Se Loiero vince le primarie

A quanti sono affezionati ad una lettura “istituzionalistica” dei processi politici, il trionfo di Agazio Loiero nelle primarie calabresi dovrebbe insegnare cautela e prudenza. Le primarie, in sé e per sé, non sono un canale di rinnovamento e di rottura degli equilibri del potere locale, né aprono necessariamente il gioco politico.

L’entusiasmo con cui gli elettori hanno plebiscitato una candidatura che segna il suicidio del centro-sinistra risponde ad una “razionalità politica” diversa da quella che dovrebbe animare un elettorato impegnato a selezionare la candidatura migliore e, almeno potenzialmente, vincente.

Invece il Pd ha organizzato queste primarie scontate per investire il presidente uscente, per rompere con Di Pietro e quindi per consegnarsi, prigioniero di Loiero e della propria impotenza, ad una quasi sicura sconfitta. Eppure i democratici calabresi sembrano avere gradito questo esercizio di ottuso autolesionismo, visto che hanno votato quasi 99.000 elettori, poco meno del 30% di quanti votarono PD in Calabria nel 2008, poco meno di un decimo di tutti i calabresi che parteciparono al voto politico nel 2008. Si tratta di risultati in proporzione più robusti di quelli che hanno portato Bersani alla guida del Pd, visto che alle primarie del change anti-veltroniano parteciparono circa 3 milioni di elettori,  meno del 25% di quanti votarono Pd in Italia nel 2008.

Le primarie dovrebbero dar voce al “partito degli elettori”, ma possono anche consolidare il “partito degli eletti” che muove le leve del potere locale. Dove il contesto e il mercato politico è regolato dalla cultura dello scambio e dell’intrigo le primarie non dispiegano le proprie virtù, ma evidenziano i propri difetti.

Dove il voto è una merce che si vende e si compra, anche legalmente, per consolidare appartenenze e affiliazioni profittevoli e puramente “private”, le primarie finiscono per funzionare come i tesseramenti della Prima Repubblica e per divenire un contenitore di opportunismi senza contenuto, che gonfia la pancia dei partiti e ne svuota la testa, facendo loro perdere persino quel naturale senso di “autoconservazione” che caratterizza tutti gli organismi e, in teoria, anche quelli politici.

Se le primarie premiano un’esperienza di governo fallimentare e un candidato impresentabile e perdente vuol dire che il circuito del consenso e anche quello del potere non rispondono ad una fisiologia democratica. Le primarie sono uno strumento di partecipazione politica, che non può dettare la qualità dei partecipanti e il segno del loro contributo.

Occorre prenderne atto. Non per liquidare le primarie e la “democrazia degli elettori” e per riabilitare la più prudente e misurata “democrazia dei partiti”. Ma per capire che, in politica, anche i mezzi migliori servono i fini peggiori. Il modo in cui (e la ragione per cui) Loiero si fa oggi banditore delle primarie dovrebbe preoccupare innanzitutto i sostenitori delle primarie. Il problema della qualità della democrazia, nel Sud e non solo nel Sud, nei partiti e non solo nei partiti, non si risolve solo “vestendo all’americana”.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

2 Responses to “Se Loiero vince le primarie”

  1. Antonluca Cuoco ha detto:

    vestire solo a stelle e striscie non fa diventare anglossassoni ma solo improbabili “cheaters”…
    il tema primarie è una issue enorme!

  2. Alessandro Cascone ha detto:

    in un paese come l’Italia dove non esiste interesse per il bene comune ma solo per il proprio, inteso come elementare condizione di sopravvivenza, le primarie saranno fungeranno solo da rinforzo al “partito degli eletti”, fatte salve le dovute eccezioni (vedi Renzi a Firenze)

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