Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita

Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita
di Carmelo Palma, da Il Secolo d’Italia del 24 febbraio 2010
E’ comprensibile che la discussione della legge sul fine vita finisca risucchiata dalle polemiche sull’eutanasia. Ed è fisiologico che quanti si attestano sulle posizioni più radicali, sia sul fronte della difesa della vita, sia su quello dell’autodeterminazione, preferiscano mischiare le carte, visto che il manicheismo logico consolida e giustifica l’oltranzismo ideologico e ruba spazio a quanti cercano soluzioni politiche mediane.
E’ quindi prevedibile che nella discussione della legge sul fine vita entri anche il caso del giornalista del BBC Ray Gosling, arrestato dopo avere confessato di avere “fatto morire” il proprio compagno, malato terminale di Aids, e accusato di assistenza al suicidio, reato per cui è prevista in Gran Bretagna una pena fino a 14 anni di reclusione.
Che tra il “fare morire” e il “lasciare morire” esistano, nella sensibilità comune, differenze sottili lo dimostrano i casi concreti, di cui chiunque può dire di essere stato personalmente testimone. La preghiera rivolta ai medici affinché un malato terminale “smetta di soffrire” comprende, di fatto, sia la richiesta esplicita di rinunciare ad ogni forma di accanimento, sia quella implicita di considerare la morte stessa come alternativa preferibile ad una sofferenza intollerabile.
Nel sentimento comune e prevalente  il termine “eutanasia” ha ben poco di tecnico, ma ancora molto del suo significato originario, come cura del buon morire e “non abbandono” al dolore dei morenti. Nella discussione bioetica e biogiuridica l’eutanasia non può però essere evocata o invocata a sproposito. In termini propri l’eutanasia – sia attiva, sia passiva – è qualificata dal fatto che la morte del paziente costituisce il fine intenzionale e non la conseguenza dell’atto e dell’omissione di cui i medici e i familiari si rendono responsabili.
Questo punto fermo, che trova un ampio riscontro nella regolamentazione deontologica, è tutto fuorché compromissorio o ipocrita. E non è affatto vero che consolidare il principio della libertà di cura, come sostengono autorevoli esponenti dell’esecutivo, sia un modo surrettizio per aprire all’eutanasia, anche perché in tal caso dovrebbe essere definito eutanasico lo stesso Codice di deontologia medica. Il dottor Riccio non ha “fatto l’eutanasia a Welby”, ma ha interrotto un trattamento che assicurava la sopravvivenza del paziente, perché questi aveva revocato il proprio consenso ad esso. I confini tra l’eutanasia passiva volontaria e l’interruzione o la non attivazione di un trattamento sanitario “forzoso” (in contrasto con la volontà dell’interessato) sono obiettivamente labili in termini di fatto, ma sono solidi sul piano del diritto, visto che in un caso i medici perseguono il fine della morte del paziente, mentre nel secondo ne accettano e riconoscono la titolarità sulle cure, anche senza condividere il senso della sua decisione.
Come ha scritto con chiarezza Stefano Semplici, che è uno dei bioeticisti cattolici più attenti ad impedire che la discussione della legge sul fine vita finisca nella palude degli opposti estremismi, “ il riconoscimento da parte di tutti del paradigma del consenso informato ha messo definitivamente fuori corso un’altra logora polarizzazione, quella di disponibilità e indisponibilità della vita. Accettare che non si può imporre per legge un trattamento sanitario ad una persona che non lo vuole, anche se si tratta di un trattamento assolutamente ordinario e proporzionato, significa accettare che il limite dell’intervento di altri sul mio corpo, fosse pure a fin di bene, è appunto nella mia disponibilità.” Nel suo intervento pubblicato su Benecomune.net, magazine on line delle Acli, così ha spiegato perché sia insensata una pregiudiziale chiusura alle volontà del paziente, anche sui temi sensibili dell’idratazione e alimentazione artificiale: “Resta, quando si tratta non dell’espressione di una volontà attuale ma di una dichiarazione ‘ora per allora’, la necessità di una riflessione molto attenta e tendenzialmente cauta sui limiti entro i quali una legge potrà chiedere ad un medico di rispettare tale volontà, anziché fare il suo dovere. È una questione ovviamente di grande