Le vittime invisibili dei “salvataggi” delle imprese in crisi

– Ce qu’on voit e ce qu’on ne voit pas,  “Ciò che si vede e ciò che non si vede”. Si intitola così il più celebre pamphlet del giornalista francese Frédéric Bastiat, pubblicato nel 1850. Un insegnamento, il suo, tanto semplice da sembrare banale, eppure tragicamente dimenticato nei dibattiti che si rincorrono ogni giorno, soprattutto ora, in tempo di crisi, quando aumentano la domanda di intervento dello stato nell’economia e le richieste di salvataggi. Ciò che viene costantemente sottoposto alla nostra attenzione è l’interesse pubblico perseguito dal decisore politico, o che si vorrebbe che il policy maker perseguisse, in genere identificabile con la conservazione di posti di lavoro e di uno stabilimento troppo inefficiente per sopravvivere nel mercato.
Pochi pongono l’accento, invece, sui costi sostenuti per dispiegare azioni in aiuto delle imprese in crisi. Troppo pretenzioso, poi, svolgere delle riflessioni sulle conseguenze di medio-lungo periodo e sulle soluzioni alternative.

Prima considerazione: il salvataggio di un’impresa comporta il dispendio di risorse, da reperire o tagliando la spesa pubblica o con un aumento della pressione fiscale. Non è visibile agli occhi del grande pubblico il fatto che gli aiuti chiesti per salvare alcune realtà produttive portano con sé più aumenti delle tasse e bollette elettriche più salate.
Seconda considerazione: un miope aumento delle tasse, dei contributi o delle tariffe elettriche può portare centinaia o migliaia di famiglie sotto il livello di povertà o dare il colpo di grazia a imprese che con grande fatica hanno saputo a denti stretti attraversare la crisi economica. È un po’ come innalzare il livello d’acqua in una piscina: basta un centimetro o due e chi prima annaspava, ora affoga. I calcoli che si fanno in genere per valutare l’opportunità di salvare un’impresa prendono mai in considerazione i posti di lavoro che si perdono per finanziare le medesime misure?
Questi dati sfuggono alla nostra vista. Anche il ricorso al debito non è una soluzione, in quanto ha due effetti di grave nocumento: in primo luogo sposta nel tempo, aggravandolo, l’onere di finanziamento degli aiuti erogati oggi; in secondo luogo, l’emissione di titoli di Stato utili a finanziare il debito assorbe dal mercato dei capitali risorse altrimenti indirizzate alle imprese e provoca un aumento dei tassi di interesse, a danno delle imprese.
Terza considerazione: aiutare un’impresa incapace a stare nel mercato è una soluzione di breve respiro, in quanto è probabile che le inefficienze rimangano e che ulteriori e più dispendiose misure si rivelino necessarie di lì a pochi anni. È un po’ come rigettare in mare l’acqua che entra in un’imbarcazione che affonda: chi vi sta sopra, il lavoratore, non avrà mai la sicurezza del proprio posto di lavoro e dovrà sperare in continui aiuti per conservare la propria occupazione.

E se, invece, si aiutassero le imprese in salute? Sembra un paradosso, ma non lo è: una politica fiscale che incentivi la crescita e l’occupazione delle imprese più efficienti può portare a benefici maggiori e garantire in modo più efficace la stabilità dei lavoratori. D’altronde dove preferireste prestare la vostra opera: in un’impresa che deve chiedere ad ogni fiato di crisi aiuti da finanziare con riduzioni della spesa pubblica e sacrifici ai contribuenti, o in un’impresa capace di crescere e far profitto?
Alcuni ammortizzatori sociali “spot” realizzati con i vari decreti anticrisi e la finanziaria 2010 sottendono una logica simile, riconoscendo sgravi contributivi a persone percepenti indennità di cassa integrazione o in mobilità. Il difetto delle misure attualmente in vigore è la discriminazione che queste operano a danno dei lavoratori più colpiti dalla crisi, ovvero i cosiddetti precari e i lavoratori delle piccole e medie imprese, che non possono fruire della cassa integrazione guadagni.

Una riduzione delle imposte per le imprese con bilanci in positivo che assumono nuovi lavoratori è probabilmente il modo più efficace ed efficiente per contrastare la disoccupazione e ridare vapore all’economia.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “Le vittime invisibili dei “salvataggi” delle imprese in crisi”

  1. pensieriscorretti ha detto:

    Io ci spero ancora, spero che qualche nostro governante trovi il coraggio: l’eliminazione di qualsiasi sgravio, contributo (al sud, all’auto, alla rava, alla fava ect. ect) o similare per buttare tutto nel calderone della diminuzione delle tasse. Non più mille rivoli ma un unico fiume. E il mercato farà il resto. Perchè è inutile far produrre un bene che nessuno comprerà.

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