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La politica e le automobili, tra incentivi e demonizzazione

– Nei giorni scorsi abbiamo avuto modo di salutare con molto favore la decisione del governo di non rinnovare gli incentivi rottamazione per il 2010.
Non è chiaro peraltro se questa scelta sia frutto di una riflessione politica indipendente dell’attuale maggioranza o se sia stata almeno in parte indotta dalle scelte aziendali di Fiat, interessata forse in questa fase ad indebolire la relazione di “do ut des” con lo Stato italiano per poter poi perseguire con maggiore libertà obiettivi di rifocalizzazione sui mercati esteri.
Di certo in questi anni i governi, tanto di centro-destra quanto di centro-sinistra, hanno ritenuto che il sostegno pubblico al mercato dell’auto fosse strategico per l’economia del paese – una difesa di posti di lavoro ed un volano di sviluppo – ed è difficile ipotizzare che iniziative assistenziali in tal senso non siano riproposte in futuro, considerando che anche altri governi europei sono di manica larga nel sostegno alle marche domestiche.

Al contrario di altri settori, quello automobilistico gode di importante visibilità e di una rappresentanza confindustriale e sindacale ben organizzata. Questo fa sì che per qualsiasi governo risulti particolarmente conveniente puntare sul successo di tale ambito di mercato.
L’effetto mediatico è chiaro. Se va bene il settore automobilistico apparentemente vincono tutti: governo, imprenditori e lavoratori.
Tuttavia, come spiega Diego Menegon su queste stesse colonne l’intervento politico non è mai win-win.
Evidentemente gli incentivi rappresentano uno storno di denaro pubblico che è sottratto alle tasche dei contribuenti e – in definitiva – agli altri settori. Ma al di là di questo costo diretto degli incentivi, esiste anche un secondo costo troppo spesso sottovalutato. Infatti se si inducono gli italiani ad anticipare il momento dell’acquisto dell’auto (“perché ora ci sono gli incentivi e non ci si deve lasciare scappare l’affare”), li si induce ad immobilizzare una quantità di denaro importante, molto spesso superiore ad uno stipendio annuale.
Nel bilancio di una famiglia italiana media, in effetti, l’automobile incide così tanto che la scelta di prolungare di alcuni anni il ciclo di vita di quella attualmente posseduta o addirittura, nei casi in cui è praticabile, di dismetterla del tutto, può comportare – rispetto all’acquisto di una nuova macchina – un “guadagno” anche di 2-3 mila euro su base annuale. Tanto per fare qualche confronto, l’aumento medio annuo del nuovo contratto dei metalmeccanici è di 364 euro e la soppressione dell’ICI sulla prima casa fa risparmiare 150-200 euro.
Evidentemente il rinvio dell’acquisto dell’auto lascia molti soldi liquidi nelle tasche delle famiglie che possono ridirigerli su altri settori, ad esempio comprando altri bene o servizi, pagando un mutuo o semplicemente investendoli presso la propria banca.

Indurre gli italiani a orientarsi verso una spesa così importante significa inevitabilmente colpire significativamente il loro potere di acquisto su tutti gli altri fronti.
E non c’è alcuna ragione per cui fare le vacanze al mare, abbonarsi a Sky, farsi una visita medica di controllo a pagamento o tenere la propria ricchezza investita in titoli debbano essere considerate scelte meno meritevoli (o con ricadute meno positive sull’economia nazionale) rispetto allo staccare un assegno da venti mila euro per il concessionario Fiat. Tuttavia, quando così di frequente si sente parlare della necessità di aiuti all’automobile, non si può non ricordare che al tempo stesso la politica ama portare avanti in modo totalmente parallelo una sua “guerra alle automobili”.

Un po’ da sempre, in effetti, il trasporto individuale è messo in croce. In primo luogo è la sinistra politica e culturale a lanciarsi nella crociata contro le macchine, ma anche alcuni politici di centro-destra, specie a livello locale, non mancano di dare manforte. Le ragioni sono oramai ben note.
Innanzitutto quelle ambientaliste, legate cioè a considerazioni – più o meno credibili o più o meno demagogiche – sull’impatto ecologico delle autovetture. E’ proprio di questi giorni, ad esempio, la proposta di “chiudere il Nord alle auto” avanzata, su base bipartisan, da molti sindaci dell’Italia settentrionale.
Poi ci sono le considerazioni di carattere socioculturale, che vedono l’automobile come il simbolo di uno stile di vita frenetico, individualista e intrinsecamente antisocializzante – agli antipodi, in pratica, rispetto ai princìpi della filosofia “slow”.
Da questo punto di vista gli oppositori “morali” dell’auto non mancano di considerarla anche come un oggetto classista, in quanto il modello di autovettura posseduta può rappresentare un indice visibile (e secondo qualcuno sgradevolmente vistoso) del tenore di vita di una persona. L’avversione diffusa nei confronti dei SUV sottende, del resto, in gran parte questo tipo di visione.

Com’è possibile allora che gli ambienti politici ed intellettuali che da sempre si battono per “meno macchine”, poi siano i primi a strapparsi i capelli quando emerga una crisi del mercato dell’auto?
Purtroppo nello strano “modello sociale italiano” sembra non suscitare scandalo che ci si lagni i giorni pari delle automobili – troppe e troppo potenti – ed i giorni dispari del calo di vendite delle vetture degli Agnelli.
Difficile, obiettivamente, trovare una quadra. Forse l’ideale di bravo cittadino patriottico che i politici si sono fatti in questo paese è quella di un qualcuno che si svena per comprarsi due o tre auto (tutte possibilmente di marca italiana) e poi le lascia ferme in garage.

Di fronte alle paradossali conclusioni dello statalismo applicato alle quattro ruote, sarà importante che il governo resista ai condizionamenti che continueranno di certo a venire da un settore così potente. Malgrado l’indubbia rilevanza dell’industria dell’auto in Italia, non è pensabile attribuirle uno status di sacralità che non riconosciamo invece ad altre realtà economiche altrettanto importanti.

PS Chi scrive non ha mai aderito al pregiudizio contro il trasporto individuale, in nessuna delle sue forme e crede che le auto abbiano svolto e svolgano una funzione fondamentale per la nostra economia e per la nostra società. Tuttavia il mercato pare oggi in grado di assorbire un numero minore di automobili. E va riconosciuto che la decisione di tante famiglie italiane di ritardare l’acquisto di un’autovettura, soprattutto in un momenti di crisi, è una decisione di buon senso – che non va contrastata per via politica. Se gli italiani preferiscono non cambiare la macchina è perché ritengono che, in questo momento di crisi, ci siano modi più utili e più urgenti di servirsi di quegli stessi soldi. Alzi la mano chi si sente di poterli smentire.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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