importanza. Ma è un’altra questione. Anche quando il confronto si stringe sul tema dell’alimentazione e dell’idratazione. Il Codice di deontologia approvato nel dicembre del 2006 già vieta senza equivoci al medico di ‘assumere iniziative costrittive’ o di collaborare ‘a manovre coattive di nutrizione artificiale’ nei confronti di una persona che, debitamente informata sulle conseguenze della sua decisione, comunque rifiuta volontariamente di nutrirsi. Questa semplice operazione di pulizia metodologica potrebbe allentare contrapposizioni artificiose e ridurre gli spazi dell’uso politicamente strumentale di questioni tanto delicate. Ci aiuterebbe soprattutto a superare l’equivoco che si stia parlando di eutanasia.”
Il legislatore ha invece finora scelto di coltivare questo equivoco e di farne la pietra angolare della nuova costruzione normativa sul fine vita. Così, proprio per evitare la deriva eutanasica del principio della libertà di cura, la legge in discussione alla Camera arriva a stabilire che la volontà espressa da chi sia divenuto nel frattempo incapace non è “niente” e che la sua persona non è più “nessuno”. Peraltro, l’interpretazione assolutistica del principio della indisponibilità della vita umana, oltre a pregiudicare una disciplina ragionevole sul fine vita, porta disordine anche dove esisteva, sul piano normativo, un ordine bioetico riconosciuto, ponendo in dubbio la possibilità di interrompere trattamenti “salvavita” come la ventilazione artificiale, anche quando a rifiutarli sono pazienti perfettamente capaci e consapevoli delle conseguenze della  loro richiesta. Il caso del malato di Sla Paolo Ravasin, documentato nei giorni scorsi da Current TV, è da questo punto di vista esemplare.
Eppure, il problema della rilevanza del cosiddette direttive anticipate e della loro tipizzazione giuridica non si è storicamente imposto per una congiura eutanasica, ma perché i progressi della scienza biomedica hanno reso, anche in questo, possibile l’impossibile, attraverso una surrogazione meccanica delle funzioni vitali che può “cronicizzare” il fine vita di pazienti destinati a una morte imminente. Che lo stato terminale possa essere una condizione clinica “stabilizzata” e che la vita biologica del corpo possa sopravvivere per lustri alla fine di ogni vita propriamente personale, è esperienza che ha storicamente mutato tanto la percezione della malattia, quanto quella della cura.
La riflessione bio-etica è attraversata dai dilemmi connessi a questa nuova esperienza e non hanno senso una biopolitica e un biodiritto che arrivino a liquidare con sufficienza la preoccupazione di quanti esigono che i pazienti incapaci rimangano soggetti e non meri oggetti di cura. Il problema del limite all’intervento terapeutico, in particolare nelle fasi terminali dell’esistenza, è peraltro profondamente avvertito anche in culture legate ad una concezione dignitaria della vita.
Da questo punto di vista, il problema di una disciplina ragionevole del fine vita, che metta ciascuno in condizione di riappropriarsene o di non esserne completamente espropriato, non si è imposto solo seguendo la logica strettamente “autodeterministica” che porta, coerentemente, a posizioni eutanasiche. Si è imposto con altrettanta forza in quella parte del mondo cattolico, che deriva il proprio sospetto dal rischio di una deriva scientista, in grado di modificare radicalmente i confini naturali della vita e della morte e di fare coincidere il processo della vita – nel suo contenuto autenticamente antropologico – con l’evoluzione delle tecnologie bio-mediche.  D’altra parte, in termini dottrinari, è assai più cattolica che laicista l’idea che la vita “forzata” e quella sorta di immortalità surrogata, resa possibile dalle tecniche di rianimazione,  rappresentino un oltraggio e non un servizio alla natura e alla persona umana.
Il sostegno militante dei vertici della Cei e della Segreteria di stato ad una legge sul fine vita come quella approvata dal Senato non rendono culturalmente meno cattoliche le preoccupazioni di segno opposto, come quelle di Giovanni Reale, di Vittorio Possenti e delle decine di bioeticisti e giuristi che, in diverse forme, sono pubblicamente intervenuti per esprimere posizioni che solo una pubblicistica sciatta o una politica troppo disinvolta può definire “contro la Chiesa”.

