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Non chiudiamoci davanti alle sfide della scienza

– da Charta Minuta, bimestrale della Fondazione Fare Futuro

Il modo superficiale e sbrigativo con cui il PdL ha aggredito la materia del fine-vita ha trascinato un partito liberale e moderato sulla trincea dell’oltranzismo ideologico, ha complicato –  vedremo fino a che punto –   la possibilità di costruire una legge giuridicamente coerente e ha reso impossibile comprendere e discutere la “domanda” di cui la legge in discussione alla Camera dovrebbe rappresentare la “risposta”.

La posizione dell’esecutivo, sostenuta da gran parte della maggioranza (cui fino alla fine del 2008 Berlusconi ha resistito, prima di finire egli stesso travolto dalla cattiva retorica della lotta tra il “partito della vita” e il “partito della morte”), nasce da premesse sbagliate e giunge a esiti altrettanto sbagliati. Le premesse sbagliate riguardano l’una il contenuto e l’altra il limite della regolamentazione normativa sulle materia estrema e sensibile del fine vita. Peraltro, questo senso malinteso e “militante” dei doveri del legislatore non accompagna solo la polemica su di un tema dominato dal timore della deriva eutanasica, ma attraversa in modo lacerante la riflessione del PdL sull’intera materia biopolitica.

Per capire come e cosa occorra fare (e se davvero sempre sia necessario intervenire) sarebbe opportuno farsi un’idea più realistica di quanto sta storicamente avvenendo nel campo delle ricerche e delle applicazioni bio-mediche, non solo in termini scientifici.
Sembra che una larga parte del centrodestra italiano abbia deciso di far propria una lettura “cospirazionista” dell’impresa scientifica, che muove al sospetto e non alla fiducia. A prevalere è l’idea che i progressi della scienza non comportino processi di adattamento culturale e normativo, ma impongano una sorta di guerra di resistenza, che esige l’utilizzo di strumenti giuridicamente eccezionali. A seconda dei punti di vista, il PdL può mostrarsi come l’avanguardia del partito anti-relativista, impegnato a contendere alla scienza il controllo dell’ordine delle cose umane, o apparire come l’estrema retroguardia di un tradizionalismo sostanzialmente anti-moderno.

L’opzione è legittima, ovviamente. Ma non è inutile né provinciale rilevare come questo oltranzismo bioetico non trovi alcun riscontro nella tradizione del popolarismo liberale europeo, e isoli il PdL su posizioni in larga misura estranee a quelle delle grandi forze di governo che compongono il PPE.
Lo straordinario progresso delle tecnologie bio-mediche non risponde ai disegni di una “macchinazione scientista”. Al contrario, ha storicamente coinciso con l’affermarsi di una sensibilità morale che ha posto il problema della cura e della salute della persona umana – di tutti e di ciascuno individualmente – al centro dell’agenda politica, in tutti i paesi liberi e avanzati. Da questo punto di vista, la rivoluzione scientifica è una rivoluzione umanistica, al servizio della vita, della libertà e della dignità della persona.

E’ stata l’esigenza morale di “curare gli incurabili” a giustificare socialmente e politicamente gli immensi investimenti materiali e immateriali nell’impresa scientifica, soprattutto nel campo delle scienze della vita.
Sono evidenti i rischi e le potenziali aberrazioni di una bioscienza eugenetica e manipolatoria. Ma si tratta, appunto, di “deviazioni” che occorre riconoscere e fronteggiare in modo risoluto. Anche in questo campo, sarebbe sbagliato giudicare il senso e il valore della conoscenza dagli abusi che si possono compiere, utilizzandone le applicazioni. La tecnologie biomediche, come altre tecnologie, possono prestarsi a usi spregiudicati, ma non hanno un’anima “diabolica”.

