– Se milioni di italiani continuano a guardare Sanremo è perché il Festival della canzone italiana è diventato una festa dell’Italia tout-court, un carnevale della memoria e del futuro, uno specchio in cui il subconscio individuale può sbirciare il subconscio collettivo, per disgustarsene o confortarsene. Le canzoni c’entrano, ma fino a un certo punto, perché finito il rito orgiastico della competizione cessano, per lo più, di avere mercato e ascolto e entrano direttamente nell’archeologia sanremese.

Se le cose stanno così e ogni Sanremo è un capitolo dell’autobiografia della nazione, tirarsene fuori diventa un esercizio di snobismo paraculo e patetico, come fare finta di non sapere chi è Patrizia D’Addario. Quindi tanto vale tirarsi dentro, come hanno fatto quelli di Fare Futuro, a partire da Filippo Rossi, che avrebbe iniziato uno sciopero della fame “di vergogna” se a vincere il festival fosse stata “Italia amore mio”.  Aveva ragione e ci è andato vicino.

Non abbiamo una particolare esperienza dei riti sanremesi e delle dinamiche del televoto – che non è comunque “la democrazia” – ma abbiamo trovato coerente che il pubblico abbia premiato la retorica trombona del rampollo Savoia e punito una canzone sicuramente più bella e intelligentemente politica, come quella di Nino D’Angelo, ora comprensibilmente scandalizzato dal successo canoro di uno che non sa neppure cantare. La linea del pubblico era chiara. Premiare il peggio degli altri per dare il peggio di sé. Così a Sanremo ha vinto l’Italia sbagliata e perso la Napoli giusta.

Non c’era proprio partita tra il patriottismo stonato e recitativo del Principe e l’intonazione ottimistica di Nino D’Angelo, tra l’Italia sfiatata con la mano sul cuore e la lacrimuccia finta dell’ex esule e la sveltezza intelligente di uno che ha smesso di fare le sceneggiate a teatro e – da quanto scrive nelle sue canzoni – vorrebbe che anche Napoli smettesse di farle di fronte alle proprie sciagure. Peraltro, era chiaro a tutti che al Principe dell’Italia non importa un fico secco, mentre al vecchio scugnizzo di Napoli continua ad importare molto.

Qui il video, qui il testo di Jammo jà