– di Carmelo Palma da Il Secolo d’Italia del 24 febbraio 2010 –

E’ comprensibile che la discussione della legge sul fine vita finisca risucchiata dalle polemiche sull’eutanasia. Ed è fisiologico che quanti si attestano sulle posizioni più radicali, sia sul fronte della difesa della vita, sia su quello dell’autodeterminazione, preferiscano mischiare le carte, visto che il manicheismo logico consolida e giustifica l’oltranzismo ideologico e ruba spazio a quanti cercano soluzioni politiche mediane.

E’ quindi prevedibile che nella discussione della legge sul fine vita entri anche il caso del giornalista del BBC Ray Gosling, arrestato dopo avere confessato di avere “fatto morire” il proprio compagno, malato terminale di Aids, e accusato di assistenza al suicidio, reato per cui è prevista in Gran Bretagna una pena fino a 14 anni di reclusione.

Che tra il “fare morire” e il “lasciare morire” esistano, nella sensibilità comune, differenze sottili lo dimostrano i casi concreti, di cui chiunque può dire di essere stato personalmente testimone. La preghiera rivolta ai medici affinché un malato terminale “smetta di soffrire” comprende, di fatto, sia la richiesta esplicita di rinunciare ad ogni forma di accanimento, sia quella implicita di considerare la morte stessa come alternativa preferibile ad una sofferenza intollerabile.

Nel sentimento comune e prevalente  il termine “eutanasia” ha ben poco di tecnico, ma ancora molto del suo significato originario, come cura del buon morire e “non abbandono” al dolore dei morenti. Nella discussione bioetica e biogiuridica l’eutanasia non può però essere evocata o invocata a sproposito. In termini propri l’eutanasia – sia attiva, sia passiva – è qualificata dal fatto che la morte del paziente costituisce il fine intenzionale e non la conseguenza dell’atto e dell’omissione di cui i medici e i familiari si rendono responsabili.

Questo punto fermo, che trova un ampio riscontro nella regolamentazione deontologica, è tutto fuorché compromissorio o ipocrita. E non è affatto vero che consolidare il principio della libertà di cura, come sostengono autorevoli esponenti dell’esecutivo, sia un modo surrettizio per aprire all’eutanasia, anche perché in tal caso dovrebbe essere definito eutanasico lo stesso Codice di deontologia medica. Il dottor Riccio non ha “fatto l’eutanasia a Welby”, ma ha interrotto un trattamento che assicurava la sopravvivenza del paziente, perché questi aveva revocato il proprio consenso ad esso. I confini tra l’eutanasia passiva volontaria e l’interruzione o la non attivazione di un trattamento sanitario “forzoso” (in contrasto con la volontà dell’interessato) sono obiettivamente labili in termini di fatto, ma sono solidi sul piano del diritto, visto che in un caso i medici perseguono il fine della morte del paziente, mentre nel secondo ne accettano e riconoscono la titolarità sulle cure, anche senza condividere il senso della sua decisione.

Come ha scritto con chiarezza Stefano Semplici, che è uno dei bioeticisti cattolici più attenti ad impedire che la discussione della legge sul fine vita finisca nella palude degli opposti estremismi,

“ il riconoscimento da parte di tutti del paradigma del consenso informato ha messo definitivamente fuori corso un’altra logora polarizzazione, quella di disponibilità e indisponibilità della vita. Accettare che non si può imporre per legge un trattamento sanitario ad una persona che non lo vuole, anche se si tratta di un trattamento assolutamente ordinario e proporzionato, significa accettare che il limite dell’intervento di altri sul mio corpo, fosse pure a fin di bene, è appunto nella mia disponibilità.”

Nel suo intervento pubblicato su Benecomune.net, magazine on line delle Acli, così ha spiegato perché sia insensata una pregiudiziale chiusura alle volontà del paziente, anche sui temi sensibili dell’idratazione e alimentazione artificiale:

“Resta, quando si tratta non dell’espressione di una volontà attuale ma di una dichiarazione ‘ora per allora’, la necessità di una riflessione molto attenta e tendenzialmente cauta sui limiti entro i quali una legge potrà chiedere ad un medico di rispettare tale volontà, anziché fare il suo dovere. È una questione ovviamente di grande importanza. Ma è un’altra questione. Anche quando il confronto si stringe sul tema dell’alimentazione e dell’idratazione. Il Codice di deontologia approvato nel dicembre del 2006 già vieta senza equivoci al medico di ‘assumere iniziative costrittive’ o di collaborare ‘a manovre coattive di nutrizione artificiale’ nei confronti di una persona che, debitamente informata sulle conseguenze della sua decisione, comunque rifiuta volontariamente di nutrirsi. Questa semplice operazione di pulizia metodologica potrebbe allentare contrapposizioni artificiose e ridurre gli spazi dell’uso politicamente strumentale di questioni tanto delicate. Ci aiuterebbe soprattutto a superare l’equivoco che si stia parlando di eutanasia.”

