L’immigrazione è (anche) un dono. Da non sprecare

– L’immigrazione è sostanzialmente un “dono”, come indica la stessa radice indoeuropea *mei. Un dono che però rischia di andare sprecato per vari motivi, due dei quali segnalo in questo articolo. Non sono forse i peggiori o i maggiori, ma sono comunque molto significativi. Il primo è l’abolizione dell’insegnamento della geografia nelle nostre scuole, il secondo è l’estrema farraginosità delle procedure amministrative per il cambio di residenza.

Abolendo nelle nostre scuole l’insegnamento della Geografia (qui l’appello da firmare per opporsi) si impedisce ai nostri giovani di recepire le preziose informazioni sugli usi e i costumi, sull’adattamento a particolari climi, condizioni ambientali e stili di vita, che ci possono offrire gli stranieri residenti in Italia, provenienti da ogni continente. Infatti, per poter fare domande e ricevere il “dono” dell’informazione, occorre avere o stabilire con gli altri un terreno di comunicazione comune e riconoscerli come interlocutori meritevoli di interesse.

Un danno molto grave alla comprensione della mobilità internazionale delle persone ed al fenomeno della “globalizzazione” deriva in particolare dall’abolizione dell’insegnamento di quella specifica parte della Geografia denominata “Geografia Umana“. Non dobbiamo poi meravigliarci più di tanto se dai sondaggi emerge che almeno la metà dei giovani italiani sono sospettosi verso gli stranieri, se non schiettamente xenofobi e razzisti.
Non ci si può nemmeno sorprendere se quasi nessuno nelle nostre scuole sa cosa sia un “expat”, un “relocato”, una persona di alta qualifica che ha scelto un lavoro duro ma pieno di soddisfazioni, sempre in giro per il mondo. Ho letto, con raccapriccio, su una rivista distribuita nella scuola di mio figlio, un articolo nel quale queste persone vengono descritte come “lavoratori precari“!!!
A proposito di “expat” è triste constatare che per i nostri giovani che studiano e lavorano all’estero si parli solo e sempre di “cervelli in fuga, senza ritorno”. E’ ora che si spieghi che andare a formarsi all’estero non è una condanna, a patto che si aprano le porte per il rientro in patria in posti adeguati alla preparazione acquisita all’estero. In tutto il mondo civile è così, perché solo da noi la strada per l’estero deve essere “senza ritorno”?

Un’altra causa di spreco del “dono-immigrazione” sta nella estrema farraginosità delle procedure amministrative di controllo degli stranieri sul territorio, nei ritardi per la concessione o il rinnovo dei permessi di soggiorno, nelle “gride manzoniane” contro la presenza di clandestini ed irregolari ecc. ecc., nel continuo incitamento ai “rastrellamenti”, a non affittare o vendere casa agli extracomunitari… In tante cose “grosse”, insomma, ma anche in una cosa apparentemente piccola, cioè nelle disposizioni relative alla concessione della residenza, legate a condizioni rigidissime, molto burocratiche e poco funzionali.

La farraginosità di sistema impedisce un utilizzo razionale della forza economica rappresentata dagli stranieri, che, non avendo legami troppo profondi né familiari né “sentimentali” con le località in cui vivono, sono più disponibili degli italiani a trasferirsi da un capo all’altro della Penisola sulla base delle esigenze produttive delle aziende per cui lavorano o possono lavorare. E’ importante evitare che tale disponibilità sia appannaggio solo dei “caporali”, della malavita senza legge che costringe gli immigrati ad una “mobilità clandestina” fatta di percorsi nascosti, casupole abbandonate, giornate di lavoro infernali pagate un tozzo di pane o poco più, come è emerso con chiarezza a Rosarno.

Come è ridicolo considerare “lavoratori precari” gli expats delle multinazionali, così non dovrebbero essere considerati come una massa di sbandati gli extracomunitari in giro per l’Italia a raccogliere pomodori o clementine. Sarebbe preferibile che fosse dato loro uno “status particolare”, non necessariamente legato alla residenza stabile in un determinato comune, visto che l’interesse italiano non sta nello “stabilizzarli”. Chi ha deciso che l’integrazione debba per forza corrispondere a “permanenza più lunga possibile su un determinato territorio” ?

La farraginosità delle procedure amministrative per i cambiamenti di residenza non deriva in particolare dalle norme, sempre perfezionabili, ma piuttosto dalla iperburocratica ed irrazionale interpretazione delle norme da parte degli amministratori pubblici.
Nonostante gli eroici sforzi fatti dai dirigenti e funzionari del Ministero dell’Interno, dal Dipartimento per gli affari interni e territoriali e da associazioni come la DeA (Demografici Associati) per smussare le difficoltà interpretative delle norme e per rendere più semplici i cambi di residenza, permangono, da parte di alcuni funzionari pubblici, grosse resistenze psico-culturali a facilitare l’ottenimento delle certificazioni di residenza. E’ successo anche che alcuni funzionari siano riusciti ad interpretare una circolare del Ministero dell’Interno, che esonera gli studenti e i manager “distaccati” della Comunità Europea dall’obbligo di richiedere la residenza anagrafica anche dopo permanenze in Italia superiori ai 3 mesi, in un senso assurdamente capovolto, vale a dire come divieto a richiedere l’iscrizione anagrafica. E altri pubblici funzionari, rischiando procedimenti per danno erariale, considerano non ammissibili pratiche presentate loro da cittadini stranieri, a causa di una superficiale ed errata lettura di documenti rilasciati da altre autorità italiane.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

2 Responses to “L’immigrazione è (anche) un dono. Da non sprecare”

Trackbacks/Pingbacks

  1. […] Originale:  L'immigrazione è (anche) un dono. Da non sprecare | Libertiamo.it Articoli correlati: Appello in favore dell'insegnamento della Geografia "A SCUOLA […]