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Dall’Ogm-free al Free Ogm: in nome del buon senso e della tutela del consumatore/2

Seconda parte del dossier in due puntante sulla questione ogm, in cui Masini controbatte alle tesi di Carlo Petrini di Slow Food – Quando si parla della titolarità dei semi, si scende nel paradosso. Carlo Petrini afferma, come aveva già fatto il ministro Zaia, che “con le sementi Gm la multinazionale è la titolare del seme: ad essa l’agricoltore deve rivolgersi per ogni nuova semina”, e che “le coltivazioni Gm snaturano il ruolo dell’agricoltore che da sempre migliora e seleziona  le proprie sementi”. Ma dove? Su quale pianeta? Qual è il produttore di soia, di mais da granella o da insilato, di cereali in genere che non acquista ibridi ma seleziona in azienda i propri semi? Anche gli orticoltori acquistano i semi o ancora più spesso addirittura le piantine da trapiantare in campo aperto. Le campagne sono fisicamente lontane dalla vita della maggior parte dei consumatori, e quindi si possono evidentemente raccontare favole suggestive, ma Petrini fa riferimento a un’agricoltura di sussistenza che non esiste più da almeno mezzo secolo (per fortuna, aggiungerei, dato che all’epoca si selezionavano sementi e sapori, ma si soffriva la fame). Oggi gli agricoltori acquistano ibridi (convenzionali, ma anche bio) dalle stesse famigerate multinazionali che producono gli Ogm. Lo fanno perché rendono di più, sono più resistenti, e perché selezionare i semi procurerebbe loro un carico di lavoro e di costi che non potrebbero sostenere. Può piacere o non piacere, ma è così, e la liberalizzazione dell’uso degli Ogm non cambierebbe questa realtà di una virgola.

Un altro punto che sta a cuore a molti è la difesa dell’originalità e delle peculiarità dell’agroalimentare italiano e della biodiversità. Petrini dice che “i prodotti Gm non hanno legami culturali o storici con il territorio”. Ci si potrebbe chiedere, per amor di polemica, quali legami con il territorio abbia l’automobile di Petrini, il suo televisore, il suo personal computer, l’impianto di riscaldamento della sua casa. Slow Food ha svolto in questi anni un’opera straordinaria di valorizzazione e di divulgazione della ricchezza del nostro patrimonio agroalimentare. Ha soprattutto dimostrato che per i nostri prodotti tipici esiste un mercato che è molto più di una “nicchia”, che questi prodotti incontrano il gradimento dei consumatori che sono spesso disposti a pagare per essi un sovrapprezzo. Sono prodotti ad alto valore aggiunto, il cui mercato supera i confini nazionali e sono ricercati in tutto il mondo. Non capisco perché la concorrenza dei prodotti Gm debba mettere necessariamente in crisi questo settore. E se le colture Gm impoverirebbero la biodiversità perché “hanno bisogno di grandi superfici e di un sistema monoculturale intensivo”, la stessa geografia rurale del nostro paese, che non dispone di molte superfici con queste caratteristiche dimostra quanto sia infondato questo rischio. Non tutte le aziende agricole italiane, però, hanno la fortuna di ricadere in una zona Dop, cosa che garantirebbe un valore aggiunto ai loro prodotti a prescindere dalla loro reale qualità. Non tutti i territori del nostro paese possono vantare una tradizione di prodotti tipici ricercati. Perché agli agricoltori di quei territori non può essere consentito di cercare profitto seguendo altre strade, altrettanto legittime?

