E se sul Sud avessero ragione i vescovi?

– Se l’Italietta era piccolo-borghese, fascista, democristiana, provinciale e ai margini della storia, allo stesso tempo, per Pasolini, era stata capace di esprimere un mondo contadino che della marginalità faceva la sua forza e che “il centro” non era ancora riuscito ad assimilare. Pasolini rintracciava in quel mondo, poi andato perduto, quello che restava di una civiltà precedente. Un’antropologia differente. Oggi di quel mondo non restano che poche tracce. Il documento presentato ieri dalla Conferenza Episcopale italiana (Per un Paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno) passa in rassegna i problemi del Mezzogiorno, che molto di quel mondo ha rappresentato, denunciando duramente il malaffare, i legami fra politica e criminalità organizzata, le inadeguatezze della classe politica meridionale.

Non usano giri di parole i vescovi. E’ bene lasciar parlare le loro parole. Potrebbe essere difficile per alcuni lettori di Libertiamo, che spesso non condividono le prese di posizione dell’episcopato italiano, ma prestiamo attenzione.

Nessuno sconto per il fallimento delle riforme istituzionali: “Il cambiamento istituzionale provocato dall’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle provincie e delle regioni, non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell’amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato.(p. 4)”, il rischio di questa deriva appare dunque quello di trasformare il Sud in un “collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo” (p.4).

Torna, nelle parole dei vescovi, il riferimento a quel mondo antico cui Pasolini ha spesso fatto riferimento: “Su questo terreno arcaico ha fatto irruzione la modernità avanzata che, paradossalmente, ha potenziato quegli antichi germi innestandovi la nuova mentalità, segnata dall’individualismo e dal nichilismo. L’assorbimento acritico di modelli comportamentali diffusi dai processi mediatici si è accompagnato al mantenimento di forme tradizionali di socializzazione, di falsa onorabilità e di omertà diffusa. In questo modo, una società che non aveva attraversato i processi della modernità si è trovata a superare tali prospettive senza averle assimilate in profondità (p.5)”. Sono passati solo pochi giorni dalle continue notizie delle escort baresi o dai “dollar party” delle lolite della “Napoli bene”. Il centro sta risucchiando la periferia.

“Mi dai un bacio sulla bocca in cambio di un dollaro?”, “Ora ti spiego, mamma. Troppo figa. All’ingresso del locale venivano distribuiti ai maschi dei soldi, ma finti, e solo per giocare”. Giocare? “Sì, uffa, fammi continuare!!! È la gara! Allora, durante la serata i ragazzi vengono da noi e propongono: se mi dai un bacio ti do questo soldo (finto eh!) in cambio”. E’ il centro che risucchia tutto e lo spara nel tubo catodico.

Le donne combattono fra una maternità “svilita” (p.5), e le solite difficoltà del mondo del lavoro: “Analisi aggiornate attribuiscono alle donne posizioni di marcato svantaggio nel superamento della disoccupazione e dell’inattività, con il risultato di vedersi riconosciuti meno diritti ed inferiori opportunità” (p.5).

Oltre alle mutazioni antropologiche non mancano i problemi di sistema. Il federalismo appare quindi da intendersi come connesso al principio di solidarietà perché “se la sussidiarietà senza la solidarietà scade nel particolarismo sociale, è altrettanto vero che la solidarietà senza la sussidiarietà scade nell’assistenzialismo” (p. 6). La criminalità organizzata è sempre più protagonista: “manipolando gli appalti, interferendo nelle scelte urbanistiche e nel sistema delle autorizzazioni e concessioni, contaminando così l’intero territorio nazionale” (p.7). Certo non tutto è negativo.
 “Il Sud, pur in mezzo a difficoltà economiche, continua, per ora, ad avere un tasso di natalità superiore alla media nazionale. Questa preziosa risorsa esprime fiducia verso il futuro ed è la prima concreta attuazione della speranza nell’accoglienza della vita (…)” (p. 11), ma resta fondamentale insistere sulla scuola e sulla formazione di nuove classe dirigenti (p.14).

Quanti di voi riuscirebbero a dissentire?
Nel complesso un documento molto forte che sceglie esplicitamente di non addentrarsi nei tecnicismi. Quello che i vescovi chiedono è una politica per il Mezzogiorno. Quella Politica che il leghismo, resosi non solo ideologia ma anche filosofia politica concreta, ha finito sostanzialmente per derubricare dalle priorità del Paese.

Il mondo contadino di Pasolini non esiste più. E non sappiamo se il Progresso ne ha portato uno migliore. Quello che è certo è che “gli uomini e le donne del sud non possono attendere da altri ciò che dipende (anche) da loro” (p. 2).
Mentre anche il secolare è stato secolarizzato, il documento dei vescovi è un invito a combattere il “rilassamento morale”, contro “l’indurimento del cuore”. Da accogliere.


Autore: Pasquale Annicchino

Nato a Maratea (PZ) il 13 Dicembre 1982, vive a Firenze. Fellow del Robert Schuman Centre for Advanced Studies dell'European University Institute. Ha insegnato e tenuto seminari in numerose università italiane ed internazionali: Siena, Alessandria, Como, Salerno, Tallin, Berkeley Law School, Brigham Young University School of Law. E’ stato Editor in Chief della University College London Human Rights Law Review ed è membro della redazione dei Quaderni di diritto e politica ecclesiastica del Mulino. Ha pubblicato saggi scientifici su varie riviste fra cui: Ecclesiastical Law Journal, George Washington International Law Review, University College London Human Rights Law Review, Studi e Note di Economia, Droit et Religions.

2 Responses to “E se sul Sud avessero ragione i vescovi?”

  1. Giovanni Guzzetta ha detto:

    Quello che è certo è che “gli uomini e le donne del sud non possono attendere da altri ciò che dipende (anche) da loro” (p. 2). …esatto… È il momento di scegliere e osare! Rompendo l’equilibrio dello scambio rassicurante che, in realtà, si chiama declino e prepara ulteriore marginalità.

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