Un grande partito di governo di un paese avanzato e impegnato sulle frontiere dell’innovazione scientifica si deve porre il problema di comporre le nuove questioni biopolitiche in un ordine giuridico razionale e coerente con il quadro costituzionale. In campo medico, ad esempio, si tratta di consolidare la chiave di volta della costruzione normativa, cioè la libertà di cura (articolo 32 della Costituzione), adeguandola ai progressi della medicina, che determinano situazioni un tempo sconosciute e imprevedibili, come quella del coma prolungato. E’ una sfida impegnativa, ma l’unica alternativa sarebbe fare precipitosamente “macchina indietro” e riesumare gli strumenti del vecchio paternalismo medico e di un pericoloso paternalismo legislativo.

Veniamo dunque al “cosa” e al “come”.
Dal punto di vista giuridico e deontologico, si è andato storicamente affermando il principio per cui la libertà terapeutica è un’espressione di libertà personale incoercibile e inviolabile, neppure “a fin di bene”. La legge è chiamata a ordinare dal punto di vista normativo le relazioni tra medici e pazienti, secondo un rapporto di reciproca autonomia e responsabilità. In questo quadro, è chiaro che, anche in campo bio-medico, il diritto regola i rapporti di libertà tra i cittadini, ma non detta il contenuto morale delle scelte che questi decidono liberamente di compiere.

Le nuove sfide bioetiche spingono invece alcuni a ripensare il confine tra diritto e morale e a ritenere insufficiente e inadeguato il principio deontologico, che impone ai medici di attenersi “alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi” e di “agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa” (articolo 38 del Codice di deontologia medica). Così facendo, al rischio di una presunta deriva eutanasica, costoro oppongono la realtà di una legislazione “etica”, che non solo si muove in piena contro-tendenza rispetto al corso della riflessione, della normativa e della pratica deontologica, ma si avventura su di un terreno di arbitrio e palese incoerenza normativa.

Si pensi alla “pietra dello scandalo” più nota della legge sul fine vita in discussione alla Camera, cioè la questione dell’idratazione e dell’alimentazione forzata: per evitare che possano divenire oggetto di direttive anticipate, si è negato che siano cure mediche (malgrado la regolamentazione ministeriale continui a disciplinarle come tali, sia in ambito ospedaliero che domiciliare) e  si è imposto come principio moralmente non derogabile l’impossibilità di sospendere queste forme di “sostegno vitale”.
Si tratta di un assai poco auspicabile ribaltamento e non di uno sviluppo coerente del paradigma liberale: anziché garantire la libertà individuale e riconoscere l’autonomia del sapere scientifico, si impone a maggioranza un unico standard morale, anche per scelte che attengono alla sfera più intimamente personale, e si stabilisce quali pratiche mediche “meritino” di essere qualificate come tali.

Se poi guardassimo a tutte le più serie rilevazioni demoscopiche, ci accorgeremmo che a questa “guerra di civiltà” la nostra società è quantomeno refrattaria. Il caso di Eluana Englaro è su questo paradigmatico. Mentre il Governo voleva decidere per decreto sul suo caso, il paese era diviso sulla scelta di interrompere o meno le cure, ma era unito nella convinzione che, in casi del genere, non dovesse comunque essere lo Stato a decidere, bensì i familiari. E’ inoltre interessante notare – lo hanno fatto in molti, nello stesso mondo cattolico – come un certo radicalismo bioetico, partendo da presupposti anti-scientisti sia scivolato verso esiti iper-scientisti e abbia finito, proprio sulla materia del fine vita, per identificare la “persona umana” con il “corpo umano”, facendo coincidere il principio dell’inviolabilità della vita con il dovere della surrogazione o integrazione meccanica di tutte le principali funzioni vitali, a prescindere dalle condizioni cliniche e dalla volontà espressa del paziente.

Sarebbe sbagliato ritenere che la divisione che attraversa la riflessione bioetica contrapponga innanzitutto credenti e non credenti, o posizioni cattoliche e non cattoliche. E’ fin troppo chiaro che le distinzioni più forti non riflettono differenze di ispirazione religiosa, ma prima di tutto differenze di cultura politica. A dividere e a contrapporre in modo frontale le “parti” è l’idea stessa dei limiti che è doveroso riconoscere e degli obiettivi che è legittimo assegnare alla regolamentazione normativa.
Il fatto che il campo e i contenuti della biomorale e quelli del biodiritto non coincidano non costituisce affatto un fallimento normativo e non è certo chiesto al legislatore di rimediarlo, visto che una legge astratta e generale non può cogliere né ordinare il senso profondo dell’esperienza umana della nascita, della malattia o della morte, né codificare la natura della relazione morale e materiale che lega i pazienti a quanti sono chiamati a condividere e accompagnare la loro esperienza.