In realtà non è l’agricoltura di qualità ad essere minacciata dagli Ogm, ma quella convenzionale, che ha costi di produzione elevati, rese insoddisfacenti e per garantirsi queste rese fa un largo uso della chimica, diserbanti e insetticidi, per capirsi. L’esempio del mais resistente al glifosate è significativo. Il glifosate è un diserbante generico, nelle campagne è chiamato il “secca tutto”. Nonostante il nomignolo un po’ terrificante, il glifosate è un prodotto molto meno tossico dei diserbanti selettivi, che vengono irrorati sulle colture già sviluppate e che attaccano solo le erbe indesiderate, o parte di esse. Il “secca tutto” viene oggi usato solo sulle maggesi inerbite, per ripulirle prima della preparazione del letto di semina. Per difendere le coltivazioni nel loro sviluppo gli agricoltori devono usare più volte i diserbanti selettivi, costosissimi e altamente nocivi, come dimostra il fatto che per utilizzarli è necessario fare un corso e ottenere il rilascio di un apposito “patentino”. Con il mais Gm, invece, è possibile eliminare tutte le malerbe dai campi usando solo il glifosate, a cui il DNA di quella varietà di mais è resistente. I risultati sono molto migliori e i costi molto inferiori. E se è vero, come afferma Petrini, che esiste il pericolo che la “resistenza ad un diserbante porti ad un uso più disinvolto del medesimo nei campi”, io sono convinto che sia preferibile controllare che non avvengano abusi, piuttosto che proibire preventivamente limitando la libertà di chi quegli abusi non li commetterebbe. Comunque chi ha esperienza di lavoro agricolo sa quanto disinvolto sia l’uso della chimica oggi nelle campagne, frutto dell’insensata (ma lucrosa) promozione della stessa che i Consorzi Agrari  e le stesse confederazioni agricole facevano nei decenni passati. Ogni innovazione che ne riduce l’uso è, secondo me, benvenuta.

Non ho molto da dire invece sulle tesi, assai controverse, che vedrebbero gli Ogm in prima fila per combattere la fame nel mondo, secondo alcuni, o portatori di miseria e carestie, secondo altri. In questo caso ci sono visioni ideologiche contrapposte che tendono entrambe, a mio avviso, a semplificare il problema. La miseria e la malnutrizione sono il frutto, nei paesi del Sud del Mondo, di molti fattori, primi fra tutti la mancanza di democrazia, la corruzione dei governi e l’iniqua distribuzione delle risorse, e non credo che l’introduzione degli Ogm rappresenti in sé la medicina per tutti i problemi. Che i magazzini del governo di un paese africano siano riempiti di scorte alimentari, qualsiasi sia la loro origine, non significa che queste scorte arrivino necessariamente alle popolazioni. Nonostante questo sono portato, per logica, a ritenere che ci siano meno rischi di malnutrizione quando c’è più roba da mangiare, e che decidere quali siano i prodotti che gli agricoltori dei paesi sottosviluppati possono coltivare, a prescindere dal loro parere, sia frutto di una visione paternalistica del progresso che nega il diritto allo sviluppo e alla ricerca del benessere, diritto di cui noi abbiamo usufruito a piene mani. “Gli Ogm sono figli di un modo miope e superficiale di intendere il progresso” afferma Petrini. Ma, come dicevo prima, la nostra agricoltura e le nostre campagne sono uscite da un’economia di sussistenza grazie allo stesso progresso di cui sono figli gli Ogm. Oggi chi vive in città ha nostalgia del mondo rurale di una volta, ma ci si dimentica della miseria, dell’emigrazione di massa, della fame, che c’era anche da noi. Nonostante non credo, come ripeto, che l’uso degli Ogm salverebbe il mondo dalla malnutrizione, negare opportunità di progresso a quei paesi in nome della memoria confusa e appannata del nostro “tempo che fu” è assolutamente ingiusto.

L’inchiesta dell’Espresso denuncia, con toni allarmati, che i consumatori sono senza difese. Prima che Zaia, la Coldiretti, Slow Food e quant’altri corrano in loro soccorso alzando nuovi recinti protezionisti, sarebbe necessario che i contribuenti sappiano che, quando acquistano un prodotto certificato e lo pagano più degli altri, hanno già pagato un sovrapprezzo per esso alla compilazione della dichiarazione dei redditi. E’ da un sistema del genere, che pretende che i cittadini vengano guidati nelle loro scelte, che attribuisce alla politica e alla burocrazia e non al gusto degli individui il compito di certificare la qualità dei prodotti, che dovrebbero essere difesi i consumatori, più che dalla possibilità di acquistare consapevolmente un prodotto che contiene Ogm.
Un paese che passa dall’Ogm-free al free Ogm è semplicemente un paese che garantisce, per il suo sistema produttivo e per i suoi consumatori, un’opportunità in più.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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