Il legislatore ha invece finora scelto di coltivare questo equivoco e di farne la pietra angolare della nuova costruzione normativa sul fine vita. Così, proprio per evitare la deriva eutanasica del principio della libertà di cura, la legge in discussione alla Camera arriva a stabilire che la volontà espressa da chi sia divenuto nel frattempo incapace non è “niente” e che la sua persona non è più “nessuno”. Peraltro, l’interpretazione assolutistica del principio della indisponibilità della vita umana, oltre a pregiudicare una disciplina ragionevole sul fine vita, porta disordine anche dove esisteva, sul piano normativo, un ordine bioetico riconosciuto, ponendo in dubbio la possibilità di interrompere trattamenti “salvavita” come la ventilazione artificiale, anche quando a rifiutarli sono pazienti perfettamente capaci e consapevoli delle conseguenze della  loro richiesta. Il caso del malato di Sla Paolo Ravasin, documentato nei giorni scorsi da Current TV, è da questo punto di vista esemplare.

Eppure, il problema della rilevanza del cosiddette direttive anticipate e della loro tipizzazione giuridica non si è storicamente imposto per una congiura eutanasica, ma perché i progressi della scienza biomedica hanno reso, anche in questo, possibile l’impossibile, attraverso una surrogazione meccanica delle funzioni vitali che può “cronicizzare” il fine vita di pazienti destinati a una morte imminente. Che lo stato terminale possa essere una condizione clinica “stabilizzata” e che la vita biologica del corpo possa sopravvivere per lustri alla fine di ogni vita propriamente personale, è esperienza che ha storicamente mutato tanto la percezione della malattia, quanto quella della cura.

La riflessione bio-etica è attraversata dai dilemmi connessi a questa nuova esperienza e non hanno senso una biopolitica e un biodiritto che arrivino a liquidare con sufficienza la preoccupazione di quanti esigono che i pazienti incapaci rimangano soggetti e non meri oggetti di cura. Il problema del limite all’intervento terapeutico, in particolare nelle fasi terminali dell’esistenza, è peraltro profondamente avvertito anche in culture legate ad una concezione dignitaria della vita.

Da questo punto di vista, il problema di una disciplina ragionevole del fine vita, che metta ciascuno in condizione di riappropriarsene o di non esserne completamente espropriato, non si è imposto solo seguendo la logica strettamente “autodeterministica” che porta, coerentemente, a posizioni eutanasiche. Si è imposto con altrettanta forza in quella parte del mondo cattolico, che deriva il proprio sospetto dal rischio di una deriva scientista, in grado di modificare radicalmente i confini naturali della vita e della morte e di fare coincidere il processo della vita – nel suo contenuto autenticamente antropologico – con l’evoluzione delle tecnologie bio-mediche.  D’altra parte, in termini dottrinari, è assai più cattolica che laicista l’idea che la vita “forzata” e quella sorta di immortalità surrogata, resa possibile dalle tecniche di rianimazione,  rappresentino un oltraggio e non un servizio alla natura e alla persona umana.

Il sostegno militante dei vertici della Cei e della Segreteria di stato ad una legge sul fine vita come quella approvata dal Senato non rendono culturalmente meno cattoliche le preoccupazioni di segno opposto, come quelle di Giovanni Reale, di Vittorio Possenti e delle decine di bioeticisti e giuristi che, in diverse forme, sono pubblicamente intervenuti per esprimere posizioni che solo una pubblicistica sciatta o una politica troppo disinvolta può definire “contro la Chiesa”.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Tutti i dubbi dei cattolici sul fine vita”

  1. Marianna Mascioletti scrive:

    Ecco, soprattutto sul penultimo paragrafo potrei proprio mettere la firma. Nel senso, tu sei medico? Bene. Sei cattolico? Bene. Mi rifiuti l’eutanasia “attiva” perché non possiamo essere né io né tu a stabilire quando la mia vita debba finire? Ci posso ancora stare.

    Ma allora, secondo lo stesso principio, non dovresti a maggior ragione, tanto più di fronte ad una mia esplicita volontà, rifiutare anche di sottopormi ad un trattamento che quella vita la prolunga artificialmente?

  2. Euro Perozzi scrive:

    ….bene, eppure la sensazione che comunque qualsiasi cosa succeda, fatte salve regole deontologiche personali di ogni professionista coinvolto, io come paziente o come amico/compagno/parente di un paziente preferirei una responsabilità personale non regolata da nuove leggi, che resti nel privato. Dove il confine di ciò che è regolato dallo stato e ciò che resta nel privato sia ancora qualcosa di “flessibile” di cui ognuno possa rispondere alla propria coscienza o a dio per chi lo ha. Forse anche questo ci permetterà alla FINE di considerarci “speciali” non semplicemente di essere passati di qua e aver regolatmente timbrato il cartellino come tutti.

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