Ciò, oltre ad ogni altra considerazione di profilo istituzionale, suggerisce di non confondere le questioni dell’etica pubblica e i dilemmi della morale privata, neppure sui temi sensibilissimi della biopolitica. La riflessione bioetica è in larga misura intraducibile in termini giuridici. E questo non significa arrendersi al “relativismo”, ma mantenere saldi i principi di libertà personale, di autonomia disciplinare della scienza giuridica e di limite della legislazione, così come si sono andati consolidando nell’ambito del costituzionalismo liberale.

Una legislazione “leggera” sui temi bioetici, è non solo compatibile, ma perfettamente coerente con una biopolitica proattiva, che persegua obiettivi di promozione umana e sociale, senza ricorrere compulsivamente alla regolazione normativa.
Da questo punto di vista, proprio la materia del fine vita costituisce un esempio paradigmatico dei rischi e delle possibilità che si presentano al legislatore.
La cultura della vita e della salute come capitale individuale e sociale, di cui si rende conto agli altri e non solo a se stessi, e l’idea della cura come impegno personale non solo del medico ma anche del paziente, sono maturate e si sono affermate grazie e non contro il riconoscimento della libertà dei pazienti, come fondamento morale della relazione terapeutica.

Una cura imposta è comunque disumana. Come la libertà religiosa è il presupposto di una fede sincera, così la libertà di cura è la condizione per un rapporto terapeutico responsabile.
Anche sul fine vita, occorre riconoscere l’immensa portata del principio della responsabilità terapeutica, come risorsa e non come problema; bisogna scommettere sulla possibilità che i pazienti scelgano le cure (a maggiore ragione quando sono gravose e la prognosi è incerta o infausta) e non che vi obbediscano, da una posizione di subordinazione morale e di “minorità” giuridica.
In un dibattito che, dopo il caso di Eluana Englaro, è stato dominato dagli opposti estremismi dell’iper-regolamentazione “auto-deterministica” o “etero-deterministica” sta chiaramente emergendo, anche all’interno del PdL, un approccio ispirato ad un rigoroso “conservatorismo costituzionalistico”.

Rendendo omaggio a quel principio di sussidiarietà che il PdL proclama giustamente come valore, la legge sul fine vita potrebbe limitarsi a riconoscere sul piano normativo quanto la cultura e la pratica deontologica hanno concepito e realizzato, per disciplinare la forma del rapporto terapeutico con i pazienti capaci e con quelli che versano in uno stato di incapacità temporanea e permanente. Si tratta di operare un “disarmo ideologico”.

Quanti hanno aperto questo fronte di discussione all’interno del PdL e del Parlamento hanno così illustrato la propria iniziativa, suggerendo al Presidente del Consiglio di abbandonare non solo i contenuti, ma lo stesso impianto della proposta licenziata dal Senato: “E’ preferibile e ancora possibile cambiare strada, non fare una legge che costringa i parlamentari e gli italiani a scontrarsi su ciò che più li divide, ma che consenta agli uni e agli altri di accordarsi su ciò che maggiormente li accomuna e umanamente li affratella: la persuasione che il rapporto con la malattia, con le cure e con la morte (la propria e quella dei propri cari) appartenga a uno spazio personale di cui la legge può prudentemente fissare i confini “esterni”, ma non i contenuti “interni”, che sono interamente affidati alle relazioni morali e professionali che legano il malato al suo medico e ai suoi congiunti. Questo richiamo al “privato” non allude all’istituzione di una sorta di zona franca, un’area eslege in cui medici, familiari e pazienti possano muoversi spregiudicatamente, anche contra-legem. Va inteso nel senso esattamente contrario, come riconoscimento dei limiti del legislatore e della sua incapacità di ordinare la complessità delle relazioni terapeutiche e di stabilire una disciplina più “giusta” di quella già oggi definita, con grande chiarezza e prudenza, anche sulla materia del “fine vita”, dal Codice di deontologia medica.”

