da Il Secolo d’Italia di sabato 20 febbraio 2010 – E’ indubbio che l’eventuale salvataggio europeo (leggasi: tedesco) della Grecia segnerebbe un fondamentale punto di svolta nella storia dell’integrazione continentale. La violazione del Trattato di Maastricht (che impone il divieto di salvataggio finanziario di uno Stato membro da parte dell’Unione Europea e o di un altro Stato membro) avrebbe ripercussioni istituzionali ed economiche tanto pesanti quanto lo stesso default greco.

Anzitutto, la crisi ha in qualche misura decretato il fallimento dell’Europa “a trazione tecnocratica”: le decisioni delle prossime settimane non saranno prese da Bruxelles, ma da Berlino con il concorso di Parigi. E’ ormai evidente che il rilancio dell’esperienza comunitaria è possibile solo se si sceglie di dotare di legittimità democratica le istituzioni europee. Più che di “architettura istituzionale” la questione è eminentemente politica: in prospettiva, che si preferisca un maggiore coordinamento delle politiche fiscali o piuttosto la via della competizione tra sistemi tributari diversi (e il sottoscritto propende per questa seconda ipotesi), non si potrà a lungo eludere il problema del peso politico di chi guida l’Unione Europea.

La paralisi comunitaria lascia ai governi nazionali la piena responsabilità della tenuta dell’intera economia europea. Da giorni, sempre più analisti sottolineano come il “bail-out” ellenico da parte della Germania verrebbe visto dai governi dei paesi a rischio (Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia), come un sostanziale “liberi tutti” rispetto alle proprio responsabilità fiscali. E l’intervento di Berlino potrebbe determinare un aumento dei tassi d’interesse in Germania, anziché un raffreddamento di quelli greci: una miscela esplosiva per l’economia continentale. In più, limitarsi al salvataggio della Grecia rappresenterebbe per l’Europa unita un messaggio di profonda iniquità politica – nei confronti di quei paesi che responsabilmente hanno scelto piani di severità fiscale (vedi l’Irlanda) – e di insensata discrezionalità economica. La popolarità della costruzione europea, già traballante, verrebbe ulteriormente minata. E questa volta, forse per la prima volta da sessant’anni, il sentimento anti-europeo rischia di insinuarsi addirittura nel cuore teutonico dell’Europa, dove molti ora contestano la decisione di aver aperto la moneta unica a paesi poco affidabili.

Tuttavia, la Grecia non è affatto too small perché un suo default non produca rischi sistemici per l’Europa: si dia un’occhiata ai bilanci delle banche continentali, esposte (per effetto della leva finanziaria) nei confronti del debito greco per centinaia di miliardi di euro. E’ probabile che il muso duro del premier Papandreu alla richieste di austerity provenienti dal continente, così come i suoi flirt diplomatici con la Cina e la Russia, siano dettati dalla consapevolezza di avere il coltello dalla parte del manico. Il governo greco, in altri termini, pare intenzionato a voler mettere l’Europa di  fronte alla scelta obbligata del salvataggio. Se cade Atene, i mercati punteranno senza indugi l’indice su Madrid e Lisbona. E per un paese così indebitato come l’Italia, sarebbe irresponsabile cullarsi in una effimera sensazione di “stare meglio degli altri”.

Insomma, l’Europa è davvero in un “cul de sac” istituzionale ed economico. Per uscire dalle sabbie mobili ai governi maggiormente interessati agli squilibri finanziari spetta il compito di porre in essere robuste e dolorose misure di rapido rientro del deficit e di rilancio della crescita economica. Per l’uno e l’altro obiettivo, non ci può essere che una via, quella recentemente invocata per l’Italia dal governatore di Bankitalia, Mario Draghi: il taglio della spesa pubblica e l’implementazione di riforme strutturali sul lato dell’offerta, per ritrovare la competitività perduta, per ampliare l’occupazione, per ridurre l’interposizione statale nell’economia.
Per il resto dell’Europa, indipendentemente dal “se” e dal “come” salvare la Grecia, è giunto il momento di scegliere il destino della costruzione comunitaria. Ci si può permettere una moneta unica ed una banca centrale forte ed indipendente solo se si sceglie di avere un unico mercato del lavoro e dei servizi, aperto e flessibile, una gestione integrata dei sistemi di protezione sociale, magari un fondo europeo per le emergenze sul modello del Fmi. Ma soprattutto ci vuole che chi parla a Bruxelles abbia legittimità politica.