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Un pentito è affidabile solo se il magistrato è responsabile

– Uno dei principi fondamentali, forse il più importante, cui si informa l’ordinamento giuridico italiano è quello che concerne l’eguaglianza, tanto formale quanto sostanziale, dei rispettivi consociati. La rilevanza così ampia e notevole di tale principio dovrebbe indurre tutti, nessuno escluso, ad invocare l’applicazione diuturna ed ininterrotta di esso.

Invece, purtroppo, in Italia non avviene esattamente questo. Dalle nostre parti, infatti, si tollera ancora che i pubblici dipendenti appartenenti all’ordine magistratuale e titolari di potestà giurisdizionali sfuggano a qualsivoglia forma di responsabilità diretta in ordine ai danni derivanti dal cattivo esercizio del proprio munus, quando viziato da grave imperizia, imprudenza e colpa nell’adempimento dei doveri che l’esercizio del potere giurisdizionale pone a carico della magistratura requirente e giudicante.

L’urgenza della responsabilizzazione dei magistrati è assolutamente reale ed immanente sia per migliorare l’equità che l’efficienza del sistema-giustizia. Ad abundantiam – e, quindi, senza che se ne avvertisse il bisogno – lo ha dimostrato un recente accadimento.

Esso afferisce alla proposta, lanciata dal senatore del Popolo della Libertà Giuseppe Valentino e non tanto troppo apprezzata dal Guardasigilli Alfano, di regolamentare rigidamente i criteri di attendibilità dei collaboratori di giustizia in funzione dell’ammissibilità delle di costoro rivelazioni.

Giusto per essere chiari e non lasciare adito ad equivoci, non è arduo affermare che, in un sistema giuridico perfetto, la regimentalizzazione teorizzata da Valentino sarebbe da qualificare come un’autentica boutade. In un sistema giuridico perfetto, in accordo alle argomentazioni espresse di recente (in contesti differenti) da Ennio Fortuna (in un editoriale pubblicato su “Italia Oggi” lo scorso 12 febbraio) e Nicola Gratteri (in una puntata del programma televisivo “Che tempo che fa”), basterebbe affidarsi allo scrupolo dei magistrati chiamati ad interrogare i collaboratori di giustizia ed a valutarne – autosufficientemente – le esternazioni. Ma come è possibile fidarsi ciecamente di chi sia consapevole di poter errare de facto impunemente?

Sia chiaro, non sono in discussione (anzi, sono con ferma ed inossidabile convinzione affermate) l’onestà e la buona fede dei magistrati, ma solo il loro zelo professionale.

Allora, la proposta dell’ex sottosegretario alla Giustizia non è per niente oscena. Prima di affermare frettolosamente che la modifica normativa ad essa sottesa non rientra nei programmi del Governo, il buon Alfano avrebbe dovuto ragionare in termini prospettici di non lieve respiro.

Pacifico è che la verosimile fondatezza sommaria del semplice addebito di un fatto criminoso a chicchessia discende ineludibilmente dalla credibilità di chi quell’addebito abbia formulato ovvero di chi lo abbia formalmente preso in considerazione. E ciascun dichiarante e collaborante è tanto più credibile quanto più sarà serio il riscontro dell’addebito formulato e severa sia la sanzione per gli errori commessi da chi è, per legge, chiamato a questa delicata verifica.

Una sola laconica conclusione: la responsabilizzazione dei magistrati è un’urgenza improcrastinabile.


Autore: Mario Tocci

Nato nel 1979, è avvocato in Cosenza. Autore di pubblicazioni di carattere giuridico, è dottore di ricerca in “Impresa, Stato e Mercato” presso l’Università Statale degli Studi della Calabria e già membro del Consiglio Esecutivo Nazionale dell’Associazione degli Avvocati Giusconsumeristi Italiani.

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