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Immigrazione e cittadinanza. Per una volta, buone notizie dalla Grecia

– Il sito di analisi economiche e demografiche “A Fistful of Eurossegnala che il governo greco, oltre a tentare di gestire la crisi fiscale, intende introdurre una nuova legge sull’immigrazione, i cui termini sono interessanti anche per il nostro paese. In particolare, la nuova legge greca consentirebbe ai figli di immigrati di richiedere la cittadinanza, sotto la duplice condizione che i genitori abbiano vissuto legalmente in Grecia per almeno dieci anni e il figlio abbia almeno tre anni di frequenza scolastica. Secondo le stime, circa 250.000 tra bambini e giovani figli di immigrati potrebbero acquisire per questa via la cittadinanza greca.

Questa rappresenterebbe una autentica rivoluzione per gli standard greci, un paese che da sempre gestisce l’immigrazione secondo criteri molti simili a quelli italiani, incluse alcune caratteristiche forme di ottusità burocratica e di resistenza xenofoba. Da inizio anni Novanta, la Grecia ha visto una massiccia immigrazione da paesi vicini, causata dal crollo del comunismo. Albanesi (due terzi del totale), bulgari, macedoni ed altre nazionalità rappresentano oggi il 10 per cento della popolazione greca ed il 20 per cento della forza lavoro. In Grecia le procedure di naturalizzazione sono finora state disegnate in modo proibitivo per gli immigrati, sostituite da un sistema di permessi di soggiorno annuali, molto simili al regime in vigore in Italia, che tiene i lavoratori in condizioni di costante apprensione, oltre che di evidente ricattabilità.

Oggi le condizioni demografiche del paese sono cambiate: a vent’anni dalla prima grande ondata immigratoria, in Grecia vi sono decine di migliaia di immigrati, soprattutto albanesi e bulgari, che hanno ininterrottamente trascorso nel paese la maggior parte della propria vita adulta. Lavorano, possiedono appartamenti, sono parte integrante delle proprie comunità locali. Nelle scuole i figli di immigrati spesso superano i nativi. Come scrive l’autore dell’articolo, se un bambino è nato in Grecia, parla perfettamente greco, vuole vivere in Grecia ed è disposto a giurare fedeltà allo Stato greco, per quale motivo non dovrebbe essergli consentito l’accesso alla cittadinanza?

La decisione del governo greco di modificare la tradizionale acquisizione di cittadinanza per ius sanguinis si scontra con prevedibili resistenze ed ostilità. Dalla estrema destra, che parla di “annacquamento dell’ellenismo”, e a cui l’orologio si è evidentemente rotto alcuni millenni addietro, alla stessa chiesa ortodossa, che non appare entusiasta di una legge che darebbe la cittadinanza a migliaia di musulmani e cattolici.

Entro pochi anni, se questa legge passasse, si avrebbero albanesi-greci, bulgari-greci, pakistani-greci. Sarà un percorso irto di ostacoli, ma rappresenta un caso di studio di cui discutere anche da noi, perché coglie le contraddizioni insite nel tenere in un limbo civile i figli di persone che hanno dimostrato nei fatti di essere integrate nella società, spesso ben più di alcuni cittadini “etnicamente puri”. Il problema delle seconde e terze generazioni non può essere eluso oltre, neppure in un paese innamorato del vaniloquio politico, come il nostro.


7 Responses to “Immigrazione e cittadinanza. Per una volta, buone notizie dalla Grecia”

  1. fff ha detto:

    voi volete farl ientrare , anke ki nn ha un lavoro, x usarli come skiavi.
    Anche i democratici al tempo di lincoln volevano più africani e guarda caso volevano la skiavitù.
    Deve entrare solo ki ha un lavoro e può avere una casa. gli entrerebbero solo x delinquere!

