazione scolastica nel Mezzogiorno ?

Peraltro, se neppure i diritti politici e civili (nonché la sicurezza personale) sono, nei fatti, assicurati a Napoli e a Palermo come a Bologna e a Treviso, perché farla tanto lunga se anche la sanità è costretta a subire il   contesto in cui opera ? Il Paese cammina a due velocità. Fino a quando non ce ne renderemo conto, il Sud continuerà a perdere colpi.