– Penso che occorra prendere molto sul serio la lettera pubblica che ieri Guido Bertolaso ha inviato agli uomini e alle donne della Protezione Civile, da cui si sente oggi più conosciuto e riconosciuto che da un Paese disorientato dalla valanga di notizie, illazioni e dicerie che riguardano la sua persona, la sua attività, la sua rete di conoscenze e di relazioni, le sue fisioterapie e i suoi massaggi.

Qualunque persona per bene e innocente uscirebbe oggi sporcata dal fuoco giudiziario e mediatico che ha sfiorato, e solo in parte colpito, Bertolaso. A questo stadio delle indagini e con questa conoscenza dei fatti nessuno, neppure il “giudice” più lungimirante, saprebbe prevedere l’esito a cui porteranno gli accertamenti giudiziari. Indagare è “obbligatorio”, ma lo è altrettanto evitare di confondere le indagini con il giudizio. E questo va tenuto presente in un paese in cui gli avvisi di garanzia sono assai più popolari delle sentenze, le indagini dei processi, le condanne delle assoluzioni.

Detto questo, continuiamo a ritenere assai poco convincenti le ragioni che Bertolaso ha portato per sostenere la trasformazione della Protezione Civile in una sorta di agenzia nazionale delle grandi opere o, che è sostanzialmente lo stesso, per istituire un Dipartimento “grandi opere” che funzioni come la Protezione civile. Il problema della trasparenza delle procedure, che proprio la straordinarietà rende più permeabili  agli attacchi di “fornitori” spregiudicati, non è morale, e non può essere affidato alla correttezza dei funzionari incaricati, ma istituzionale, e deve essere nei limiti del possibile affrontato sul piano organizzativo e normativo.

In un paese in cui si istituzionalizza l’emergenza per non riformare la normalità e le norme straordinarie inseguono l’efficienza che le norme ordinarie non sembrano tenute a garantire, questo generale della Protezione Civile trasformato in superministro dei Lavori pubblici ha fatto molto bene il primo mestiere e meno bene il secondo, non comprendendo che, ad affrontare i lavori dell’Expo e dei mondiali di nuoto con la stessa logica della ricostruzione dell’Abruzzo, non si rende un servizio all’efficienza, ma a una logica del fare molto sbrigativa e “sostanzialista”. Per fare un paragone che non vuole suonare irriguardoso per nessuno, ci sembra che Bertolaso rivendichi il diritto di governare la Protezione Civile con la stessa logica con cui Ingroia rivendica il diritto di fare la lotta alla mafia: mirando, per così dire, al bersaglio grosso, incurante degli effetti collaterali della sovrabbondante “eccezionalità”, che l’emergenza impone e giustifica.

Bertolaso ha sostenuto che la Protezione Civile è l’unico segmento della pubblica amministrazione che può operare apprezzando “la variabile tempo come valore cogente”. Ma dovrebbe politicamente ammettere che queste procedure sono esposte ad attacchi un po’ troppo costosi, in termini civili, se il massimo di discrezionalità amministrativa ha consentito a funzionari con un enorme “potere di firma” di beneficare generosamente familiari e famigli, amici e parenti: e non per costruire le case per i terremotati d’Abruzzo, ma per fare le piscine dei Mondiali di nuoto.

Il Governo fa bene a non mollare Bertolaso, a non scaricarlo nel fango delle vicende – non solo inventate, a quanto sembra – in cui sono stati coinvolti i vertici della Protezione civile.  Ma non può ragionevolmente dire che nell’intera vicenda, al limite, ci sono stati alcuni mariuoli importuni, ma per il resto tutto andava alla grande.