  2. apprezzo la posizione greca e condivido la speranza che l’italia possa prendere esempio da essa; mi chiedo altresì se fff, tra un “k” e l’altro, abbia letto l’articolo, in quanto il suo commento, che pure potrebbe avere un suo valore parlando di politiche “di accoglienza” in generale, c’entra col suddetto (come si suol dire) come i cavoli a merenda

  3. x Mario Seminerio. Leggo sempre con interesse le Sue parole pacate e puntuali e ne traggo non banali spunti di riflessione. Di questo La ringrazio.
    Nel merito il suo commento all’intento del Governo greco di strutturare un percorso che porti alla cittadinanza persone nate sul suolo ellenico e la cui famiglia abbia dimostrato, nei fatti, l’intenzione di non abbandonarlo ma di farne stabile e duratura residenza appare ai miei occhi una buona base di discussione per l’analoga problematica che presenta la realtà italiana.
    Mi chiedo però se, in un Paese nel quale la scuola informa(poco) e non forma(per nulla ed in nulla), quale garanzia di totale adesione ai principi ed ai valori – per la verità sempre più teorici ed evanescenti – potrebbero dare delle giovani persone cresciute nel mito dell’apparenza e del denaro facile (le famose”arboriane” televisioni che danni i milioni) disancorato dall’impegno morale e civile verso il bene comune e la razionalità della condotta di sé come individuo e come cittadino. Ci vorrebbe uno specifico percorso formativo che interessasse non solo i giovani figli di immigrati nati sul nostro suolo ma anche tutti gli altri. E se no, mi domando con quale meccanismo potremmo influire positivamente sulla formazione di un sentire diffuso il quale solo potrebbe portare ad un cammino di integrazione e di cittadinanza a titolo pieno. E la risposta non è mai compiutamente soddisfacente.
    Ricordo a me stesso che la causa scatenante del disfacimento del sistema statuale romano, almeno in Occidente, fu proprio l’impossibilità a continuare l’assimilazione delle varie immigrazioni le quali dopo il terzo secolo divennero sempre più massive,incontrollabili ed estranee. Certo, ciò dette origine al nostro percorso di civiltà europea ma sarebbe stato arduo farlo digerire ad un Simmaco od ad un Giuliano. E se ad uno spirito libero ripugna parlare di esclusione e di trattamento iniquo verso singoli ignari ed acolpevoli, ad uno spirito nutrito dei valori di civiltà che quel percorso, distillandoli nei millenni, ha filtrato e reso un benchmark ripugna ancora di più vederseli spregiare da un qualche imam inventato e dintorni. E ripugna pensare che la prolificità, in un mondo dove il numero governa, possa un giorno far divenire “normale” per un padre sgozzare la propria figlia perché vuol vivere in un modo “altrove” che non sia il Corano.

  4. Liberale ha detto:

    Onestamente trovo questo periodo:

    ” Entro pochi anni, se questa legge passasse, si avrebbero albanesi-greci, bulgari-greci, pakistani-greci. Sarà un percorso irto di ostacoli, ma rappresenta un caso di studio di cui discutere anche da noi, perché coglie le contraddizioni insite nel tenere in un limbo civile i figli di persone che hanno dimostrato nei fatti di essere integrate nella società, spesso ben più di alcuni cittadini “etnicamente puri”. Il problema delle seconde e terze generazioni non può essere eluso oltre, neppure in un paese innamorato del vaniloquio politico, come il nostro.” abbastanza inquietante per non dire nichilista e facilone..tanto quanto gli slogan biecamente razzisti e qualunquisti. Un pò di misura pragmatica in un sito come questo me l’aspettavo..mah..saranno i tempi. Mi viene in mente il Presidente della Camera che nei salotti bene della New York liberal vaneggia del successo tout court della politica di integrazione americana ( gli avrei suggerito magari di farsi una decina di miglia in metropolitana a nord e passare per il Bronx o Harlem…). E noi non siamo gli Stati Uniti..

