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Sulla flessibilità del lavoro la Scandinavia detta un esempio che l’Italia non vuol seguire

– L’informazione, soprattutto quella politica, ha una naturale capacità di autoalimentarsi e consumarsi in una logica a volte addirittura autoreferenziale. Sembra che tutto scorra nel letto di un dibattito pubblico vorace quanto istantaneo nel consumarsi. Nonostante tutto, però, alcune notizie riescono a fissarsi e a restare in vita più delle altre. E ciò accade o perché ha funzionato la strategia del comunicatore o perché la portata della questione è tale da non tollerarne apparizioni fugaci nella sfera pubblica nazionale. 

Nell’ultimo periodo il Ministro Renato Brunetta è stato bravo a mettere in risalto uno dei problemi chiave che rende il nostro paese un sistema lento ed affannato: la frattura generazionale allargatasi sempre di più nel mercato del lavoro. La soluzione del ministro, che già tanto ha fatto discutere, consiste in un assegno mensile di 500 euro ai giovani da coprire con una manovra sulle pensioni. Nelle intenzioni di Brunetta la misura dovrebbe rappresentare un incentivo all’uscita dai propri nuclei familiari.

A questo punto, volgendo lo sguardo su altri Paesi industrializzati, si può osservare che una quota mensile ai giovani da parte dello Stato è già adottata da tempo. Primi tra tutti sono quelli Scandinavi, che destinano risorse ben più cospicue dei 500 euro di cui si è parlato in Italia.
 
Per fare qualche esempio in Norvegia si possono riscuotere 1064 euro, di cui una quota di 425 euro a carico dello Stato ed una in prestito di 638 euro. Alla fine degli studi si restituisce il 60% della quota attraverso diverse formule prestabilite. E se non si passano gli esami si restituisce tutto indietro. In Danimarca c’è lo stesso metodo, ma la somma offerta dallo Stato è maggiore: ben 700 euro. A questa, si possono aggiungere 350 euro in prestito. Infine, ci sono altri Paesi come l’Olanda dove il contributo è minore, quasi simbolico, ma messo in equilibrio dall’ alta occupazione dei giovani.

E’ da notare però che i contributi dei Paesi in esame sono volti ad un investimento prettamente formativo in capitale umano. Infatti solo attraverso il completamento degli studi si può ricevere a fondo perduto la parte erogata dallo Stato. Poi, spesso, questo strumento è accompagnato da robusti ammortizzatori sociali che permettono di restituire in futuro la quota presa in prestito nonostante periodi di disoccupazione temporanea, come avviene in particolar modo in Danimarca. Ciò vuol dire che nei Paesi in esempio esiste una rete di welfare che va oltre la misura dei contributi di emancipazione, e che consente ai giovani di resistere ai rovesci di un lavoro necessariamente flessibile, migliorando il tessuto civico del paese e per tale via riducendo pure la tentazione di abusare dello strumento della flessibilità facendone il salvacondotto della precarietà, come accade in Italia.

Già da qualche anno la Commissione Europea parla di flexicurity del lavoro, proprio prendendo esempio dai sistemi sviluppati nei Paesi scandinavi. In particolar modo l’accento è posto su un triangolo i cui lati sono la flessibilità d’ingresso nel mercato del lavoro attraverso assunzioni e licenziamenti sostanzialmente liberi, la sicurezza sociale assicurata da indennità di disoccupazione e un sistema di sicurezza occupazionale che si poggia su servizi per l’impiego efficienti. Tutti i partner europei, dunque, conoscono il problema e conoscono la soluzione. Ma ciò non basta ad indurre un doveroso mutamento di rotta in un Paese rigido e bloccato come il nostro.


Autore: Umberto Cioffi

28 anni, salernitano, laureato al Dams presso l’ Università di Bologna, è stato fondatore del gruppo redazionale bolognese della rivista europea “Work Out”. Ha avuto esperienza nella cooperazione internazionale presso l'Ambasciata Italiana di Bangkok, per poi occuparsi di consulenza strategica in materia di progettazione europea.

4 Responses to “Sulla flessibilità del lavoro la Scandinavia detta un esempio che l’Italia non vuol seguire”

  1. lorenzo ha detto:

    direi che sono realta` piuttosto differenti eh. in norvegia sono 4 gatti e hanno il petrolio sotto le scarpe, zero debito pubblico etc. idem per danimarca e paesi nordici vari. dimmi tu l’italia dove li trova i soldi?
    su..

  2. I soldi potrebbero e dovrebbero arrivare da un riequilibrio della spesa sociale: si pagano troppe pensioni da noi. Mentre in Italia la spesa pensionistica assorbe il 60 per cento circa della spesa sociale, nella media europea siamo al 45. Sono tutti soldi che in Italia diamo a baby-pensionati (di 58 o 59 anni) e che altrove finanziano gli ammortizzatori sociali per giovani e donne.

  3. francesco zaffuto ha detto:

    Va pagata la disponibilità a lavoro. Ma in Italia non abbiamo nessun istituto pubblico che controlla le liste di disoccupazione. Addirittura può accadere che l’indennità di disoccupazione venga pagata a chi non è disoccupato e non vpagata a chi è disoccupato. Se si è in cerca di una prima occupazione nel nostro paese non si viene considerati disoccupati.
    francesco zaffuto http://www.lacrisi2009.com

  4. filipporiccio ha detto:

    Un assegno mensile generalizzato ai giovani, come tutti i sussidi in genere, causerebbe un aumento dei prezzi dei servizi a cui i giovani si rivolgono, oltre a una pressione verso il basso sui redditi da lavoro (ti pago 500 euro invece di 1000, tanto 500 te li dà già lo stato). Peggio ancora i prestiti, che poi devono essere restituiti, ma intanto creano bolle speculative nel mercato in cui vengono spesi. In USA si stanno accorgendo che il “prestito d’onore” causa un aumento del costo dell’istruzione, con il risultato finale di far uscire la gente dall’università già indebitata. Non parliamo poi dei sussidi agli affitti: se diamo 100 euro a ogni inquilino, il risultato più probabile sarà un aumento generalizzato degli affitti di 100 euro al mese. Dare finanziamenti a pioggia, nel filone della tipica demagogia socialista, fa più male che bene. Giusto invece pensare di intervenire sulle pensioni, ma solo nell’ottica di una riduzione della mostruosa pressione contributiva che oggi colpisce i giovani allo scopo di mantenere i loro genitori.

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