Le certificazioni di qualità: che pizza!

– Sarò uno snob senza speranza, oppure conosco il mondo agricolo quel tanto che basta, ma quando vedo un prodotto certificato cerco di tenermi alla larga. Bollini di qualità, consorzi di tutela, per non parlare di Doc, Docg e Dop svolgono la stessa funzione, nel variegato universo dell’agroalimentare, che svolgono gli ordini professionali nel mondo delle professioni: tutelare l’esistente e alzare barriere verso ciò che è nuovo. E quando parlo di esistente non mi riferisco solo alla qualità, anzi, la qualità c’entra poco o niente.

I prodotti di qualità, soprattutto quando vengono immessi sul mercato a prezzi concorrenziali, non hanno bisogno di particolari tutele. Una regoletta antica quanto banale vuole che ad avere bisogno di tutela è ciò che è più debole. Nel mercato, ciò che è di qualità peggiore, e più costoso. Ed è a questo compito che si dedicano, con profusione di denaro dei contribuenti, le tante strutture preposte alla certificazione di qualità.

Oggi ogni borgo, grande o piccino, ha tirato fuori dal cilindro il proprio prodotto tipico. Vengono istituiti consorzi, vengono versati contributi agli agricoltori che investono nelle colture tipiche, attraverso L’Unione Europea, le regioni, le comunità montane e via discorrendo. E così, mentre una volta esisteva un Made in Italy agroalimentare di qualità, che spopolava nel mondo anche senza bollini e certificazioni, oggi nello stesso calderone del lardo di Colonnata, del formaggio di Fossa o dell’aceto balsamico di Modena troviamo, tanto per dirne una, il “farro del pungolo” di Acquapendente, prodotto tipico che nessuno ad Acquapendente ricorda, neanche i più anziani, dato che è stato creato ad hoc anni fa per non perdere un treno di finanziamenti che la locale comunità montana aveva messo a disposizione dei comuni membri.

Non credo che occorra molto per capire chi si è avvantaggiato di una situazione simile, se il “farro del pungolo” o il lardo di Colonnata, e a spese di chi. L’agroalimentare italiano di qualità è un settore sempre più inflazionato, e il paradosso è che ora sono i prodotti che non avrebbero bisogno di nessun riconoscimento ad inseguire gli altri, come dimostra il recente caso della pizza STG (Specialità Tradizionale Garantita). Ma garantita da chi? Non è sufficiente assaggiare un prodotto per capire se è buono o meno? O ci sentiamo davvero più tutelati sapendo che paghiamo un burocrate per scrivere “pizza buona” su una vetrina? Quando pagheremo un ulteriore sovrapprezzo per quella pizza (prodotto certificato = prodotto più caro) saremo soddisfatti? Ma la pizza non si è diffusa in tutto il mondo, diventando il simbolo più popolare del made in italy, a prescindere dalle certificazioni, anzi proprio perché è incertificabile, essendo un prodotto fondato sulla creatività e l’estro di chi la prepara?

Come avevo già scritto, sarebbe sufficiente osservare la diffusione dei vini californiani per rendersi conto che i consumatori cercano, da sempre, le stesse cose, prodotti di qualità a costi accessibili, e non denominazioni d’origine. E il paradosso è che proprio dall’agroalimentare italiano, che si è diffuso nel mondo sulla base di questi principi, arrivano le risposte più pateticamente protezionistiche.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

9 Responses to “Le certificazioni di qualità: che pizza!”

  1. gobettiano ha detto:

    Quata roba si chiama cotrollo politico-clientelare sull’agricoltura assoiato al clientelismo della creazione di enti, consorzi, associazioni che assumono e vengono finanziate con danaro pubblico. La barelletta della pizza STG o del McItaly sono di uno squallore che segnala anche per questa via il declino intellettuale del paese e la sua resa alla pochezza culturale e politica.

  2. alepuzio ha detto:

    Ciao,
    da quello che so io il controllo di qualità serve anche per quantomeno ridurre il problema delle falsificazioni.

    Se tu coltivi un prodotto particolare (o semplicemente fai agricoltura biologica) ed io coltivo un prodotto diverso ma simile al tuo (per il consumatore medio) ma lo vendo come se fosse dello stesso tipo del tuo,tu avresti un danno o no?
    Se si ed essendo la certificazione di qualità una “truffa” (passami il termine) quale potrebbe essere una soluzione?

