La disastrosa performance della terna arbitrale norvegese in Bayern Monaco-Fiorentina ha fatto emergere il timore che l’Italia perda il diritto di poter schierare quattro squadre in Champions League, a vantaggio proprio Bundesliga tedesca: nel ranking Uefa dei campionati nazionali, infatti, la Serie A rischia seriamente di essere sopravanzata al terzo posto dal torneo tedesco. E’ un’ipotesi che si realizzerebbe in caso di eliminazione simultanea agli ottavi di Fiorentina, Milan e Inter e di contestuale qualificazione di Bayern Monaco e Stoccarda, ma che può ancora essere evitata anche grazie alle prestazioni delle squadre italiane in Europa League.

L’esibizione dell’arbitro Ovrebo potrebbe incidere non poco (il passaggio del turno della Fiorentina o del Bayern vale 0,62 punti di ranking, mentre Italia e Germania sono distanziate solo di 2 punti complessivi), ma il rischio di declassamento dell’Italia ha natura più strutturale: il calcio italiano è in declino, incapace ormai da un decennio di competere ad armi pari con i “sistemi-calcio” inglese e spagnolo.

Se il fatturato complessivo della Premier League era sostanzialmente allineato a quello della Serie A nel 1999/2000, oggi vale circa il doppio del campionato italiano. Ci sono sicuramente ragioni di arretratezza nella gestione manageriale del business calcio, ma anche nell’economia del calcio – come nell’intera economia nazionale – si pagano i costi delle mancate riforme normative. L’incapacità di aggredire e risolvere la piaga delle tifoserie violente e politicizzate, un parco-stadi fatiscente, sovradimensionato e poco user-friendly (perché non privatizzarlo?), una normativa fiscale poco attraente per le stelle internazionali, la scarsa attenzione nella lotta alla contraffazione del merchandising: la decadenza del calcio italiano muove da qui.