Questo compromesso, ispirato ad un principio di sostanziale “riserva deontologica”, consentirebbe di disarmare la contesa tra ipotesi di regolamentazione opposte e altrettanto prescrittive. Riteniamo significativo che sia stato avanzato dall’interno del PdL, sia perché ravvisa un punto di equilibrio normativo complessivamente sostenibile, sia perché, in senso più generale, risponde ad un’idea più realistica e responsabile dell’impegno che un partito “maggioritario” dovrebbe esercitare sui temi biopolitici.

Tutti i partiti liberali e conservatori del continente sanno di dovere rappresentare un elettorato largamente eterogeneo, che è polis e si riconosce come tale, perché unito da vincoli di solidarietà e coesione e da un senso profondo e condiviso della propria identità civile. Ma l’unità politica di un partito e l’unità costituzionale di un paese non riflettono affatto una unità etico-culturale dei loro elettori e cittadini.

La confusione tra l’ordine statuale e l’ordine morale e la brutale identificazione del “pubblico” con il “privato della maggioranza” – non solo sui temi biopolitici – pregiudica la possibilità di costruire il senso di una cittadinanza comune. Al bipolarismo politico, che articola la competizione per il governo, non è sotteso alcun bipolarismo etico, né può essergli sovrapposto.

In tutti i grandi partiti liberal-conservatori dell’occidente avanzato, la domanda biopolitica di alcune aree dell’elettorato è intransigente e divisiva, ma l’offerta politica della classe dirigente è sempre moderata ed inclusiva. Il PdL non deve fare eccezione e non può suscitare scandalo la richiesta di allinearne le posizioni a quanto da anni vanno proponendo e realizzando i partiti del PPE, anche nelle loro componenti più tradizionalmente democratico-cristiane.

La proposta di legge sul fine-vita presentata un anno fa dalla CDU tedesca (e firmata dalla cancelliera Merkel), nel PdL sarebbe stata liquidata con scandalo e riprovazione. E se questo fatto può incuriosire i tedeschi, dovrebbe forse interrogare e preoccupare gli italiani. A meno che non si sia persuasi che il PdL è l’unica componente della famiglia popolare europea immune dal contagio relativista e consapevole di un pericolo mortale, che gli altri non vogliono o non riescono a vedere.

La bioetica non occupa oggi un ruolo preminente nelle agende dei Governi, ma è uno dei terreni su cui si sta costruendo la piattaforma politica dei grandi partiti post-ideologici nelle società libere. Il centrodestra italiano sembra a volte impegnato a cucire attorno al suo elettorato una camicia di forza “mono etica”. Sarebbe un grave errore politico ed elettorale. La sfida deve essere un’altra, in Italia come lo è nel resto d’Europa: costruire una destra liberale e moderata, che sappia dare cittadinanza ad una molteplicità di ispirazioni etiche e religiose, unite da un inderogabile riconoscimento del principio di libertà personale e di fedeltà alla Repubblica e alle sue regole costitutive.


Autore: Benedetto Della Vedova e Carmelo Palma

Benedetto Della Vedova - Nato a Sondrio nel 1962, laureato alla Bocconi, economista, è stato ricercatore presso l’Istituto per l’Economia delle fonti di energia e presso l’Istituto di ricerca della Regione Lombardia. Ha scritto per il Sole24Ore, Corriere Economia, Giornale e Foglio. Dirigente e deputato europeo radicale, è stato Presidente dei Riformatori Liberali. Presidente di Libertiamo, guida il gruppo di Futuro e Libertà per l'Italia alla Camera dei Deputati. ----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Caemelo Palma - 42 anni, torinese, pubblicista. E' stato dirigente politico radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Tra i fondatori dei Riformatori Liberali. Direttore dell’Associazione Libertiamo.

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