  5. Mario Seminerio ha detto:

    Gli ultimi due commenti sono simili per preoccupazioni e critiche (non certo per capacità di analisi ed argomentazione, se mi permettete). A Pier Carlo De Cesaris posso rispondere che condivido i suoi timori: nel nostro paese è in atto un progressivo sfilacciamento delle agenzie di socializzazione come la scuola, quella che dovrebbe fungere da barriera contro valori alieni a quelli della nostra società, soprattutto in termini di rispetto dei diritti civili e dell’autodeterminazione delle persone. Ma ribadisco che stiamo parlando di persone integrate nella società greca, che lavorano, pagano le tasse e partecipano alla vita di comunità. E soprattutto, che stiamo parlando di figli di stranieri: in un numero elevato di casi si tratta di minorenni. Ribadisco, lasciarli in un limbo civile è inaccettabile, e in tutta franchezza Pier Carlo, se inquadriamo la questione in questo modo, anche il riferimento al Corano ed alla prolificità diventa una lieve forzatura, detto senza alcun intento polemico.

    Al lettore che utilizza un nickname assai impegnativo mi limito a suggerire di rileggere attentamente l’articolo o, in alternativa, il commento qui sopra di Giancarlo D’Alessandro. Stiamo parlando di bambini e ragazzi che sono già dentro il paese, che hanno completato almeno tre anni di percorso scolastico e che sono nati da genitori che vivono nel paese in condizione di legalità da almeno dieci anni. Non stiamo parlando di invasioni barbariche sollecitate dall’interno del nostro paese. Sfortunatamente, il clima da giudizio divino delle elezioni fa sì che prevalgano slogan di limitatissimo spessore su analisi e “misure pragmatiche”. Ma sono fiducioso che un giorno, spero non troppo lontano, l’incantesimo finirà e riusciremo a discutere senza buttarla ogni volta in caciara.

  6. Liberale ha detto:

    Ringrazio per la risposta. Questo non vieta che io abbia maturato un’opinione discordante in materia di immigrazione e politiche sociali da quella che viene qui proposta. Ritengo che nella storia non ci siano situazioni, o paesi da porre ad esempio della gestione dei fenomeni migratori. Gli Stati Uniti nella loro enorme diversità storico-geografica da noi sono, ritengo, esempio di come NON bisogna fare. La Francia..idem, i paesi Scandinavi e la Gran Bretagna dovranno ben presto gestire situazioni a dir poco esplosive. Quello che ci tenevo a sottolineare è che qui nessuno ha la bacchetta magica..e talune certezze in materia mi lasciano alquanto basito.

  7. x Mario Seminerio. Ed in effetti la forzatura v’è ed intenzionale e serviva, appunto nelle mie intenzioni, a rafforzare quanto scrivevo sulla necessità imprescindibile di adoperarsi al massimo per conseguire l’obiettivo di ripristinare i meccanismi formativi nel loro dovere primario di formare uomini compiuti e cittadini degni di sé e del vivere civile, in base ai benchmarks che sono quelli del nostro vivere civile ottenuti davvero a forza di secoli ed a mezzo di “lacrime e sangue” e che ritengo del tutto immiscibili con altri benchmarks che intridono di sé in modo totalizzante ed assolutamente escludente l’altro da sé.
    Il rispetto che si deve ad ogni esistere e la compassione- nel senso vorrei dire letterale del termine di risuonare di dentro delle sofferenze altrui – verso giovani vite messe in difficoltà potenziale o reale per il solo fatto di essere catalogati come estranei non possono far dimenticare i rischi che il pressappochismo e il vaniloquio e la demagogia – che certo in nulla e per nulla appartengono e connotano la prosa ed il pensiero di Mario (mi permetto usare il familiare nome proprio avendo io ricevuto, con piacere, analogo tratto) – ha generato e generano in ogni dove del mondo in cui viviamo. La cittadinanza non si baratta per pochi voti in più, come se fosse la scarpa sinistra del Comandante Lauro e la si attribuisce per default secondo me ingiustamente quanto ingiustamente per default la si nega. Ma temo che ragionare su ciò ci porterebbe molto lontano. Certo il problema esiste in tutta la sua crudezza e deve trovare l’attenzione che merita da parte di tutti noi, senza che alcuno se ne arroghi l’appalto (e non mi riferisco certo al mio gentilissimo e disponibile interlocutore). Parlarne, comunque, fa riflettere e questo è, come per ogni altra consimile circostanza, un gran bene poiché spinge a connotarci sempre più come cittadini e sempre meno come sudditi.
    Grazie ancora per l’attenzione.

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