Giudici di pace pronti alla guerra sulla riforma organica della magistratura onoraria

– Lo schema di riforma della magistratura onoraria non è stato ancora ufficializzato dal Governo ma i Giudici di Pace gli hanno già dichiarato guerra. La riforma organica della magistratura onoraria è una vexata quaestio che ormai da quindici anni tiene sub condicione lo sviluppo compiuto e coerente dell’ordinamento giudiziario italiano.

Lo stato dell’arte

Da un punto di vista definitorio i giudici onorari sono soggetti abilitati alla giurisdizione non appartenenti all’ordine dei giudici professionali. La loro esistenza nel nostro ordinamento è direttamente prevista del secondo comma dell’articolo 106 della Costituzione (“La legge sull’ordinamento giudiziario può ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli”). La peculiarità dei magistrati onorari, rispetto ai giudici di professione, risiede innanzitutto nel sistema di reclutamento. Mentre per i primi, infatti, il comma primo dello stesso articolo 106 della Costituzione prescrive la selezione mediante concorso pubblico, i secondi possono essere nominati o eletti.

Attualmente le figure più significative della magistratura onoraria italiana sono tre: giudici di pace (GdP), giudici onorari di tribunale (GOT) e Vice Procuratori Onorari (VPO).
I primi sono stati introdotti dalla legge 341 del 91, peraltro entrando effettivamente in servizio soltanto 4 anni dopo, il 2 giugno del 1995. L’istituzione di GOT e VPO è invece datata 19 febbraio 1998, con l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 51, che ha introdotto nella legge sull’ordinamento giudiziario una serie di disposizioni, disciplinanti, appunto, le due figure di magistrato onorario menzionate.

Senza entrare nei tecnicismi, i Giudici di Pace rappresentano l’ufficio giudiziario più vicino ai cittadini, hanno competenza sia in campo civile che in campo penale, con una serie di attribuzioni peraltro cresciuta nel corso degli anni, soprattutto nel primo campo. La ratio è che essi si occupino di faccende di minore importanza, controversie di minore valore economico e reati di tipo bagatellare, con l’aggiunta, dall’anno scorso, della competenza a conoscere il reato d’immigrazione clandestina. Sono nominati per titoli, a seguito di un tirocinio di 6 mesi, e durano in carica quattro anni, con la possibilità di essere confermati per ulteriori due mandati quadriennali. I GdP tengono autonomamente il ruolo dei processi, e ciò rappresenta il loro tratto distintivo rispetto a GOT e VPO.

I Giudici Onorari di Tribunale sono invece giudici onorari cui la legge impedisce di tenere udienza se non nei casi di impedimento o di mancanza dei giudici ordinari, e che svolgono il lavoro loro assegnato dal presidente del Tribunale o dal presidente di una sezione di Tribunale. Ai Vice Procuratori Onorari le funzioni devono invece essere attribuite dal Procuratore della Repubblica. Sono quindi magistrati che esercitano una funzione ausiliaria, suppletiva, rispetto ai togati di professione. Entrambi sono nominati per titoli e durano in carica tre anni, rinnovabili una sola volta. GOT e VPO, almeno stando alle intenzioni originarie del legislatore, sarebbero dovuti nascere già morti. Il decreto delegato che li introdusse, infatti, avrebbe dovuto avere efficacia limitata nel tempo, fino all’emanazione della riforma organica della magistratura e comunque non oltre cinque anni dalla sua entrata in vigore. Previsioni temporali contraddistinte da un eccesso di ottimismo, dal momento che la riforma organica non si è ancora fatta, la vigenza di quelle disposizioni è stata prima aumentata di 4 anni, poi, nel 2008, anno in cui era stata fissata la nuova deadline, per i giudici onorari in servizio è stata disposta una proroga nelle funzioni fino al 31 dicembre 2009, termine a sua volta prorogato fino al 31 dicembre 2010 con decreto legge 193 del 2009, in corso di conversione al Senato.