    Buona giornata

  3. Giordano Masini ha detto:

    @Alepuzio
    Il problema nasce nell’abuso di uno strumento di per sé legittimo. E’ ovvio che non posso scrivere “Chianti” su una bottiglia di vino prodotto in Puglia, e per questo è più che legittimo che i produttori si associno per tutelare la denominazione d’origine dei loro prodotti. Ed è comprensibile che sia dia validità giuridica ai marchi.
    Ma quando le denominazioni d’origine ricoprono pressocché tutto il territorio nazionale, sorge il sospetto che si stia usando lo stesso strumento per creare un valore aggiunto per dei prodotti che non ne avrebbero titolo. Se poi a questo aggiungiamo la quantità di risorse pubbliche che a questo scopo vengono distribuite a pioggia nei Piani di Sviluppo Rurale delle regioni, il quadro è ancora più desolante. Se gli incentivi e i contributi cessano di essere uno strumento per lanciare o rilanciare un settore che poi dovrebbe reggersi sulle sue gambe, per diventare invece la principale e insostituibile fonte di sostentamento per l’agricoltura, è chiaro che qualcosa non va, e che il sistema non può reggere all’infinito. La cosiddetta “qualità” non è altro che l’alibi usato per dare una parvenza di legittimità etica ad un uso sbagliato delle risorse pubbliche. Un po’ come per gli aiuti al settore dell’auto che vengono chiamati “ecoincentivi”…

  4. alepuzio ha detto:

    Se fai un discorso di pessima attuazione di politiche dall’abolito e risorto Ministero dell’Agricoltura allora concordo ;)
    Scusa, pensavo facessi un discorso più generale.

    Ciao

  5. Giordano Masini ha detto:

    Non è solo un problema di “pessima attuazione”. Il discorso che faccio è, effettivamente, più generale, e riguarda scelte politiche sbagliate e fallimentari per l’agricoltura, oltre che ipocrite e costose per i consumatori.

  6. Giulio Becattini ha detto:

    No, non può parlare male dei marchi di riconoscimento e poi dire che è un discorso sulla mala politica agricola che s’è fatta perché quest’ultima è una cosa che perdura da anni mentre la politica di salvaguardia e dei marchi di riconoscimento sono una cosa che esiste da pochi anni ed è la più giusta a mio modo di vedere. È un discorso non solo di tutela di prodotto, anche di promozione infatti come farebbero i piccoli produttori a promuoversi non solo nei supermercati dei loro piccoli borghi ma anche a livello internazionale?
    Per quanto riguarda il biologico invece il discorso è differente. Il marchio dovrebbe garantire non solo un prodotto sano (è chiaro che un prodotto che cresce la metà rispetto a quando è pompato tra sostanze chimiche e velenose è più salubre per la natura e per il consumatore), ma anche un modo di produrre differente dal passato recente a volte anche una politica o una sperimentazione di nuove tecniche o di vecchie che avevamo smarrito. Insomma un campo di ricerca verso pratiche diverse.
    Abbiamo abbandonato i contadini per farli emigrare nella classe operaia e nelle città tutto a vantaggio dei sindacati, della sinistra e della DC che si faceva bella su veloci guadagni delle industrie. In mancanza di una politica lungimirante abbiamo affidato anche l’agricoltura ad una cultura industriale rovinando ulteriormente il nostro prodotto nazionale migliore qualità del cibo, del paesaggio, dei sapori, delle tradizioni dei piccoli borghi.
    Conosce oggi una politica migliore per risvegliare attorno a questi aspetti attenzione e investimenti? Abbattere prezzi per essere più competitivi? Ma se tutti sanno che l’anima del commercio è la promozione.

  7. Giovanni ha detto:

    Provo a riformulare e ad aggiungere a quanto detto da Giordano.

    Il problema non è la denominazione d’origine in se. Essa infatti sul piano giuridico non è altro che un marchio collettivo. Cioè un qualcosa che potresti ottenere molto velocemente andando a registrare nella più vicina camera di commercio. Il Parmiggiano Reggiano prima di essere una DOP era semplicemente un marchio collettivo registrato.

    Il guaio arriva quando la Denominazione viene strumentalizzata politicamente. Allora incominciano a spuntare DOP e IGP su base provinciale (stessa base dei partiti politici) abusando di uno strumento che altrimenti sarebbe utilissimo quanto il brevetto per le invenzioni. Perchè succede questo. Per i fondi.

    Giovanni

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