Se a Sanremo vince l’Italia del Principe, è ovvio che perda la Napoli di Nino D’Angelo

– Se milioni di italiani continuano a guardare Sanremo è perché il Festival della canzone italiana è diventato una festa dell’Italia tout-court, un carnevale della memoria e del futuro, uno specchio in cui il subconscio individuale può sbirciare il subconscio collettivo, per disgustarsene o confortarsene. Le canzoni c’entrano, ma fino a un certo punto, perché finito il rito orgiastico della competizione cessano, per lo più, di avere mercato e ascolto e entrano direttamente nell’archeologia sanremese.

Se le cose stanno così e ogni Sanremo è un capitolo dell’autobiografia della nazione, tirarsene fuori diventa un esercizio di snobismo paraculo e patetico, come fare finta di non sapere chi è Patrizia D’Addario. Quindi tanto vale tirarsi dentro, come hanno fatto quelli di Fare Futuro, a partire da Filippo Rossi, che avrebbe iniziato uno sciopero della fame “di vergogna” se a vincere il festival fosse stata “Italia amore mio”.  Aveva ragione e ci è andato vicino.

Non abbiamo una particolare esperienza dei riti sanremesi e delle dinamiche del televoto – che non è comunque “la democrazia” – ma abbiamo trovato coerente che il pubblico abbia premiato la retorica trombona del rampollo Savoia e punito una canzone sicuramente più bella e intelligentemente politica, come quella di Nino D’Angelo, ora comprensibilmente scandalizzato dal successo canoro di uno che non sa neppure cantare. La linea del pubblico era chiara. Premiare il peggio degli altri per dare il peggio di sé. Così a Sanremo ha vinto l’Italia sbagliata e perso la Napoli giusta.

Non c’era proprio partita tra il patriottismo stonato e recitativo del Principe e l’intonazione ottimistica di Nino D’Angelo, tra l’Italia sfiatata con la mano sul cuore e la lacrimuccia finta dell’ex esule e la sveltezza intelligente di uno che ha smesso di fare le sceneggiate a teatro e – da quanto scrive nelle sue canzoni – vorrebbe che anche Napoli smettesse di farle di fronte alle proprie sciagure. Peraltro, era chiaro a tutti che al Principe dell’Italia non importa un fico secco, mentre al vecchio scugnizzo di Napoli continua ad importare molto.

Qui il video, qui il testo di Jammo jà


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

9 Responses to “Se a Sanremo vince l’Italia del Principe, è ovvio che perda la Napoli di Nino D’Angelo”

  1. a livello musicale concordo, la canzone di nino d’angelo mi è piaciuta (anche se, pur essendo napoletano, confesso di non averla capita del tutto al primo ascolto), su quella del “principe” non vale neanche la pena di sprecare fiat; ciò non toglie che, a livello umano, emanuele filiberto mi piaccia, lo trovo una persona simpatica e garbata (e lo stesso penso di pupo) il che, di questi tempi, non è poco, certo potevano entrambi fare a meno di questa canzone, questo è chiaro

  2. E’ interessante notare come Nino D’Angelo abbia utilizzato una modifica del regolamento del Festival voluta addirittura dalla Lega Nord (apportata lo scorso novembre ed in vigore da questa edizione) che equipara i dialetti all’italiano e consente testi completamente in dialetto. In passato era possibile solo inserire alcune frasi o strofe in dialetto.

    Per il resto, concordo con Carmelo: il testo di D’Angelo parla e si rivolge ad un Meridione che ha voglia di non lamentarsi più, mentre la canzone di Pupo+Principe+Tenore aveva un testo francamente imbarazzante.

  3. Aquila1769 ha detto:

    Grande Nino D’Angelo.

  4. DM ha detto:

    Il pezzo di D’Angelo suona, il messaggio c’è.

  5. Leonardo Facco ha detto:

    MEGLIO IL TELEVOTO DELLA DEMOCRAZIA!

  6. Alessandro Cascone ha detto:

    “Io non canto solo per cantare né perché ho una bella voce, canto perché la chitarra possiede sentimento e ragione.
    Ha un cuore di terra e ali di colomba, è come acqua benedetta che benedice gioie e dolori. Quì il mio canto trovò uno scopo come diceva Violeta chitarra lavoratrice con profumo di primavera. La mia chitarra non è dei ricchi né sembra esserlo il mio canto è per le impalcature che cercano di raggiungere le stelle, perché il canto ha senso quando palpita nelle vene di chi morirà cantando le verità sincere, non serve a raccogliere premi fugaci né per darmi fama internazionale ma è il canto di un spicchio di terra che giunge giù fino in fondo al mondo.
    Là, dove tutto giunge e dove tutto ha inizio un canto che sia stata coraggioso, sarà sempre una canzone nuova.”

    (Victor Jara)

    (Fonte: http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=6218&lang=it)

  7. ALBERTO ALLINEY ha detto:

    Non entro nel merito dei gusti musicali o di quelli ideali (se così fosse avrei premiato solo Povia)ma nelle critiche fatte alle persone.
    Sanremo è,o meglio,dovrebbe essere il festival della CANZONE italiana e quindi ritengo illiberale demolire e disprezzare non il pezzo ma colui che lo ha cantato.
    Risulterebbe facile capire perchè,in realtà,è stato votato:perchè facile,banale e orecchiabile.
    A Sanremo vinceva la canzone che veniva cantata dal fornaio in bicicletta alle quattro della mattina dopo e certamente una canzone impegnata o musicalmente difficile non sarebbe stata ricordata.
    Quindi invito a criticare il fatto (o la canzone) e non la persona perchè in questo contesto non c’entra niente.

  8. Denis ha detto:

    Il piazzamento del rampollo Savoia, e la prova che con i soldi in Italia si può comprare tutto, e lo ha imparato in fretta. Non vi sono dubbi a mio avviso che abbiano noleggiato dei call center per salire in quassifica. Uno bello specchio della nostra Italia!!!

  9. Silvia ha detto:

    articolo scontato, non si può che essere d’accordo

Trackbacks/Pingbacks