Qualche dato sulla magistratura onoraria

Il ruolo organico dei GdP prevede 4690 magistrati, di cui solo 2746 (pari al 58 %) sono attualmente in servizio, mentre quello dei GOT ne prevede 2518 con 1838 in servizio (pari al 73% del totale), e i VPO sono 1642 sui 1968 a suo tempo ritenuti necessari (per una percentuale dell’83,3%). (dati Csm).
Nel disastro del sistema giudiziario italiano, i GdP si distinguono dal resto per una certa celerità ed efficienza nella conduzione dei procedimenti. Dai dati del Ministero della Giustizia relativi ai processi definiti e a quelli pendenti in materia civile tra il 2004 e il 2007, emerge che i GdP hanno costantemente definito, per ciascuno degli anni presi in considerazione, più procedimenti di quelli pendenti al 31 dicembre dell’anno precedente. Nel 2007, tanto per fare un esempio, i giudici di pace hanno chiuso 1.492.857 procedimenti, a fronte del 1.190.885 procedimenti pendenti al 31 dicembre del 2006 e del 1.371.672 pendenti al 31 dicembre 2007. Il dato è significativo se si considera che, ad esempio, i Tribunali Ordinari in Primo Grado non sono mai riusciti a definire, nello stesso periodo di tempo, un numero di procedimenti maggiore di quelli lasciati pendenti. Ovviamente tali dati vanno letti tenendo in conto la minore complessità delle controversie di competenza dei giudici di pace e il fatto che questi ultimi esistono da meno tempo dei Tribunali Ordinari, che hanno accumulato negli anni una mole considerevole di arretrati.

La proposta di riforma organica e la posizione dei Giudici di Pace

La bozza ufficiosa di disegno di legge di riforma organica che il Governo dovrebbe presentare alle Camere ridisegna la conformazione della magistratura onoraria italiana intorno ad uno statuto unico sia per i Giudici di Pace che per GOT e VPO, prevedendo gli stessi criteri e requisiti di accesso, la stessa durata del mandato (4 anni rinnovabili una sola volta per eguale durata), la ridefinizione delle attribuzioni dei magistrati onorari di tribunale e la razionalizzazione degli uffici dei giudici di pace. Gli appunti sollevati da questi ultimi riguardano proprio questi profili, che, a parer loro, minerebbero la professionalità degli appartenenti alla categoria, titolare di un proprio ruolo a differenza degli altri magistrati onorari, diminuendo la durata dei mandati (un mandato di quattro anni rinnovabile una sola volta in luogo delle due dell’assetto vigente), prevedendo requisiti di accesso meno vincolanti (la mera laurea in giurisprudenza sarebbe in teoria sufficiente a presentare domanda di ammissione al tirocinio, mentre oggi i giudici di pace devono essere almeno abilitati all’esercizio della professione forense).

Se i GdP, come era ovvio che fosse, chiedono al Governo una stabilizzazione più o meno ufficiale della loro posizione, adducendo ragioni di tutela e riconoscimento della loro acquisita professionalità, dall’altro lato il Governo motiva la sostanziale apertura dell’accesso con l’obiettivo di “incentivare i migliori giovani laureati in giurisprudenza a cui – nelle more del definitivo inserimento nel mondo lavorativo attraverso il superamento di un concorso pubblico o il consolidamento della propria attività professionale – lo Stato offre la possibilità di svolgere una preziosa esperienza professionale previo un adeguato periodo di formazione mirata all’esercizio delle funzioni giudiziarie onorarie” (Relazione allegata allo schema di ddl in discussione).

Per una volta, dunque, (e sarebbe la prima), il Governo risponde ad una pretesa di ordine “ordinistico” utilizzando la retorica e lo strumentario delle liberalizzazioni. Ciò dimostra due cose: la prima, è che anche questo governo sa che la liberalizzazione dell’accesso ad una categoria professionale finora sostanzialmente protetta dal perenne stato di eccezione in cui è vissuta la sua normativa di riferimento costituisce un’opportunità e un’eventualità da non temere; la seconda, che il Governo applica il principio della “liberalizzazione” mostrandosi forte con i deboli e debole con i forti. E’ evidente che i GdP hanno una forza di attrito e di resistenza scarsa rispetto al decisore pubblico. Ma cosa sarebbe accaduto se lo stesso principio di apertura fosse stato non dico applicato ma solo annunciato per una categoria ben più protetta, corporativa e rilevante come, ad esempio, quella degli avvocati? Ve lo dico io: che il Consiglio Nazionale Forense, muovendo le leve di cui dispone tra i banchi parlamentari, avrebbe fatto passare una proposta di riforma della professione che sbarra l’accesso ai giovani e accresce i propri poteri di controllo e sanzione. Con buona pace dei Giudici di Pace.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

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